a cura dell’Avv. Alessandra Devetag

 

L’emergenza sanitaria in corso ha dimostrato quanto sia fragile il nostro sistema costituzionale e quanto, per paura e in nome della sicurezza, l’opinione pubblica sia disponibile a chiudere un occhio quando le regole saltano, purché ciò sia funzionale all’obiettivo.

Il principio secondo cui “il fine giustifica i mezzi” si è insinuato nei gangli sacri del nostro ordinamento, ha scardinato quei riti che, lungi dall’essere mera forma, costituiscono la sostanza di una Democrazia e ha smantellato le fondamenta su cui si regge il nostro Ordinamento.

Si sono, di recente, levate molte voci dal mondo giuridico che confortano queste conclusioni. Oltre a diversi giudici della Corte Costituzionale, oltre 80 giuristi, tra i quali avvocati, professori universitari ed esercenti altre professioni liberali, hanno redatto una lettera aperta di denuncia e la Camera Penale di Trieste, alla quale mi onoro di appartenere ha, più nel dettaglio, denunciato il clima da Stato di Polizia venutosi ad instaurare nelle ultime settimane, con cittadini sanzionati per brevi passeggiate, sorvegliati da droni, inseguiti sulle spiagge, tenuti sotto mira da militari con mitra spianati, quasi non fossero vittime bensì responsabili della pandemia.

Questi appelli hanno, in breve, raggiunto migliaia di cittadini e ottenuto moltissime adesioni.

E’ auspicabile ed atteso il sostegno da parte di altri giuristi e di altre Camere Penali.

 

Quali, quindi, le criticità dal punto di vista giuridico nell’operato del nostro Governo?

Innanzitutto l’utilizzo del DPCM, norma di rango amministrativo, per intervenire sulle libertà fondamentali dei cittadini.

Come evidenziato nell’appello sottoscritto dagli 80 giuristi, non è ammissibile che il Governo avochi a sé stesso, o conferisca al Presidente del Consiglio, la potestà legislativa, utilizzando il decreto legge. E’ invece ciò che è accaduto tramite l’utilizzo di decreti legge che hanno solo genericamente individuato le possibili restrizioni alle libertà fondamentali, che avrebbero potuto essere adottate in nome dell’emergenza, demandando poi a una fonte di rango amministrativo, ovvero il DPCM, la potestà di specificare tali limitazioni. Si è così consentito che una norma di rango inferiore, esclusa dal vaglio di costituzionalità cui tutte le leggi debbono sottostare, limitasse, fino ad escluderle, le libertà dei cittadini, peraltro avendo valenza temporale limitata (ma poi immancabilmente reiterata) in modo da impedire, di fatto, una efficace impugnazione nelle sedi competenti.

Come faccio a impugnare al TAR una norma che dopo 15 giorni sarà già decaduta (o sostituita da una nuova norma, più o meno restrittiva?)

 

Ancora, è mancata del tutto la proporzionalità nelle misure adottate.

Il nostro Ordinamento prevede che i diritti costituzionali siano in rapporto di reciproca dipendenza e che nessuno di essi possa affermarsi in modo assoluto, tanto da prevalere o addirittura annientare tutti gli altri.

Ecco che quindi, se è comprensibile che, a fronte di una emergenza sanitaria, sia necessario comprimere alcuni diritti e libertà fondamentali, ciò può essere fatto solo nel limite in cui sia strettamente necessario al raggiungimento dello scopo.

Vietare, ad esempio, a intere fasce di popolazione persino di uscire di casa e fare una passeggiata (come è accaduto nei confronti dei bambini) è inammissibile laddove non si dimostri che tale misura è assolutamente necessaria al contenimento del contagio e, anche laddove ciò fosse dimostrato, la restrizione deve essere rigorosamente limitata nel tempo perché, in caso contrario, verrebbe giustificato il sacrificio di una categoria a favore delle altre.

In poche parole, per proteggere la salute della popolazione non puoi stabilire che una parte di essa possa anche morire, o ammalarsi, perché ciò equivarrebbe a sostenere che l’interesse alla salute collettiva si è espanso al punto da annientare, di fatto, il diritto fondamentale alla salute che è proprio di ogni cittadino.

