Quasi tutti i giornali hanno riportato la storia di Matteo, un bambino di otto anni immunodepresso a cui è stato vietato l’ingresso a scuola a “causa” della presenza nella sua classe di alcuni bambini non vaccinati. In pochi, però, hanno approfondito veramente la situazione, dimostrando ancora una volta come la mala informazione del sistema mediatico e medico possa riuscire a NON far parlare di un tema, spostando l’attenzione e diffondendo sentimenti conflittuali e divisivi.

Negli ultimi giorni abbiamo conosciuto tutti, o quasi tutti, la storia del piccolo Matteo: un bambino di otto anni che ha lottato per mesi contro la leucemia. La maggior parte dei mass media ci ha poi raccontato di un bambino a cui non è permesso rientrare a scuola dopo la malattia, per “colpa” della presenza, nella sua classe, di alcuni bambini non vaccinati.

Matteo, quindi, si è trovato – suo malgrado – protagonista inconsapevole di una lotta mediatica e di potere che si sta giocando in Italia in questi mesi.

Ha solo 8 anni, e non può sapere che, quanto sta accadendo, nulla ha a che vedere con la sua voglia di tornare alla vita quotidiana: il suo nome, la sua malattia, le foto della sua famiglia, stanno facendo il giro del nostro Paese. Le notizie riportate da molti notiziari e quotidiani italiani sono un copia-incolla di informazioni, frammentate e non comprese, che queste testate giornalistiche stanno trascrivendo senza sentire la necessità di fornire ai loro lettori argomentazioni a riguardo. In questo modo, purtroppo, questi articoli diventano strumenti nelle mani di chi vuole diffondere malcontento e indica, come capro espiatorio, altri genitori e bambini, inseriti in modo spesso arbitrario nella categoria dei cosiddetti “no-vax”. L’ignoranza diviene conflitto: la rabbia aumenta e la disinformazione dilaga. La causa? Un giornalismo in cui troppo spesso le verifiche dei fatti e la ricerca di documentazione relativa a quanto trattato sono considerate inutile.

Anche alcuni medici hanno, però, una responsabilità a riguardo, in quanto sarebbe loro compito informare i propri pazienti, e non solo, sui rischi della salute con onestà intellettuale e professionale.

Le domande mancanti

È stato riportato che i bambini non vaccinati nella classe sono cinque, ma solo due di essi sono figli di genitori contrari alle vaccinazioni. Quali sono, dunque, le motivazioni degli altri tre bambini? Inoltre, se il bambino si è ammalato circa un anno e mezzo fa, era già stato sottoposto in prima persona al piano vaccinale? Quali sono stati i provvedimenti della preside e dei genitori per evitare che il bambino, in una condizione più che mai vulnerabile, entri a contatto con qualsiasi forma di infezione o malattia nel contesto più allargato della sua scuola?

L’attenzione mediatica è totalmente focalizzata sui casi di bambini non vaccinati: si trarrebbe dunque la conclusione che il solo problema e limite di Matteo sia questo.  Ma siamo sicuri che sia davvero così?

Cosa si intende per immunodepressione?

Il caso ha suscitato scalpore, in quanto, essendo il bambino immunodepresso, ogni condizione di esposizione a infezioni e/o malattie risulterebbe molto pericolosa per lui. L’immunodepressione è lo stato di un paziente che si trova ad avere ridotte difese immunitarie per cause diverse, tra queste le infezioni anergizzanti, le malattie croniche o la somministrazione di trattamenti chemioterapici antitumorali. In questa condizione è più difficile difendersi da microrganismi ambientali che causano malattie, come virus, batteri e funghi.

La quantità di virus e batteri: i rischi per gli immunodepressi

Per ricollocare il problema nel suo contesto, si ricorda che esistono centinaia di altri batteri e virus per cui non vi sono vaccini e parte di questi può causare malattie non più lievi, di parotite, rosolia e varicella infantili. Sul documento “Bimbi immunodepressi e compagni di scuola non vaccinati. Quanto è grande il problema?” (pubblicato sulla rivista Epidemiologia&Prevenzione e sul sito della Commissione Sanità del Senato)1, leggiamo infatti: “ll problema degli immunodepressi che frequentano la scuola in cui accede anche una minoranza di alunni non vaccinati va ridimensionato. Se le precauzioni che è opportuno adottare per gli immunodepressi si focalizzano sulle sole malattie prevenibili da vaccini, che costituiscono solo una piccola parte dei rischi infettivi complessivi, è probabile che si creino false sicurezze e aspettative. Ciò potrebbe risolversi, per paradosso, in aumento di esposizione a rischi infettivi per gli stessi bambini che si vorrebbero proteggere.” 2

Ricollocare il problema nel suo contesto

Il problema dei cinque bambini non vaccinati risulta essere, inoltre, non centrale se si analizza il contesto più generale dello stato di immunità nazionale, utilizzando una visione più allargata e oggettiva. Il bambino immunodepresso, nel rientrare nel suo contesto quotidiano, sarà esposto non solo ai rischi derivanti dai compagni di scuola non vaccinati, bensì a centinaia di persone non più immuni. In molti non sanno, infatti, che la famiglia, gli amici, i vicini, o persone con cui entrerà in contatto in luoghi affollati, seppur transitoriamente, secondo le ultime indagini epigemiologiche condotte in Italia, potrebbero non essere più immuni.

