Tra l’ottava e la nona settimana del presente 2020, esattamente quando cominciava a manifestarsi l’epidemia da coronavirus in Italia, sono stati analizzati dai diversi laboratori afferenti alla rete InfluNet 1.604 campioni clinici –  tamponi orofaringei – dei 1.833 qui giunti dalla rete dei medici sentinella (mediamente 1.300 medici di base) che esercitano la vigilanza epidemiologica dell’influenza stagionale. Solo 523 di questi campioni sono risultati positivi a qualche virus influenzale. Di questi 352 sono risultati di tipo A e 171 di tipo B. Niente è detto dei virus di tipo B, ma non è inopportuno segnalare che il coronavirus (nome scientifico SARS-Cov-2) è un virus influenzale di tipo B. Dunque o tra questi tamponi faringei presi, si ricordi, tra i più ammalati tra gli ammalati di influenza non ce n’era neppure uno positivo al coronavirus o ce n’erano alcuni che sono stati catalogati semplicemente come positivi di tipo B perché ulteriori specificazioni, come SARS-Cov-2, non si cercavano ancora. In questa seconda e più verosimile ipotesi si conferma che l’epidemia da coronavirus è un’influenza del tipo delle influenze stagionali e che, non ce l’avessero detto, nell’influenza stagionale sarebbe trasmigrata, rendendola un poco più cruda –  un po’ più contagiati e un tasso di letalità un poco più alto – ma non molto di più.


Naturalmente, per essere nuovo il coronavirus fa più paura. Ma ogni virus è nuovo, altrimenti non opererebbe, non infetterebbe, non se ne saprebbe niente di niente. Anche gli ordinari virus influenzali sono nuovi, anno dopo anno. E da dove nasce dunque la paura, il panico di fronte a questo nuovo virus, coronavirus così chiamato solo per la forma caratteristica? Ha forse qualche lontana parentela con ben altrimenti micidiali virus tipo Ebola, capace di fare un morto ogni due contagiati, o con l’HIV, capace di lasciare sul terreno fino ad oggi qualcosa come 40 milioni di morti? No, nessunissima parentela. Virus influenzale era, è e resta. E contro i virus influenzali abbiamo sviluppato difese formidabili. A maggior ragione noi uomini d’oggi che, rispetto ai nostri predecessori di appena cent’anni fa, viviamo pressappoco il doppio. La spagnola imperversò cento anni fa su popolazioni piagate dall’ecatombe della prima guerra mondiale e organicamente parlando neppure nostre lontanissime parenti.

Negli ultimi anni l’influenza ha fatto mediamente 5-7 milioni di infettati (in realtà un terzo di questi, a stare ai tamponi orofaringei, e comunque pur sempre almeno 2 milioni di contagiati) e 400-700 morti a stagione influenzale, mentre ha contribuito in modo importante agli 11-13mila morti annui di polmonite. La stima più alta che si possa fare di una comune influenza è dunque di 10 mila morti per 2 milioni di influenzati, ovvero 5 mila morti a milione di influenzati, 5 morti ogni 1.000 influenzati. L’età media di questi morti, di influenza e di polmonite dovuta all’influenza, è stata nell’ultima stagione di quasi 86 anni. Cifre lontanissime da quelle provocate dal coronavirus. Al momento in cui scrivo in Lombardia si sono registrati 333 morti da coronavirus su meno di 6 mila infettati, a un tasso di mortalità di oltre il 6 per cento, 13 volte superiore alla stima più alta del tasso di letalità di una comune influenza. L’età media dei morti, diretti e indiretti, da coronavirus è di circa 80 anni, quasi sei anni più bassa dell’età media dei morti, diretti e indiretti, di una comune influenza. Muoiono di coronavirus persone di 40-60 anni come non ne muoiono nella comune influenza.


Il punto è che un virus si indebolisce, e si attenua il suo tasso di letalità, diffondendosi. Se lo si contiene in tutti i modi possibili, come si sta facendo, le strade sono due: o ci si riesce, come ci sono riusciti i cinesi, o la sua forza letale non si indebolisce ma, semmai, cresce. Ma alla maniera dei cinesi ci possono riuscire solo i cinesi, di bloccare una popolazione dello stesso ordine di grandezza della Lombardia e dell’Italia, praticamente obbligandola tutta in casa, senza alcuna possibilità di muoversi se non per rifornirsi di cibo, per settimane e mesi. Così, le misure messe in atto in Italia non producono effetti visibili e minacciano di non produrne perché ingabbiano il virus ma non abbastanza, non in modo determinante e decisivo, definitivo.

Una popolazione come quella italiana, forte, resistente, con una speranza di vita tra le più alte del mondo, ha acquisito col tempo contro i virus influenzali anticorpi a prescindere dal virus che si presenta di volta in volta. Ha un sistema immunitario nient’affatto indifeso, come non si fa che dire. Prova ne sia che i bambini e i giovani, che non si vaccinano contro l’influenza, non si ammalano più degli altri e soprattutto non ne muoiono. Non si muore di influenza e complicazioni influenzali a età giovanili e neppure adulte ma solo e soltanto a età molto avanzate, ne muoiono solo persone che sono a un tempo molto anziane e già ammalate. 

La scelta avrebbe dovuto dunque essere quella di rafforzare le difese di questa fascia di persone e raccomandare maggiori accortezze a tutte le altre, lasciando ad un tempo al coronavirus il modo di avere una pur contenuta diffusione e un progressivo svigorimento del suo livello di letalità, senza per soprammercato affossare la vita sociale e di relazione come si sta facendo. Si è scelto la strada opposta, della guerra senza quartiere. E oggi, di fronte a risultati scoraggianti, siamo costretti alla parola d’ordine, dopo un crescendo di raccomandazioni e divieti: “restate a casa”. Parola d’ordine tardiva per un verso e fuori dalla nostra portata per l’altro. Si è scelto la strada dura della grande maggioranza di quei virologi che guardano solo ai virus, pensando che i virus agiscono nello stesso modo ovunque e in ogni tempo. E che non a caso ancora oggi non dicono una parola sulla possibilità di una osservazione delle epidemie capace di prevenire/impedire il sopravvenire di nuovi virus. Impresa non facile, certamente, ma alla quale ci si può almeno accostare avendo ormai le idee abbastanza chiare (a) sulle macro aree/regioni di insorgenza delle (nuove) epidemie/pandemie e (b) almeno grosso modo le cause essenziali di questa insorgenza. 

Domani, quando tutto sarà finito, e finirà bene anche questa epidemia, dovremo contare anche gli effetti collaterali in termini di malattie e morti da stati di stress prolungati collegati alla preoccupazione senz’altro per la salute ma anche per la chiusura delle attività, la perdita del lavoro, l’accumulo dei debiti, il prosciugamento dei risparmi, le incertezze della ripresa che verrà e del futuro che sarà. 

 

*Biografia

Roberto Volpi, statistico, ha diretto uffici pubblici di statistica prima di dedicarsi all’attività privata nella progettazione e realizzazione di sistemi informativi socio-sanitari ed epidemiologici. Ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, coordinato e diretto il Gruppo tecnico di programmazione che ha redatto il Piano strategico della città di Pisa.

Ha scritto, tra gli altri, Storia della popolazione italiana dall’Unità ai nostri giorni (1989), Figli d’Italia (1996), La fine della famiglia (2007), L’amara medicina (2008), Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente (2012), Dall’Aids a Ebola. Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione (2015).