a cura dell’Avv. Alessandra Devetag

Grazie al mio lavoro di avvocato sono stata, di recente, invitata a tenere una lezione in un liceo della mia città sulla differenza tra Legalità e Giustizia. Il mio intervento seguiva la rappresentazione teatrale, inscenata dagli studenti, del dialogo tra Ismene e Antigone, tratto dall’omonima opera di Sofocle. Per chi non ha fatto studi classici un breve riassunto: Creonte, Re di Tebe, ha emesso un editto con cui vieta di dare sepoltura alle spoglie di  Polinice, fratello di Antigone ed Ismene. Il corpo di Polinice dovrà, quindi, giacere alla mercé degli avvoltoi. Antigone decide di ribellarsi perchè sente quel comando contrario, non solo alla sua morale, ma alle stesse leggi divine, e confida alla sorella Ismene che darà sepoltura alle spoglie del fratello, costi quel che costi. Inutile dire che la decisione di Antigone porterà sciagura e morte su tutti i protagonisti della vicenda (altrimenti, che tragedia greca sarebbe?).

Mentre preparo il testo del mio intervento comprendo che il tema è molto attuale: obbedire o non obbedire a una legge ingiusta? Quello che però, più di tutto, mi scuote nel profondo non è tanto l’ammirevole coraggio di Antigone, bensì, a monte, la sua capacità di sentire che una cosa è sbagliata.

Mi sono domandata se noi oggi, nel XXI secolo, anestetizzati da un relativismo che permea ogni settore dell’umana esistenza, siamo ancora in grado di ripudiare una condotta perché, semplicemente, ingiusta.

Inutile dire che la risposta è stata impietosa e che, contemporaneamente, avevo trovato l’argomento del mio intervento. In un liceo che insegna i Classici della letteratura greca e latina, che eleva gli studenti a sentire ciò che muove il nostro animo, che contraddistingue questa nostra sciagurata, eppure immensa, storia umana, o le domande sono alte o, semplicemente, non sono.

Così ho deciso…                       

Dopo una breve introduzione, per calare nella attualità le vicende di Antigone, ho raccontato loro la storia di Alfie Evans, bambino inglese di neanche due anni che da mesi era costretto a vivere attaccato a dei macchinari all’ospedale di Liverpool perché affetto da una patologia sconosciuta, che aveva compromesso irrimediabilmente le sue funzioni cerebrali. A detta dei medici Alfie non vedeva, non sentiva, non provava emozioni, anche se il suo corpo svolgeva le primarie funzioni vitali, tranne la respirazione e l’alimentazione che erano garantite, appunto, dalle macchine. I genitori, appena ventenni, erano presenti e amorevoli e volevano tentare delle cure sperimentali. L’Italia aveva offerto ad Alfie la possibilità di un ricovero all’Ospedale Bambin Gesù di Roma, per tentare una qualche terapia. Uguale possibilità era stata proposta da un ospedale di Monaco di Baviera, laddove anche l’Italia si fosse arresa. Particolare non irrilevante: tutto lasciava supporre che Alfie non soffrisse. E ciò perché, semplicemente, non provava nulla.
Il team medico dell’ospedale, però, era persuaso che Alfie non avesse alcuna speranza di miglioramento e, contro il parere dei genitori, voleva essere autorizzato a staccare la spina.
Così adì la High Court Of Justice, che nella persona del Giudice Hayden emise una lunga sentenza, che ho tradotto e letto, in brani, agli studenti.
Pur riconoscendo che probabilmente Alfie non soffriva, pur avendo raccolto il parere di un esperto, venuto apposta dalla Germania, che aveva decretato la “piena trasportabilità” di Alfie ovunque i genitori avessero voluto, pur di fronte al disperato appello di questi ultimi, il Giudice Hayden accolse il ricorso dell’ospedale e decretò che ad Alfie venissero sospesi i presidi vitali. E ci aggiunse una considerazione che, se non fosse drammatica, sarebbe comica: trasportarlo avrebbe messo a rischio la sua salute, e sarebbe stato davvero spiacevole se Alfie fosse morto in viaggio.
I genitori di Alfie impugnarono la pronuncia davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale dichiarò il ricorso “inadmissible”.

