Dal 14 dicembre di quest’anno entra in vigore la normativa europea secondo la quale le aziende non potranno più scrivere sulle etichette dei prodotti alimentari la olio-di-palmaattdicitura “oli vegetali”, ma dovranno indicare di che tipo di olio si tratta: alcune si sono già adeguate ma altre no. Il contenuto in olio di palma, negli ultimi anni oggetto di studio e discussione relativamente alla salute e all’impatto ambientale, dovrà essere specificato e quantificato: purtroppo però, non ne conosceremo il tipo utilizzato, il grado e il metodo di raffinazione e quindi i possibili effetti sulla salute…

«Non credo certo che l’olio di palma sia responsabile di tutti i mali del mondo, ma non posso chiudere gli occhi davanti al fatto che il modo in cui oggi è prodotto, almeno nella maggior parte dei casi, ha conseguenze negative che sono reali e decisamente non trascurabili. Non intendo diventare ossessivo, né proporre lotte o boicottaggi, ma solo sforzarmi di pensare ai miei consumi, in modo che possano avere un impatto il più positivo possibile»: questo è quello che scrive Adrien Gontier, studente di geochimica all’Università di Strasburgo e appassionato di questioni ambientali che nel luglio del 2011 aveva deciso di vivere per un anno senza olio di palma. La sua esperienza è documentata in un blog (“Vivre sans huile de palme”) che è diventato una sorta di vademecum sull’olio di palma: si trovano notizie sull’impatto ambientale , approfondimenti sugli effetti per la salute, novità in ambito legislativo e descrizioni tecniche sul ruolo di questi grasso nell’industria alimentare o cosmetica. Ci sono inoltre ricette di cucina e consigli pratici su come  preparare il sapone o prodotti di pulizia per la casa.
L’olio di palma si ottiene dalla spremitura dei frutti della palma Elaeis guineensis. Si tratta di un olio di colore rosso acceso per l’elevato contenuto di carotenoidi, ampiamente utilizzato nei paesi in cui la palma viene coltivata (Africa, Asia e America centro-meridionale). Non si utilizza tal quale nei paesi occidentali, poiché pur essendo liquido come l’olio di oliva è meno stabile, tende a irrancidire facilmente ed è quindi meno commerciabile, inoltre rende rosse le pietanze in cui viene utilizzato, cosa non gradita ai consumatori occidentali. Per questi motivi l’olio di palma impiegato dall’industria alimentare è sempre raffinato e si presenta incolore, inodore e insapore. Il processo di raffinazione separa l’olio in due frazioni, una solida dall’aspetto “burroso” ricca di acido palmitico, e una liquida, ricca di acido oleico. La presenza delle due frazioni (solida e liquida) e il basso prezzo sono i motivi del suo successo nell’industria alimentare: la frazione liquida è molto resistente all’ossidazione e quindi sopporta bene le temperature elevate senza degradarsi: è utilizzata per la frittura delle patatine e dei dolci. Anche molte miscele di olio per friggere in vendita sugli scaffali dei supermercati contengono olio di palma, da solo o in combinazione con altri oli vegetali. La frazione solida è a tutti gli effetti un grasso più o meno “morbido” e dunque più o meno cremoso, a seconda del numero di cicli di frazionamento e di altre trasformazioni a cui è stata sottoposta e viene utilizzata come surrogato del burro di cacao e nelle creme spalmabili; la Nutella è da sempre preparata con grasso di palma e la stragrande maggioranza di biscotti , merendine e prodotti da forno contengono come materia grassa principale il grasso di palma (anche quelli biologici). Grazie a queste caratteristiche, l’olio di palma ha conquistato nell’industria alimentare ( e anche in quella dei detergenti e dei cosmetici) un ruolo di protagonista assoluto togliendo spazio ai grassi di origine animale, come burro e strutto, al burro di cacao e alle margarine: il problema principale delle margarine costituite da olio di mais, girasole, soia colza ecc. è legato al processo di idrogenazione che permette di solidificare l’olio ma causa la produzione dei cosiddetti acidi grassi trans, ritenuti tra i maggiori responsabili di un aumento del rischio cardiovascolare.
Da un punto di vista ambientale, uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Biogeosciences, da Lisa Curran e altri colleghi che hanno analizzato i corsi d’acqua vicini alle piantagioni di palme da olio, nei pressi dei confini del parco nazionale Gunung Palung nel Borneo indonesiano, tra il 2009 e il 2012, ha dimostrato che l’acqua era in media più calda di 4 gradi centigradi rispetto a quelle delle zone non confinanti con le palme, conteneva una quantità di sedimenti fino a 550 volte quella normale e – dato giudicato molto allarmante – presentava variazioni molto brusche del suo consumo di ossigeno – soprattutto durante la stagione secca.
