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Antibiotici in età pediatrica, obesità e alterazioni cognitive durante l’invecchiamento: esiste una relazione?

21 Nov , 2014  

di Daniela Troiani

AntibioticiDomandaUno studio pubblicato recentemente (JAMA Pediatr. Published online September 29, 2014. doi:10.1001/jamapediatrics.2014.1539) mette in relazione l’utilizzo frequente di antibiotici a largo spettro nei primi due anni di vita e il rischio di sviluppo precoce di sovrappeso e obesità. I ricercatori del Children’s Hospital of Philadelphia in Pennsylvania hanno valutato l’impatto della prescrizione di antibiotici fra 0 e 23 mesi di vita sullo sviluppo di obesità tra 24 e 59 mesi di età: numerosi studi precedenti hanno suggerito che l’alterazione del microbiota (la flora batterica intestinale) sia associata con l’obesità e che l’esposizione agli antibiotici influenzi la diversità microbica e la sua composizione. Lo studio è stato effettuato utilizzando le cartelle sanitarie elettroniche di una rete di ambulatori di cure primarie che coprivano gli anni fra il 2001 e il 2013; i ricercatori hanno raccolto i dati riguardanti quasi 65.000 bambini che avevano avuto visite annuali da 0 a 23 mesi e una o più visite fra i 24 e i 59 mesi. I risultati dell’analisi hanno mostrato che il 69% dei bambini aveva assunto antibiotici prima dei 24 mesi di età, con una media di 2,3 esposizioni per bambino. Secondo quanto riportato dagli autori dello studio, per la popolazione pediatrica generale, il tasso di obesità si aggirerebbe intorno al 10% a due anni, del 14% a tre anni e del 15% a quattro anni; i bambini a cui sono stati somministrati antibiotici a largo spettro nei primi due anni di vita avrebbero mostrato circa l’11% in più di probabilità di essere obesi tra i 2 e 5 anni, rispetto a quelli che non ne hanno assunti. Il rischio di obesità aumentato è associato con un utilizzo maggiore di antibiotici in generale, e l’effetto è maggiore per gli antibiotici a largo spettro, come amoxicillina, tetraciclina, streptomicina, moxifloxacina e ciprofloxacina che, oltre a uccidere i batteri resistenti agli antibiotici standard, eliminano anche batteri benefici per il nostro corpo, mentre non sono state trovate associazioni con gli antibiotici a spettro limitato.

Il Professor Charles Bailey, primo nome dello studio, spiega che “ l’obesità è una condizione multifattoriale e ridurne la prevalenza dipende dall’identificare e gestire i molteplici fattori di rischio, il cui effetto singolo può essere piccolo ma modificabile Pensiamo che, dopo l’assunzione di antibiotici, alcuni dei batteri presenti nel nostro apparato gastrointestinale che sono normalmente più efficienti nel far lavorare il nostro metabolismo nella giusta direzione vengono uccisi, mentre i batteri che fanno lavorare il metabolismo nel modo sbagliato diventano più attivi. Ciò fornisce supporto aggiuntivo all’adozione di linee guida per il trattamento di condizioni comuni in pediatria che enfatizzano la limitazione nell’uso di antibiotici ai casi in cui l’efficacia sia ben dimostrata, preferendo farmaci a spettro limitato in assenza di indicazioni specifiche per una copertura più ampia”.

A queste considerazioni è importante aggiungere le conclusioni di uno studio appena pubblicato sul Journal of Comparative Neurology (J Comp Neurol. 2014 Nov 7. doi: 10.1002/cne.23708 Childhood/adolescent obesity and long term cognitive consequences during aging) , secondo cui l’obesità, nei primi anni di vita, può provocare conseguenze cerebrali che contribuiscono a disfunzioni cognitive durante l’invecchiamento.

Questo è stato dimostrato su ratti sottoposti nelle prime settimane di vita a una dieta a elevato contenuto di grassi. I ratti hanno presentato, già dopo solo 15 settimane di dieta ricca di grassi, i primi deficit dell’apprendimento; quando gli stessi animali erano ormai fuori dal periodo della dieta ricca di grassi, a 61 settimane di vita, e avevano ripreso le normali caratteristiche metaboliche, si sono confermati i gravi deficit di apprendimento e del consolidamento della memoria a lungo termine. Gli autori ritengono che già a 15 settimane dall’insorgenza di obesità e insulino-resistenza, si possano osservare modificazioni epigenetiche (nel DNA espresso nei tessuti cerebrali) irreversibili nonostante il ripristino della normale omeostasi metabolica, con conseguenti disfunzioni cerebrali durante l’invecchiamento. Se ciò che è stato dimostrato nei ratti di laboratorio, si confermerà anche nell’uomo, l’obesità infantile potrebbe essere uno dei fattori di rischio sui quali intervenire per la prevenzione del deterioramento cognitivo dell’anziano.

Ricordiamoci comunque , come riaffermato da Professor Bailey, che , essendo l’obesità una condizione multifattoriale, è importante prevenirla e correggerla su tutti i fronti, primo fra tutti lo stile di vita: seguire un’ alimentazione corretta e svolgere costantemente un’attività fisica moderata sono i primi interventi che ciascuno di noi può mettere in atto.

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