a cura del dr. Eugenio Serravalle

La discussione se la scienza sia o non sia democratica non è affatto conclusa: ne sono la prova la recente pubblicazione dell’Appello per una Scienza al servizio della comunità lanciato dalla Rete Sostenibilità e Salute e ripreso da Antonio Bonaldi nell’articolo Dogmi e illusioni della scienza in medicina Riallineare scienza e umanesimo.

Scienza è democrazia è anche il titolo dell’ultimo libro di Maria Luisa Villa, professore ordinario di Immunologia all’Università degli studi di Milano, dove ha diretto la Scuola di dottorato in medicina molecolare, associata di ricerca all’Istituto di tecnologie biomediche del CNR, che denuncia “l’offensiva recente, particolarmente insidiosa, della negazione della natura democratica della scienza. E’ una posizione errata che deriva dal fraintendimento del processo di formazione del consenso nell’ambito della comunità scientifica. Pur nascendo dalla volontà di difendere la scienza dal pubblico degli inesperti, essa maldestramente collabora a oscurarne la natura eminentemente critica e a erodere la fiducia nella credibilità del suo sapere. Le conoscenze sul mondo, generate dalla scienza, sono caratterizzate da un variabile grado di certezza; le spiegazioni scientifiche, pur potendo raggiungere livelli di approssimazione sempre più accurati, non hanno il potere di assicurare la verità completa e assoluta”.

Limiti ed autonomia della scienza
I metodi della politica non possono e non devono incidere sui contenuti propri della scienza. “L’autonomia della scienza dovrebbe essere un dato costitutivo di una società democratica. Il sapere specifico si ferma davanti ai dilemmi etici, perché la scienza, oggi come ieri, può aiutare a fare previsioni, ma non basta da sola prendere decisioni su ciò che sia meglio o peggio per la vita dell’uomo e del suo ambiente. L’insidia insita in questi limiti era già stata individuata dallo scienziato atomico Alvin Weinberg in un articolo del 1972 intitolato Science and Trans-Science, che segnalava l’esistenza di una zona grigia tra scienza e politica. Una zona in cui si collocano le domande “che possono essere poste alla scienza ma non possono trovare risposte nella scienza stessa”. Weinberg denominò questa area grigia trans-scienza. Ci sono domande le cui risposte implicano componenti etiche e politiche, e che per questo motivo richiedono l’intervento dei decisori politici.

La scienza del Patto trasversale
Gli scienziati che si presentano come i detentori della verità definitiva e intervengono anche nell’applicazione politica di alcune tesi dimenticano che “nel cuore stesso della scienza è insediata una realtà profondamente democratica che non dipende però da decisioni referendarie ma dalla deliberazione sull’attendibilità delle prove espresse, da coloro che appartengono alla comunità scientifica in quanto ne applicano i metodi. La peculiare natura di questo consenso dovrebbe essere rispettata dalla politica, dai mezzi di comunicazione e dalla pubblica opinione perché è la chiave del successo plurisecolare che ha permesso alla scienza di estendersi a tutto il mondo”.
La sensazione che la scienza sia utilizzata strumentalmente dalla politica è ribadita in un’intervista che la professoressa ha concesso al giornale La Verità, ove afferma: «Quelli che discutono di vaccini – pro-vax o no-vax – non trattano di scienza, ma di valutazione del rischio connesso all’applicazione di conoscenze scientifiche. Ci sono due concetti cardine che vengono regolarmente confusi: il pericolo (danger, hazard), che è la proprietà intrinseca dell’agente in esame di poter produrre effetti dannosi, e il rischio (risk) che implica un’opzione che può essere semplicemente accettata o direttamente imposta. In poche parole, il rischio è una cosa molto diversa dalla conoscenza scientifica, e nella sua valutazione entrano componenti che non hanno a che fare solo con la scienza. La scienza rimane ancora la fonte più autorevole di conoscenza nella comunicazione del rischio ma le sue indicazioni devono sottostare a un continuo confronto con le molteplici parti interessate alla sua gestione».
Qui interviene la politica: rappresenta l’ambito in cui per eccellenza si estrinseca il processo democratico, ossia il processo di mediazione tra libertà del singolo e potere coercitorio dello Stato. Quest’ultimo, nell’esercizio delle proprie funzioni, è legittimato ad invocare i principi scientifici a tutela della salute pubblica, ma nel farlo deve essere in primo luogo rispettoso proprio della verità scientifica. Proprio i dati scientifici riportano che solo l’11% delle oltre tremila prestazioni cliniche di uso corrente sono basate su chiare prove di efficacia. Allo stesso modo, asserire l’assoluta innocuità di un dato prodotto tecnologico significa formulare un asserto già di per sé non vero, un asserto, nel caso dei vaccini, addirittura in contraddizione con la stessa legge dello Stato che, proprio in nome dell’obiettività scientifica, riconosce il danno da vaccino.

Censure ed autocensure
«Molti scienziati-continua la Villa- hanno paura ad esprimere dubbi su questo o quel vaccino, perché se lo fanno vengono immediatamente inseriti nei ranghi dei No vax. La pacata espressione di dubbi mirati a qualche particolare problema basta a farsi etichettare come No vax. Siamo ostaggio di questa scienza gridata per slogan».
Un editoriale sul New York Times sottolinea come alcuni ricercatori, pur favorevoli alle vaccinazioni, evitino di affrontare argomenti riguardanti le criticità che emergono dalla pratica di alcuni vaccini, temendo di generare dubbi nell’opinione pubblica che possano favorire l’esitazione vaccinale. Ciò impedisce la produzione e la condivisione di evidenze scientifiche che esaminino in maniera obiettiva le politiche vaccinali, le strategie di implementazione, gli obiettivi di eradicazione, eliminazione, contenimento delle malattie infettive, i meccanismi d’azione delle reazioni avverse o gli effetti aspecifici delle vaccinazioni.

Ristabilire spazi di confronto scientifico
Per ristabilire allora una giusta valutazione del rischio, è necessario ristabilire i semplici dati di fatto, presupposto che richiede a sua volta uno spazio di confronto libero, disinteressato ed in cui tutti i soggetti coinvolti non abbiano né nulla da guadagnare dal prevalere di una delle due tesi, né abbiano qualcosa da perdere anche solo ad estrinsecare le proprie idee.
Se una delle due parti del dibattito scientifico si identifica con l’interesse economico, le sue tesi non sono per questo necessariamente false, ma non è detto che tutti i suoi sostenitori siano disinteressati.
Se poi questa stessa parte si avvale anche del potere coercitorio (radiazioni, sospensioni, ludibri mediatici) per prevalere sull’altra, tutto ciò si allontana dai metodi e dalle procedure che tradizionalmente si identificano sia con la scienza che con la democrazia. La scienza è per sua natura in evoluzione e in divenire, e qualsiasi tentativo di censura e di limitazione dell’attività di ricerca e di dibattito è controproducente per il pensiero scientifico stesso, oltre ad ignorare gli interessi evidenti e comuni a tutti: la salute propria, dei propri cari e della collettività.

Trovate il libro della professoressa Villa a questo link.