 

Difficile sostenere oggi, dopo oltre un mese e mezzo di completo lockdown, che dietro le misure draconiane adottate dal nostro Premier non si celi un sostanziale sacrificio, sull’altare del “Greater Good”, di intere fasce di cittadini che ancora non possono lavorare, e quindi mantenersi, e quindi mangiare, totalmente abbandonate, anche dal punto di vista economico, dal Governo.

Molti, di fronte a queste critiche, rispondono che in emergenza bisogna agire con rapidità ed attendere il vaglio del Parlamento avrebbe comportato ritardi esiziali.

La critica però non coglie nel segno, e ciò per due ragioni.

La prima è di puro diritto: ben era possibile disciplinare puntualmente le restrizioni con il decreto legge, strumento principe dell’emergenza, e non delegarle a norme di rango amministrativo (c’è tuttavia chi contesta persino la possibilità di utilizzare il decreto legge quando in ballo ci siano diritti e libertà individuali).

La seconda è obiezione di principio: se le regole esistono, è proprio perché ci proteggano nei momenti critici. L’ossatura democratica esiste per scongiurare il rischio che il Potere, rappresentato dai Governi di volta in volta in carica, sulla scorta di dichiarate emergenze o pericoli, possa fare strame dei nostri diritti impedendo al cittadino di difendersi (quindi impugnare) o di ottenere un vaglio di legittimità (attraverso, prima, l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica o, poi, il giudizio della Consulta).

Se una regola serve, è proprio nell’emergenza che lo potrà dimostrare, non certo in tempi di “quiete”!

Ed è proprio invocando la fretta che la si può violare.

 

Ulteriore e gravissima criticità, specchio purtroppo dei nostri tempi è, infine, la realizzazione di una vera e propria Scientocrazia, come qualche coraggioso commentatore e qualche Onorevole hanno avuto il pregio di denunciare, nella quale il potere politico è stato conferito a una pletora di “esperti” provenienti dalle più svariate branche, in primis dal mondo medico-scientifico.

Ai cosiddetti “esperti” è stata, di fatto, delegata ogni decisione sulle nostre vite.

La politica non esiste più, il Parlamento è stato esautorato dai processi decisionali mentre ogni decisione viene adottata da tecnici che invocano persino lo scudo penale per poter agire indisturbati, facendo a brandelli diritti e libertà fondamentali, in nome di leggi scientifiche che sono spesso pura statistica, dimostratesi fallaci in più occasioni.

Il refrain “deve decidere la scienza” è di lorenziniana memoria.

Anche sui vaccini, molti lo ricorderanno, doveva decidere la scienza.

In molti convegni cui ho avuto l’onore di partecipare ho espresso il mio pensiero al riguardo, che ribadisco oggi con ancora maggior forza e convinzione.

E’ sempre la politica che deve decidere dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Essa può ispirarsi alla tecnica o alle arti, ma deve poi assumere su sé stessa le responsabilità delle proprie decisioni, bilanciando accuratamente diritti e doveri dei cittadini e traducendo tali decisioni in atti normativi, assunti secondo le regole del nostro Ordinamento, che siano rispettosi della nostra Costituzione, con pieno coinvolgimento del Parlamento o, in caso di necessità, anche con decretazione d’urgenza (ma che disciplini puntualmente la materia, senza delegarla a fonti secondarie!).

 

La Tecnica non è sottoposta alla Costituzione.

La Tecnica risponde, essa sì, al principio “il fine giustifica i mezzi”!

La Tecnica persegue l’obiettivo, risolve il problema, e se per la tecnica l’azzeramento dei contagi può raggiungersi solo, ad esempio, con un lockdown protratto per tre anni, questo sarà ciò che essa consiglierà alla politica. Che questo possa condurre al suicidio di massa, alla disperazione, alla fame, alla malattia e alla morte di ampie fasce di popolazione è un effetto collaterale la cui responsabilità non può e non potrà mai ricadere sui Tecnici, i quali hanno avuto l’unica colpa di fornire la loro risposta.

Come adeguare quella risposta ai sacri valori della nostra Costituzione è compito della Politica, di una Politica fatta da donne e uomini liberi, non sottoposti a ricatto né desiderosi soltanto di mantenere posizioni, in grado di reggere sulle proprie spalle il peso del loro tempo e di assumersi la responsabilità delle loro decisioni.

Una Politica che in Italia non esiste più, forse da molti anni, e che rappresenta, anche in tempi di coronavirus (ma questa è solo un’opinione personale) l’unico vero malato terminale.