Irricevibile                               

La macchina della Giustizia, implacabile, travolse così la famiglia Evans.
Alfie venne staccato dai macchinari il 23 aprile 2018, mentre l’ospedale veniva presidiato da una decina di poliziotti in divisa, in modo da evitare spiacevoli interferenze. I genitori vennero lasciati in sua compagnia. Peccato però che, invece che pochi minuti come era stato garantito, Alfie impiegò cinque giorni a morire, durante i quali, ostinato piccolo combattente, imparò a respirare da solo, senza ausili, tanto che gli vennero riattivate idratazione e alimentazione, per non farlo morire di stenti. I genitori rimasero in camera con lui, implorarono di riattaccare il respiratore, gli fecero la respirazione bocca a bocca quando sembrava che se ne stesse andando, il tutto nell’indifferenza glaciale dell’ospedale, di quei medici il cui giuramento recita Primum Non Nocere.

Alla fine una crisi respiratoria si portò via Alfie il 28 aprile.
Quando finii il racconto nella sala non volava una mosca.
Cosa avrebbe fatto Antigone?
Beh, la risposta è ovvia: avrebbe riattaccato il respiratore e fatto ciò che chiedevano i genitori.
Avrebbe sentito, in modo inesorabile, che ciò che veniva perpetrato, tra le quattro mura di quell’ospedale, era mostruoso.
Prima ancora che la sua mente, glielo avrebbero gridato le sue viscere.
Eppure nessuno ha impedito una simile atrocità.
Perchè? Io una risposta ce l’ho.

Proviamo a riscrivere l’Antigone                           

Immaginiamo che, durante il confronto con la sorella Ismene, qualcuno le si avvicini e le chieda di riflettere, sedersi a un tavolo per discutere della sua decisione. Da subito ottiene un primo risultato: smorzare l’emotività di Antigone e trasferire il dialogo su un piano più alto (o più basso?), più razionale. Nessuno può rifiutarsi, quanto meno di discutere, su un argomento, anche se discutere, di per sé, significa già aprire la porta alla concessione, al ripensamento. Una volta eliminata l’emotività, immaginate che quella persona esponga ad Antigone tutta una serie di considerazioni tecnico-scientifiche in base alle quali la sepoltura di Polinice appaia inopportuna, financo lesiva degli interessi della collettività o dello stesso Polinice. E immaginiamo che, dietro queste argomentazioni, ci siano, ad esempio, dei dogmi scientifici proposti come assoluti, che Antigone “non può comprendere perché non ha le adeguate conoscenze.” Ecco che l’etica, la morale di Antigone vengono vivisezionate, disinfettate dai retaggi istintuali e collegate a nozioni che giacciono al di fuori di lei. Non le appartengono più, appartengono alla “Tecnica”.

Dove voglio arrivare?                          

E’ presto detto (ed è una mia personale opinione, che offro a questo uditorio come mero spunto di riflessione): noi stiamo appaltando a entità esterne a noi, entità a cui abbiamo aprioristicamente attribuito una autorevolezza indiscutibile, la nostra stessa moralità.

In nome di una Scienza sempre più dogmatica, che qualcuno definisce “non democratica”, come fosse non Scienza ma già Verità, siamo divenuti capaci delle peggiori atrocità e le portiamo a compimento senza battere ciglio. Anzi, ci sentiamo persino giusti, pietosi, nel farlo.

Così la Scienza diceva che Alfie non aveva possibilità di guarigione.
E’ vero. Non le aveva. Quanto meno, non in base alle attuali conoscenze.

Ma questo significa forse che il desiderio di combattere dei suoi genitori fosse, di per sé, già accanimento terapeutico, foriero di sofferenze che andavano interrotte immediatamente?

Da un lato c’era la Scienza, ma dall’altro c’era l’Amore. Alfie era sfortunato ma aveva loro, la Mamma e il Papà. Il loro Amore conosceva il miracolo e, ove non avesse potuto guarire, o curare, lo avrebbe accompagnato fino all’ultima soglia, magari in quel lettino che a casa lo aspettava da mesi. Non avevano, forse, diritto di tentare? Che non vi siano alternative significa che è giusto sostituirsi, non già a due genitori assenti e negligenti, ma presenti e amorevoli? E ciò non per salvare, si badi bene, ma per uccidere! Era davvero questo l’ “Alfie’s best interest”, l’espressione tanto abusata nella sentenza del Giudice Hayden?

