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7 Lug , 2014  

In qualità di Presidente di AsSIS mi vedo costretto ad intervenire in merito ad alcuni recenti tentativi di polemizzare sul nulla e di sollevare molta polvere non è ben chiaro su cosa, forse spinti dalla ricerca di visibilità e di credibilità da parte di appassionati cultori della medicina, mancanti tuttavia di quella preparazione professionale che educa alla riflessione pacata ed alla prudenza.
Ma veniamo ai fatti.
Qualche giorno fa il sito di AsSIS tramite la sua redazione ha pubblicato la notizia di un ventenne norvegese, tornato dal Mozambico e cui è stata diagnosticata la difterite cutanea. AsSIS ha commentato la notizia, rilevando i seguenti punti:

  1. Che il ragazzo aveva ricevuto regolare vaccinazione contro la difterite
  2. Che l’OMS non segnala casi di difterite in Mozambico da almeno ventanni e che nel paese la copertura vaccinale è alta (95% per la prima dose, 78% per la terza dose).
  3. Che dalla vicenda si potevano trarre le seguenti considerazioni: la copertura vaccinale non può essere l’unico fattore discriminante, non è la panacea che assicura l’assenza di malattia. E’ la realtà dei fatti che dimostra come le condizioni igieniche, l’insieme dei fattori ambientali, sociali e sanitari sono fondamentali per la prevenzione di molte patologie trasmissibili.

Si tratta di affermazioni suggerite, del resto, dalla letteratura medica degli ultimi anni che rileva casi di difterite proprio in seno a gruppi marginali di popolazione, caratterizzati da deprivazione fisica e cattive condizioni socio-sanitarie: utilizzatori di droghe in Svizzera1, alcolizzati appartenenti all’etnia indiana nativa in America2, popolazione povera dei centri urbani in Canada3. D’altronde, anche nel saggio utilizzato per risponderci, viene notata la maggiore diffusione della malattia in condizioni sociali precarie (G. BARTOLOZZI, Vaccini e Vaccinazioni, p. 186 della 1º edizione: “La malattia era più comune tra le classi sociali più basse, in situazioni di sovraffollamento.”)

Il testo della nota di ASSIS non era neppure particolarmente polemico nei confronti dei vaccini, che definisce una misura (ma non l’unica)  per contrastare la malattia a fronte di fattori determinanti quali l’igiene ambientale e le condizioni di vita.
Tuttavia, la nota ha attirato l’indignata reazione dell’organizzatrice di un sito di propaganda vaccinale che è intervenuta per spiegare come il vaccino non avrebbe mai potuto proteggere il ragazzo dalla difterite cutanea, poiché questa è dovuta al batterio ma non alla tossina, contro la quale il vaccino nulla può, mentre ciò che comunemente è chiamata “difterite” è legata all’azione della tossina del batterio stesso, e solo per contrastare l’azione di questa serve il vaccino.

Ora, con assoluto rispetto per le sue appassionate discettazioni di infettivologia, l’autrice della risposta mi ricorda certi giocatori di pallone di squadre dilettantistiche che mettono così tanto impegno in campo da non accorgersi di star portando il pallone verso la rete sbagliata, cioè la propria.
L’insistenza della signora sull’inefficacia del vaccino al fine di prevenire l’infezione difterica, infatti, è esattamente ciò che, indipendentemente dalla nota pubblicata da ASSIS, io personalmente vado dicendo da anni e sono lieto di vedere che almeno questo dato di fatto venga riconosciuto. Ecco perché, come vado ripetendo, non mi sentirei di obbligare a vaccinarsi chi vivesse in un contesto socio-sanitario che desse ampi margini di sicurezza in termini di igiene ed alimentazione, mentre non avrei dubbi sul consigliare la vaccinazione a chi si recasse in paesi dove quelle condizioni non sono garantite rendendo necessario contrastare gli effetti della tossina difterica nel caso si contragga l’infezione.
Proprio questo era anche il senso della nota pubblicata da ASSIS, come indicava il titolo stesso: Ci si può ammalare di difterite anche se correttamente vaccinati?

Sfogliando un qualsiasi trattato di medicina, chiunque può capire che il vaccino contrasta la tossina e non il batterio. Tuttavia, si provi a consultare le schede tecniche dei vaccini, i comunicati OMS in relazione all’insorgere della difterite cutanea, vari articoli di infettivologia e di immunologia, nonché quanto si legge nel sito di VaccinarSI, dove vengono minuziosamente elencate tutte le diverse localizzazioni della difterite (naso, faringe, laringe, cute), e ancora, Vaccini e Vaccinazioni dove a pag. 185 si legge:
Le due classiche localizzazioni della difterite […] sono rappresentate da:
   a) localizzazione nasofaringea, associata o meno a:
   b) localizzazione laringea […]
Le altre localizzazioni, alla mucosa nasale, alla cute, alla vagina, alla congiuntiva, all’orecchio sono molto meno frequenti.

Ebbene, dopo tutte queste meticolose esposizioni si arriva all’immancabile conclusione che per evitarne l’insorgenza non esiste altro rimedio che una copertura vaccinale del 95% della popolazione.
In una pubblicazione del CDC (Centers for Disease Control and Prevention) in cui si parla di alcuni casi di dfterite cutanea emersi in Germania tra il 1997 ed il 2003, si legge che “ci si deve aspettare [di trovare] la difterite cutanea perfino in pazienti vaccinati, per esempio, tra i campioni di siero di 287 adulti tedeschi sani con una completa vaccinazione di base contro la difterite, solo il 42,2% ha mostrato una piena protezione sierologica come provato dai livelli dell’anti-tossina4 (il che, per inciso, dimostra un’altra cosa che vado ripetendo sulla base di precisi dati, ossia che la durata dell’immunizzazione è relativamente breve per cui di fatto una buona percentuale di popolazione non risulta immunizzata, e su questo concorda anche il saggio di Bartolozzi utilizzato dall’autrice della risposta).
Un ulteriore esempio: sempre in Emerging Infectious Diseases è comparso un altro articolo su casi di difterite cutanea, questa volta in Gran Bretagna. Ed ecco le conclusioni degli autori:
Una copertura vaccinale alta è cruciale. La maggior diffusione dell’infezione dopo il caso del 1985 potrebbe essere collegata a tassi più bassi di vaccinazione a quel tempo. Nel 1985, l’immunizzazione primaria per la difterite era dell’85% confrontata con il tasso attuale del 94%.5

La profusione di dettagli informativi sul perché il vaccino non sia efficace contro il batterio della difterite, dunque, suggerirei di indirizzarla non ad AsSIS, ma alle case farmaceutiche perché le inseriscano nei foglietti illustrativi dei vaccini anti-difterici ed in ogni sito web sul medesimo argomento, a cominciare da quello organizzato da chi fomenta polemiche pretestuose, non accorgendosi di smentirsi con le proprie stesse mani.
La polemista vorrebbe suggerire (?) che sulla scheda tecnica del vaccino sia riportato: Attenzione NON PROTEGGE DALLA DIFTERITE CUTANEA. Bene, lo proponga a chi di competenza, siamo certi che abbia mezzi e conoscenze per realizzare il suo progetto in breve tempo.

Noi questo dubbio lo nutriamo da tempo.

Dott. Eugenio Serrvavalle
Presidente AsSIS

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