Secondo i ricercatori californiani, i danni all’ecosistema si estendono potenzialmente a molti chilometri dalle aree coltivate, proprio perché interessano l’acqua, e rischiano di causare gravissimi problemi di approvvigionamento alle popolazioni locali e, su scala più ampia, di aggravare il problema della scarsità di acqua potabile. Non solo: uno scadimento della qualità delle acque avrebbe effetti anche sulle barriere coralline alle foci dei fiumi, sulle popolazioni ittiche e in generale su tutto l’ecosistema e le economie locali.
Circa 25 pesticidi differenti vengono usati nelle piantagioni, ma il loro utilizzo non è monitorato e il rischio di contaminazione per terreni e acque è molto elevato. Nel Sud Est Asiatico è molto usato il Paraquat, un erbicida tossico illegale in 36 paesi, che se inalato o assorbito dalla pelle può essere letale ; spesso gli operai vengono pagati meno del salario minimo, per un lavoro piuttosto duro (i grappoli di frutti pesano fino a 25 kg); anche i parenti si ritrovano a dover lavorare, gratis, per aiutare la famiglia a raggiungere la quota giornaliera. Diffuso anche il lavoro minorile (fonte Altroconsumo).
Alcune delle maggiori aziende mondiali dell’industria di olio di palma hanno accettato d’interrompere la distruzione di foreste, per convertire il terreno alla coltivazione della palma, adottando l’High Carbon Stock Approach (HCS), proposto da Greenpeace e dal Forest Trust, per identificare tutte le aree forestali esistenti.( ilfattoalimentare.it)
Riguardo le conseguenze sulla nostra salute a seguito del consumo di olio di palma, i dati presenti in letteratura sono abbondanti e controversi: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che ci sono prove convincenti che il consumo di olio palmitico contribuisce a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari. Ricerche statunitensi ed europee confermano lo studio dell’OMS , contestato dagli studi commissionati dal Comitato di promozione dell’olio di palma malese (Malaysian Palm Oil Promotion Council).
Una revisione complessiva della letteratura scientifica sull’argomento pubblicata nel 2013 da due ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano (Palm oil and palmitic acid: a review on cardiovascular effects and carcinogenicity in «International Journal of Food Sciences and Nutrition», agosto 2013) ha mostrato come la maggioranza degli studi presi in considerazione non paiano suggerire un ruolo attivo dell’acido palmitico nell’insorgenza di malattie cardiovascolari, soprattutto se si prendono in considerazione persone con buoni livelli di colesterolo e un’assunzione adeguata di acidi grassi polinsaturi. Inoltre, attualmente non ci sono prove scientifiche di un eventuale coinvolgimento degli acidi grassi del palma nell’insorgenza di cancro.
Enzo Spisni, docente di fisiologia della nutrizione all’Università di Bologna, sottolinea nel suo blog che gli studi pubblicati però non specificano quale sia l’olio utilizzato (integrale, raffinato, frazionato) – per cui si corre il rischio di confrontare dati non omogenei. Studi preliminari suggeriscono che l’olio di palma interesterificato possa avere effetti negativi sul metabolismo dei grassi e dunque sulla salute di cuore e arterie (la interesterificazione è un processo chimico che permette di ridistribuire e riorganizzare le molecole di acidi grassi degli oli vegetali per influenzarne le proprietà fisico-chimico ). Inoltre c’è il rischio che l’olio di palma contenga residui di sostanze tossiche usate per la coltivazione o nelle aree di coltivazione: i dosaggi effettuati finora in ambito internazionale non hanno riscontrato la presenza di queste sostanze in quantità superiori alle soglie consentite, ma c’è sempre la possibilità di un effetto accumulo, critico soprattutto per i bambini.
Quindi il problema sta soprattutto in quanto ne introduciamo. Si comincia a colazione, con biscotti e cereali e si continua per tutto il giorno: da dicembre attenzione alle etichette e, per evitare l’effetto accumulo, sostituiamo i prodotti che lo contengono , quando è possibile, con dolci fatti in casa a colazione, frutta fresca e secca locale e di stagione agli spuntini e creme al cioccolato con burro di cacao.

Dr.ssa Daniela Troiani