O ancora, per venire a esempi nostrani, in una società che introduce la locuzione “genitore 1” e “genitore 2” nei documenti, per non urtare gli omosessuali, possiamo tollerare che un bambino venga espulso dall’asilo, ad anno già iniziato, perché gli manca qualche vaccino?

Immaginare un genitore che deve spiegare al proprio figlio, di quattro o cinque anni, che dal giorno dopo non potrà più andare all’asilo, giocare con i suoi compagni, stare con le maestre è di per sé inconcepibile in un Paese firmatario della Dichiarazione Universale dei Diritti del Fanciullo, che, all’art. 2, vieta ogni discriminazione per qualsivoglia ragione, ivi comprese le opinioni o scelte dei genitori.

Tuttavia, se ci sediamo a un tavolo e ascoltiamo le ragioni scientifico-sanitarie di questa aberrazione, ecco che l’istinto sfuma, il bene e il male si confondono. Poco importa se l’obiezione sanitaria cade alla prima, ovvia considerazione: ma se l’obiettivo è tutelare i bambini deboli (immunodepressi o non vaccinabili) non dovremmo allontanare anche bambini già malati, come i sieropositivi, o portatori di epatite B? E’ ovvio che ripugna, e chi scrive rifiuta anche solo di pensarlo, ma la tutela del debole imporrebbe queste estreme soluzioni. Non dovremmo, ancora, verificare se i restanti bambini, vaccinati, sono davvero immunizzati? Ove non lo fossero, costituirebbero pericolo, al pari di un non vaccinato. Se tutto ciò non si fa, ma ci si limita a emarginare il non vaccinato, è evidente che l’obiettivo non è sanitario ma punitivo: non si vuole proteggere il debole, ma punire il genitore indisciplinato. Il sieropositivo è incolpevole. Il non immunizzato, ma vaccinato, è incolpevole. Il bambino non vaccinato porta la colpa dei suoi genitori. Per educare loro, si punisce lui.

I bambini devono capire che ciò che vuole lo Stato
vale di più di ciò che vogliono mamma e papà
 

Così scriveva Ferdinando Camon sul Messaggero Veneto nel settembre del 2017.
Messaggio tanto cristallino quanto inquietante: lo Stato è Etico, è Terapeutico, sa cosa è Bene e cosa è Male, ed agisce con o senza il consenso dei suoi sudditi.

Allora parliamo di questa Scienza.
Negli anni ’50 i camici bianchi sponsorizzavano il fumo di sigaretta.
Nel 1936 il dott. Antonio Egas Moniz  inventò la lobotomia, che gli valse il Premio Nobel ed oggi è considerata una pratica criminale.
Negli anni ’70 l’elettroshock era considerato tra le terapie psichiatriche più efficaci in assoluto.
Riuscite a immaginare le conseguenze devastanti per l’umanità se, all’epoca, la scienza avesse rifiutato il confronto su queste scoperte, nel perverso convincimento di essere giunta, niente meno, che alla Verità?

E se domani la Scienza, quella vera, quella che coltiva il dubbio, scoprisse, ad esempio, che le reazioni avverse alle vaccinazioni sono state grandemente sottostimate, che la vaccinazione di massa indiscriminata è lesiva della individualità di ogni singolo bambino, come peraltro sostengono, non quattro genitori invasati, ma niente meno che l’Ordine dei Biologi, molti pediatri e ricercatori, alcuni Premi Nobel, la Società Italiana di Psico Neuro Endocrinologia (SIPNEI), migliaia di studi scientifici e tanti altri ancora? O, per esempio, scoprisse che la patologia di Alfie non gli impediva di sentire l’amore assoluto e folle di quei due ragazzini che aveva avuto la fortuna di avere come genitori, le loro carezze, i loro baci, che avrebbe potuto vivere ancora, un po’, molto forse, o anche solo addormentarsi tra le loro braccia quando fosse stato il momento, senza che ciò significasse per lui alcun accanimento terapeutico? Se scoprissimo che, nella tragedia, gli abbiamo strappato anche l’unica cosa bella della sua vita? Se così fosse…. che sarà di noi?

Io, nel dubbio, sto con Antigone. E al suo fianco continuerò a dire no. Costi quel che costi.