Sembra il racconto di un film americano, di quelli tratti da storie vere di persone che si sono battute in difesa della propria salute contro l’inquinamento ambientale o Big Tobacco, ma è una drammatica realtà: Dewayne Johnson, un giardiniere californiano è malato, ha un linfoma e sostiene che a causare la malattia sia stato il glifosato presente nel Ranger Pro e nel Roundup, l’erbicida della Monsanto. A causa del suo lavoro il giardiniere ha utilizzato questo prodotto in grandi quantità a partire dal 2012 da 20 a 40 volte all’anno. Ha sviluppato la malattia nel 2014 e nel 2016 ha denunciato la Monsanto, trascinandola in tribunale per rispondere del presunto legame tra il proprio prodotto e i numerosi casi di malattie insorte negli utilizzatori del pesticida. Secondo il suo avvocato Timothy Litzenburg che difende centinaia di persone che si ritengono vittime del glifosato, la Monsanto (da poco acquisita dalla Bayer) deve risarcire e indennizzare i malati.
E’ la prima volta che la Monsanto deve affrontare un procedimento giudiziario, nonostante siano circa quattromila le denunce già presentate; una legge californiana consente di accelerare i procedimenti nel caso in cui lo stato di salute del denunciate sia grave, e Dewayne Johnson, che non ha rinunciato a essere presente in tribunale lunedì 18 giugno, è apparso visibilmente debole. Monsanto ha sempre negato ogni addebito, affermando: “Più di 800 studi scientifici, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente, istituti responsabili della salute pubblica e organismi di controllo del mondo intero hanno concluso che l’uso del glifosato non presenta pericoli. Siamo solidali con i malati ma le evidenze scientifiche indicano che non è tale sostanza la causa delle patologie”. Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ha classificato il glifosato come “probabile cancerogeno per l’uomo”, mentre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), in seguito alla valutazione dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR), ha affermato che “il pericolo cancerogeno per l’uomo è improbabile”, e l’Agenzia europea per la chimica (Echa) è giunta alla conclusione che “le evidenze scientifiche disponibili non soddisfano i criteri necessari per classificare il glifosato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione”.

I risultati di un’indagine condotta dall’ Istituto Ramazzini hanno mostrato come l’erbicida può alterare alcuni importanti parametri biologici nell’organismo. Lo studio pilota ha indagato gli effetti degli erbicidi a base di glifosato (GBHs) su ratti esposti ad una concentrazione di glifosato equivalente alla dose giornaliera accettabile nella dieta secondo lo US Environmental Protection Agency (cRFD) (1)– 1.75 mg/Kg/die (somministrata in acqua da bere per un periodo 3 mesi). Si è focalizzato sui possibili effetti durante il periodo neonatale, l’infanzia e l’adolescenza. I risultati mostrano che i GBHs sono capaci di alterare alcuni importanti parametri biologici, con particolare riguardo allo sviluppo sessuale, alla genotossicità, e al microbioma intestinale.

Lo studio è stato condotto grazie a fondi raccolti dagli oltre 30.000 soci dell’Istituto Ramazzini. E’ stata lanciata una campagna di crowdfunding per finanziare un’indagine a lungo termine che permetta di estendere e confermare le evidenze emerse nello studio pilota e fornire risposte definitive ai diversi dubbi che rimangono sugli effetti cronici sulla salute dei GBHs, inclusi quelli cancerogeni.

FONTE: https://www.lifegate.it/persone/news/glifosato-monsanto-processo-stati-uniti Per aderire alla raccolta: https://glyphosatestudy.org/it/