Dopo quasi un anno in cui il mondo intero è a ferro e fuoco per questa drammatica pandemia, non possiamo che riproporre l’analisi e le indicazioni già fornite nei mesi scorsi:

  • In primis vediamo confermati i forti limiti delle terapie antivirali che si sono succedute con più o meno gloria nella cura del Covid19.
  • La corsa al vaccino, anzi ai vaccini anti Covid e una precoce somministrazione che ha bruciato i tempi canonici di studio, potrebbe dare i risultati sperati, le certezze sono poche ma è ancora presto per definire la protezione soddisfacente.

Intanto il nuovo picco epidemico nel nostro paese è tornato dopo una fase di remissione che non a caso ha coinciso con un andamento simile a quello delle influenze stagionali.

Ne consegue che tutti i presidi protettivi messi in atto, dai dispositivi come le mascherine, al distanziamento o all’isolamento, si sono rivelati subordinati ad altre variabili, ben più incisive, che hanno oggettivamente causato un ritorno dell’infettività.

Durante i mesi estivi, nel nostro paese, non sono state osservate in modo categorico queste precauzioni e il virus era molto meno patogeno, ora benché siamo in un lockdown più o meno permanente, l’infezione ha ripreso quota.

Questo dovrebbe far pensare ai difetti di una visione epidemiologica che vede il virus non come una entità biologica con le sue caratteristiche cicliche dinamiche, almeno per quanto riguarda la sua infettività, ma semplicemente come un nemico da eliminare, ora et semper. Tutti gli studi scientifici sono orientati nel tentativo di trovare mezzi adatti a combattere le specie patogene ed eliminare l’agente esterno.

In realtà ben prima del contagio esiste una complessa barriera immunitaria che si oppone allo sviluppo delle infezioni sia virali che batteriche.
Questa barriera non solo è soggettiva, determinata da una assetto immunitario primigenio, ma dipende essenzialmente da fattori acquisiti, come la salute mentale, gli stili di vita e i fattori ambientali. Tutti elementi che non trovano particolare spazio e interesse in una visione convenzionale che restringe sempre di più il campo di azione nonostante i potenti mezzi tecnologici a disposizione.

Gli studi

In questi mesi si sono avvicendati numerosi propositi di prevenzione pandemica con i cosiddetti integratori. Tra i più utilizzati troviamo la Vitamina C.

Ricordiamo che gli esseri umani, diversamente dagli animali, hanno bisogno di un apporto esterno di Vitamina C e che la quota necessaria al fabbisogno giornaliero, può essere assunta facilmente con gli alimenti a base di ortaggi e frutta. (Ne abbiamo già parlato qui.) 

Un primo studio clinico sull’efficacia della Vitamina C per la pandemia in corso è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Immunology a giugno. Lo studio  ha messo in evidenza l’efficacia della prevenzione e del trattamento dell’infezione prodotta dal Covid19, di un composto di Vitamina C e Quercetina.

Più recentemente uno studio condotto negli UK, Nuova Zelanda e USA, Vitamin C — An Adjunctive Therapy for Respiratory Infection, Sepsis and COVID-19 ha confermato le proprietà preventive e curative della Vitamina C nei pazienti affetti da Covid 19.  Dopo aver sottolineato il fatto che nelle infezioni polmonari comprese quella prodotte da Covid si può evidenziare un deficit di vitamina C (1-2-3-4-5), lo studio, che di fatto è una metanalisi, conferma l’azione della Vitamina C come antinfiammatoria, antiossidante, immunomodulante, antitrombotica e antivirale (6-7).

Azioni della vitamina C nelle infezioni

Nel corso delle infezioni la Vitamina C promuove e stimola il sistema immunitario favorendo la maturazione dei Linfociti T e le funzioni fagocitica e chemiotattica dei leucociti (8-9). Contribuisce inoltre al contenimento delle citochine, proteggendo l’endotelio dei vasi dallo stress ossidativo (10-11).

Altri meccanismi d’azione antinfiammatori sono quelli di stimolare un enzima come il superossido dismutasi, che fa parte degli enzimi ossidoriduttivi, aumentare il glutatione e le catalasi inibendo quindi ruoli infiammatori svolti dal TNF e delle interleuchine (12).

