di Roberto Volpi

La drammaticità della situazione italiana richiede un cambio di
rotta drastico nella strategia di contrasto del coronavirus

 

In questa drammatica evenienza non c’è stato praticamente modo di esprimere opinioni diverse da quelle espresse a suon di decreti dal Governo e dagli interventi dei virologi che hanno invaso tutto quel che era possibile invadere manifestando una unanimità di pareri tale da risultare inquietante. In questa unanimità ha operato sia una autocensura a livello individuale, per cui chi aveva un’opinione diversa ha tutto sommato preferito tenersela per sé per paura di essere attaccato e isolato dalla comunità scientifica, sia una censura a livello di giornali e televisione che non hanno lasciato alcuno spazio a posizioni di dissenso.

Paradossale situazione sia perché posizioni di dissenso mai come in questo frangente erano e sono lecite, e perfino ovvie, sia perché l’espressione di esso avrebbe fornito indicazioni che sarebbero potute tornare utili. Perché, c’è poco da girarci attorno, la linea che è stata sin qui seguita dal Governo, in accordo con le autorità di sanitarie e pressoché al gran completo la comunità degli “esperti” (virologi, biologi, medici e via e via), ha portato ai risultati che sono di gran lunga i peggiori del mondo e che metteranno capo a non meno di 60 mila morti a epidemia conclusa.

Il punto di fondo che viene regolarmente ignorato da tutti, autorità ed esperti, è il rapporto tra guariti e deceduti. Al 27 marzo di 86.498 contagiati i guariti erano solo 10.950, i morti 9.134: pochissimi i guariti e moltissimi i morti. Infatti di quanti sono fin ora usciti dallo stato di contagiosità il 45,5 per cento è deceduto, mentre il 54,5 per cento è guarito; con queste proporzioni, che non mostrano di modificarsi nel tempo, dei 66.414 contagiati in essere al 27 marzo ne moriranno altri 30 mila che, aggiunti ai già deceduti, porteranno il totale a quasi 40 mila. Ma l’epidemia continua a un ritmo ch’è perfino aumentato e che del tutto verosimilmente porterà ad almeno altri 50.000 contagiati e, dunque, ad altri 23.000 morti che faranno salire il totale, a fine epidemia, ben oltre i 60.000. (calcolo fatto considerando che resti invariata al 45,5 per cento la percentuale dei morti,)

Ecco dove sta la drammaticità della situazione italiana.

Ma cosa ci dice, questa drammaticità? forse che il problema sta in qualche ciclista che scivola di soppiatto, qualche podista improprio, qualche passeggiatore clandestino? Siamo seri! Ci dice che il sistema che abbiamo messo in piedi per contrastare l’epidemia non funziona!

Non funziona nei due punti decisivi:

(1) perché dopo ben oltre due settimane di zona rossa totale i contagi non mostrano di scendere

(2) perché non sa prendersi cura dei contagiati con una efficacia appena accettabile.

Che di due contagiati uno guarisca e l’altro muoia – e si è visto a un dipresso che è così – è qualcosa che non è degno di un paese avanzato come l’Italia. Qualcosa che davvero richiama i tempi della grande peste, ma qui siamo di fronte a un coronavirus, non al bacillo della peste. Se poi si pensa che si infettano e muoiono medici e infermieri coraggiosi in proporzioni abnormi non possiamo esimerci dal chiederci come sia stato possibile tutto questo, come siamo finiti in questo drammatico, letale, vicolo cieco.

Abbiamo fatto due errori decisivi, che invece di correggere continuiamo imperterriti a perseguire:

  1. inseguire nella strategia di contenimento del virus la Cina senza esserlo; senza essere uno Stato di polizia (ma una qualche attenzione al riguardo non guasterebbe perché stiamo pericolosamente scivolando in quella direzione), senza essere confuciani, senza avere uno stile di vita – e un ambiente di vita – essenziale come quello cinese, senza essere una popolazione relativamente giovane come quella cinese.
  2. seguire un modello di cura pressoché totalmente ospedaliero – e qui la spinta l’ha data la Lombardia, anche per questo motivo la più tragicamente colpita dal virus – che ha del tutto isolato gli ammalati rendendoli più deboli ed esposti; ha ingolfato i nodi nevralgici dell’organizzazione ospedaliera, dai Pronto Soccorso ai reparti di Terapia Intensiva; ha infettato il personale sanitario in proporzioni mai viste, creato gli ambienti favorevoli alla proliferazione di un virus che lo stesso Istituto Superiore di Sanità definisce “un patogeno dall’elevato potere di trasmissione in ambito assistenziale”.

Il virus poteva essere controllato isolando la fascia a rischio degli anziani problematici e lasciandolo libero di circolare in situazione controllata (vietando, ad esempio, i ritrovi a più intenso e prolungato addensamento). Il fatto che si manifesti a un’età media letteralmente impossibile per un nuovo virus (63 anni) significa che alle età minori colpisce senza dar luogo ad alcun sintomo, cosicché una immunità di gregge si sarebbe potuta ottenere senza conseguenze davvero importanti. Ma i virologi, troppo presi dai virus, ignorano gli umani cosicché non considerano a sufficienza la formidabile resistenza organica di popolazioni, come quella attuale italiana, capace di smorzare e attutire l’impatto dei virus. Più alta è questa resistenza più alta è la proporzione dei positivi asintomatici prodotti da una epidemia ed anche il coronavirus, se lasciato circolare nei modi che si è detto, avrebbe agito dando tantissimi asintomatici e risparmiando i vecchi, nel frattempo protetti.

Cambiare dunque, ecco ciò che si deve fare e bisogna farlo alla svelta.

Coloro che prendono assai meno pedissequamente il modello cinese e distribuiscono più consapevolmente i contagiati tra domicilio, strutture territoriali intermedie e ospedali ottengono risultati assai migliori.

Si può discutere più approfonditamente delle misure più specifiche da prendere ma intanto è doveroso e urgente cambiare rotta e correggere con decisione e coraggio gli errori fatti. Lo dobbiamo agli italiani che, sprangati in casa e ligi a regole che si sforzano di seguire, aspettano di vedere, è proprio il caso di dirlo, una luce in fondo al tunnel dell’epidemia.