A cura di Dottor Eugenio Serravalle

La circolare del Ministero della Salute per la Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021 ha suggerito l’estensione della vaccinazione, oltre alle categorie a rischio, ad altre fasce di età e lavoratori. Ma le recenti Raccomandazione Nitag sulla Vaccinazione antinfluenzale per la stagione 2020-2021 non sembrano essere in perfetta sintonia con la circolare ministeriale.

Il NITAG – National immunization technical advisory group è il “Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni cui sono affidati i compiti di supporto tecnico alla definizione delle politiche vaccinali nazionali” istituito dal Ministero della salute il 23 agosto 2018. Il documento, scaricabile qui (Raccomandazione Nitag sulla Vaccinazione antinfluenzale per la stagione 2020-2021.pdf ) evidenzia le criticità della proposta di aumentare considerevolmente l’offerta della vaccinazione antinfluenzale, per motivi organizzativi, che potrete leggere nel documento, ma soprattutto perché:

l’aver indicato tra le finalità della vaccinazione antinfluenzale la facilitazione della diagnostica differenziale con COVID-19 e il non aver evidenziato i limiti di efficacia che caratterizzano questa vaccinazione rischiano di ingenerare aspettative eccessivamente ottimistiche, alla luce delle conoscenze ancora insufficienti sul comportamento del nuovo virus SARS-CoV-2 e della varietà e numerosità degli agenti microbici normalmente circolanti nella stagione invernale. Tutto questo potrebbe tradursi in un ulteriore deterioramento della credibilità e dell’autorevolezza del sistema della prevenzione, già messo duramente alla prova nei primi mesi della pandemia.

In pratica, i componenti del Nucleo Strategico del Nitag prendono le distanze dalla proposta di ampliamento della platea dei vaccinati, proprio perché conoscono bene la differenza tra influenza e sindromi influenzali.

Ricordiamo, (https://fioritieditore.com/wp-content/uploads/2020/06/Donzelli20200626.pdf) che sostenere che tale vaccinazione favorirebbe la diagnosi differenziale dalla COVID-19 è privo di fondamento.

Nelle stagioni influenzali (dal 2013-14 al 2019-20) sono stati segnalati complessivamente 45.495.000 casi di sindromi influenzali, ma di questi solo 13.509.375 sono da attribuire all’influenza, appena il 29,9%. Conviene ripetere, ancor più chiaramente: solo il 29,9% delle malattie invernali chiamate “sindromi influenzali” sono attribuibili ai virus influenzali A o B (e quindi prevenibili con la vaccinazione).

Già questo fa sorgere dei dubbi, che aumentano perché l’efficacia media del vaccino antinfluenzale è stimata al 44%, cioè il vaccino riesce a prevenire meno della metà dei casi di influenza vera (e non ha alcuna efficacia sulle sindromi influenzali causate da altri virus).

Il conto da fare è molto semplice: il 44% del 29,9% è circa 13%: è questa la riduzione media di sindromi influenzali che si potrebbe sperare di ottenere da una vaccinazione generalizzata, che nella pratica sarebbe però ancora minore dal momento che circa metà della popolazione anziana si vaccina già ogni anno. Una riduzione così insignificante della probabilità che si tratti di influenza sarebbe del tutto priva di interesse nell’eventuale diagnosi differenziale tra sindromi infettive del tratto respiratorio e COVID-19.