L’incremento della produzione di cortisolo potrebbe essere alla base dell’azione antinfiammatoria stimolando  gli effetti citoprotettivi tipici dei glucocorticoidi (13-14-15)

Evidenze cliniche

I sintomi da raffreddamento sono più brevi e meno intensi utilizzando la Vitamina C ed è stato visto che gli effetti sono dose dipendenti. I semplici raffreddori possono essere determinati da un centinaio di virus diversi alcuni dei quali appartengono al genere Coronavirus. Il Covid19 tuttavia produce infezioni molto più gravi degli altri coronavirus conosciuti. Per queste infezioni sono state consigliate dosi giornaliere di Vitamina C di 6-8 grammi per i soggetti con PCR positiva e ospedalizzati per infezioni in da Covid19.

Pazienti con sepsi gravi rispondono alla somministrazione supplementare di vitamina C, lo dimostra la diminuzione dei ricoveri in terapia intensiva e la limitazione degli interventi di ventilazione polmonare.

Dagli anni ’50 ci sono evidenze che comprovano l’efficacia della Vitamina C somministrata endovena nelle polmoniti virali (16-17-18). Ha dimostrato inoltre di ridurre la mortalità nei pazienti con crisi settiche. Un gruppo di esperti che tratta l’infezione da Covid nelle situazioni di urgenza estrema ha riportato che l’uso combinato di Vitamina C endovena di 6 gr/die (1.5 gr. per 4 somministrazioni ogni 6h), insieme a steroidi e anticolagulanti, ha determinato il tasso minore di mortalità rispetto ad altri trattamenti (19).

Attualmente ci sono 45 studi registrati su clinicaltrials.gov atti a verificare l’efficacia della Vitamina C sia da sola che associata ad altre terapie.

Effetti indesiderati

Alte dosi di vitamina C possono dare diarrea se vengono ingerite. Una calcolosi renale può essere più comune quando l’assunzione viene fatta per via endovenosa.

Un monitoraggio su più di novemila pazienti affetti da malattie oncologiche, infettive o da fatigue, ha mostrato che solo l’1% presenta qualche effetto collaterale, in genere lieve come astenia, disturbi emotivi e flebiti. La media delle dosi a cui sono stati sottoposti è stata di 24 gr. ogni 4 giorni.

CONCLUSIONI

I benefici potenziali della vitamina C, come abbiamo visto in questa rassegna di lavori, sono molteplici e fanno assurgere questa terapia a una scelta interessante. I dosaggi da 2 a 8 gr. al giorno sono stati utilizzati con efficacia per contenere le fasi critiche dovute a infezioni da Covid 19.

Parimenti la Vitamina C ha potenziali benefici nel trattamento delle infezioni acute respiratorie indicate nel contenimento di situazioni di criticità da Covid-19, In questi casi viene somministrata tramite infusione venosa, in cicli che vanno dai 6 ai 24 giorni.

La conferma clinica di questa azione ad alto dosaggio (6-8 gr. al giorno) apre nuove prospettive anche nel corso di infezioni gravi (20-21).

Le informazioni che arrivano alla popolazione sono condizionate dall’assetto delle politiche sanitarie e dalla diffusione mediatica che ne consegue.

In situazioni sanitarie ottimali i principi che riguardano la salute regolano e determinano una scelta terapeutica adatta da parte dell’equipe medica, sia nella prevenzione che nella clinica.

Diffondere l’uso di integratori come la Vitamina C che dimostrano la loro efficacia e che rispettano anche criteri economici, riempie una lacuna informativa in quanto durante l’era Covid ci sono state carenze se non opposizioni nei confronti di un presidio che aveva già ampiamente dimostrato la sua azione antivirale (22).

Gli studi che ne individuano l’azione immunomodulante si stanno moltiplicando in tutto il mondo. Le politiche sanitarie sono predisposte a informare la popolazione degli effetti dei farmaci e del significato della prevenzione primaria.

La Vitamina C e altre terapie che hanno l’intendimento di operare in un ambito preventivo e che appartengomo all’area delle medicine complementari, non vengono citate e considerate seriamente da coloro che diffondono le informazioni sanitarie pubbliche.

Il diritto del paziente e di tutta la popolazione diventa sempre più impellente nel convergere il giusto interesse riguardo a scelte terapeutiche che possono costituire una valida integrazione alle terapie ufficiali, come lo studio presentato conferma.

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