a cura del dott. Alessio Iodice

Che l’inquinamento atmosferico possa costituire un serio problema (anche) per la nostra salute è ormai fuori dubbio: elevate concentrazioni di ossidi di azoto, ossidi di carbonio, ossidi di zolfo, ozono, benzene, polveri sottili, ecc., sono in grado di peggiorare la qualità dell’aria nella bassa atmosfera (troposfera), incrementando così il rischio di sviluppare tutta una serie di patologie. Secondo le stime dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), in Italia le morti premature nel 2012 attribuibili a particolato sottile (PM2,5), ozono (O3) e biossido di azoto (NO2) sono state complessivamente circa 85.000.

Molto discussa è invece la possibilità che l’inquinamento atmosferico possa aver in qualche modo giocato un ruolo a favore del coronavirus SARS-CoV-2, contribuendo così all’incremento di mortalità della pandemia.

In particolare, ciò che gli epidemiologi ambientali si stanno chiedendo è se l’inquinamento atmosferico possa aver agito in qualità di modificatore di effetto, ovvero quale fattore in grado di determinare un diverso effetto dell’esposizione al virus sulla mortalità per Covid-19, in funzione appunto dei diversi livelli di concentrazione di certe sostanze inquinanti.

L’Italia rappresenta, di fatto, la nazione dalla quale ha cominciato a diffondersi il virus in Europa, con particolare riferimento al Nord Italia, Lombardia in primis. Ma, come noto, il Nord Italia è anche l’area più inquinata d’Europa, ed una delle aree più inquinate del pianeta, soprattutto la Pianura Padana; si pensi, per esempio, alla celebre foto scattata dal satellite Envisat nei 18 mesi di orbita dopo il lancio del 2002 da parte dell’Agenzia spaziale europea (ESA), grazie alla quale si è potuto prendere consapevolezza dell’elevatissima concentrazione di diossido di azoto (NO2) sull’Italia settentrionale (1).

La Pianura Padana fa registrare le più alte concentrazioni medie annue di PM2,5 in Europa: da 25 a >30 mcg/m3, ben superiori ai limiti EU di 25 mcg/m3 e OMS di 10 mcg/m3 e, comunque molto superiori ai valori medi italiani (~18 mcg/m3).

Analoghe considerazioni possono essere fatte ad esempio per gli USA: l’area atlantica degli Stati Uniti è quella più colpita dal virus, ma anche l’area maggiormente inquinata.


Con riferimento al possibile ruolo dell’inquinamento atmosferico nella pandemia del Covid-19, nel 2020 è stato pubblicato uno studio sul New England Journal of Medicine, dell’Università di Harvard, dal titolo “Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States: A nationwide cross-sectional study”, nel quale viene esaminata la possibile associazione tra l’esposizione media a lungo termine al particolato fine del tipo PM2,5 (particelle di dimensioni non superiori a 2,5 microgrammi) e un aumentato rischio di morte per Covid-19 negli Stati Uniti (2).

Si tratta di un importante studio osservazionale, di tipo trasversale su scala nazionale, che utilizza i dati sui decessi Covid-19 (per milione di abitanti) raccolti dal Center for Systems Science and Engineering (CSSE) dell’Università Johns Hopkins nel Maryland (USA) per 3.087 contee (il 98% della popolazione statunitense), 1.799 delle quali (il 58,3% della popolazione statunitense) non avevano registrato nessun caso di Covid-19 alla data del 22 aprile 2020.

Nell’analisi sono stati inseriti anche 20 fattori di confondimento (o confondenti), quali età, obesità, fumo, povertà, densità della popolazione ed altri fattori di rischio potenzialmente associati sia all’inquinamento da PM2,5 (esposizione) che alla mortalità per Covid-19 (effetto), in grado di distorcere (bias) la stima della mortalità in funzione dell’inquinamento atmosferico. L’inserimento di possibili confondenti si è tradotto, in altre parole, nell’esigenza di verificare se togliendo e aggiungendo altre variabili i risultati rimanevano gli stessi (stratificando per un confondente, si ottengono infatti risultati di associazione uguali negli strati ma diversi rispetto a quelli iniziali antecedenti alla stratificazione).

Dai risultati dello studio (vedi tabella che segue) emerge che un aumento di solo 1 microgrammo per metro cubo (1 mcg/m3) nell’esposizione a PM2.5 è associato ad un incremento del tasso di mortalità per Covid-19 dell’8% (rischio relativo RR=1,08); in altre parole, l’incidenza di morte negli esposti all’inquinamento è risultata un 8% maggiore rispetto a quella dei non esposti (stima intervallare al 95% tra il 2% e il 15%, con risultati statisticamente significativi).

dalla tabella tratta dallo studio osservazionale, di tipo trasversale su scala nazionale, che utilizza i dati sui decessi Covid-19 (per milione di abitanti) raccolti dal Center for Systems Science and Engineering (CSSE) dell'Università Johns Hopkins nel Maryland (USA) per 3.087 contee (il 98% della popolazione statunitense), 1.799 delle quali (il 58,3% della popolazione statunitense) non avevano registrato nessun caso di Covid-19 alla data del 22 aprile 202, si evince che tra i 20 fattori  confondenti analizzati, quali età, obesità, fumo, povertà, densità della popolazione ed altri fattori di rischio potenzialmente associati sia all’inquinamento da PM2,5 (esposizione) che alla mortalità per Covid-19 (effetto), in grado di distorcere (bias) la stima della mortalità in funzione dell’inquinamento atmosferico,  un aumento di solo 1 microgrammo per metro cubo (1 mcg/m3) nell’esposizione a PM2.5 è associato ad un incremento del tasso di mortalità per Covid-19 dell’8%

I risultati dello studio, pertanto, non escluderebbero un possibile ruolo significativo dell’inquinamento atmosferico (PM2,5) nella pandemia del Covid-19 negli Stati Uniti.

Questo studio pone un primo importante gradino verso una maggiore conoscenza sull’eventuale associazione tra inquinamento atmosferico (ma quello atmosferico non è il solo a destare preoccupazione) e mortalità per Covid-19. Serviranno, chiaramente, altri studi di approfondimento. Nel frattempo, abbiamo un motivo in più per scegliere di inquinare meno il pianeta.

 

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Alessio Iodice, tecnico statistico presso l’Università di Pisa.

Ha frequentato studi universitari nel campo delle Scienze economiche, ad indirizzo Territorio e Ambiente. In seguito, i suoi studi e le sue esperienze professionali si sono concentrate nel campo statistico, lavorando presso l’Ufficio Ambiente del Comune di Pisa nella figura di data analyst, come tutor di materie statistiche per alcune associazioni private, e successivamente presso l’Università di Pisa dapprima come collaboratore alla didattica per l’esame di Statistica al dipartimento di Economia & Management e negli ultimi anni come tecnico dell’Ateneo, prima dell’Osservatorio statistico e ad oggi presso l’ufficio Servizi Statistici.

Amante degli animali, basa il suo stile di vita sul rispetto del pianeta. Si considera un salutista, ed è anche un trainer nel campo del fitness.