Questo è anche quanto emerge dal documento pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione, secondo cui “gli immunodepressi esistevano anche prima della Legge 119/2017, quando oltretutto le coperture vaccinali a 24 mesi per morbillo, parotite, rosolia e varicella, definiti MPR, e per V, erano rispettivamente ~85% e 30,7% nel 2015, ben al di sotto della soglia del 95%, che è comunque scientificamente fondata solo per il morbillo, mentre per le altre tre malattie la soglia di protezione per effetto gregge è più bassa. Chi intende tutelare questi soggetti, per avere idea dell’entità del problema può far riferimento alle statistiche di mortalità per MPRV negli ultimi lustri, anche precedenti l’introduzione delle vaccinazioni generalizzate antimorbillo, antirosolia e antiparotite (tutte nel 1999), e antivaricella (dal 2003, ma solo in 8 regioni).”3

L’ordine di grandezza del rischio

Secondo quanto emerso sopra, dunque, l’ordine di grandezza del rischio sarebbe da rivedere in quanto il bambino, entrando non solo a scuola, ma in qualsiasi luogo affollato, sarebbe esposto ad un numero elevato di persone che non sono state o non sono più immuni. Questo perché le vaccinazioni hanno una durata della protezione inferiore a quella della malattia naturale, la quale a sua volta ne ha una inferiore rispetto al passato. Prima dell’introduzione universale dei vaccini, infatti, la durata della protezione, era dovuta a rinforzi spontanei che nascevano con il presentarsi di infezioni asintomatiche o paucisintomatiche. Per questo motivo le generazioni precedenti si ammalavano in percentuale inferiore: proprio grazie a questi rinforzi accumulati nel corso della vita. Riducendo drasticamente la circolazione di alcuni germi, questi rinforzi spontanei cessano di esistere e pertanto anche l’immunità da malattia naturale potrebbe venir meno a maggior ragione quella vaccinale che ha una durata inferiore.

I vaccini per immunodepressi

I soggetti immunodepressi possono ricevere vaccini non a microrganismi vivi. Dunque il problema non si pone per difterite, tetano, pertosse, polio, epatite B ed haemophilus influenzae di tipo b, nonché per vaccini non obbligatori come antimeningococchi, antipneumococchi, antinfluenzale… Il rischio per gli immunodepressi, relativamente alle malattie coperte da vaccino per cui la legge 119/2017 prevede obbligo vaccinale, si limita in sostanza a morbillo, parotite, rosolia e varicella (MPRV). Peraltro, linee guida evidence based per la vaccinazione di soggetti immunocompromessi prevedono per candidati a trapianto di midollo l’immunizzazione preventiva (a distanza di almeno 4 settimane per MPVR), e per pazienti con cancro la possibile vaccinazione dopo tre mesi dalla fine della chemioterapia.” 4

Inoltre l’immunità di gregge tanto richiamata va esaminata per ogni singola malattia infettiva e per ogni vaccino, ad esempio il tetano è una malattia infettiva non trasmissibile, per la difterite il vaccino è costituito dalla tossina inattivata (anatossina) e non impedisce la circolazione del germe, per la poliomielite il vaccino ora in uso, con virus ucciso (IPV), fornisce protezione individuale ma non concorre a creare immunità di gregge. Per altre malattie il discorso è più complesso: ad esempio la vaccinazione per emofilo B ha diminuito le patologie causate del sierotipo b, ma ha aumentato i casi di infezione, anche mortali, causati da altri tipi capsulati e non capsulati (fenomeno del rimpiazzo), che in Italia oramai riguardano i ¾ delle malattie invasive da emofilo. Inoltre l’efficacia del vaccino è discutibile5. Il vaccino acellulare per la pertosse, oggi in uso, è poco efficace nel creare herd immunity perché l’immunità indotta dai vaccini acellulari è più limitata e di durata più breve del previsto e, pur proteggendo dalla malattia, protegge meno dalla infezione; inoltre i soggetti sottoposti a vaccini acellulari non sono in grado di bloccare la trasmissione del batterio.6

Perché il rischio non è il mancato vaccino

“Non sappiamo quante situazioni esistano in cui un bambino immunodepresso debba frequentare una classe dove vi siano più alunni non vaccinati. Ma certo nelle famiglie del bambino immunodepresso non sono affatto rare le situazioni in cui molti di coloro che gli stanno a stretto contatto per gran parte della settimana non sono vaccinati o hanno perso l’immunità anche nei confronti di MPRV. Non sembra però che questo problema sia molto avvertito, e forse è razionale che sia così, perché è l’altro problema a essere molto ingigantito, in modo ben poco razionale.

Maestre/i bidelle/i e dirigenti scolastici in maggioranza non sono immunizzati contro MPRV. Molti di loro, avendo contratto le malattie naturali in genere da bambini, presentano un’immunità duratura. Altri, soprattutto in era vaccinale, possono non aver contratto la malattia per la minor circolazione dei virus, o avere un’immunità che è svanita dopo un certo numero di anni e oggi in maggioranza non si stanno certo rivaccinando, e la minoranza che lo fa non adotta in genere cadenze frequenti. I dati Epicentro-ISS mostrano che un discreto numero di adulti che hanno contratto il morbillo negli ultimi anni era vaccinata, almeno con una dose.” 7

La via d’uscita è l’informazione

Purtroppo al giorno d’oggi si è diffusa la convinzione che una situazione complessa, in cui entrano in gioco diversi fattori, si possa trattare e risolvere in maniera semplicistica e superficiale. Così facendo, però, si tenderà a cercare soluzioni facili, senza approfondire tutte le componenti frammentate e complesse che sono parte del contesto in cui ci si sta muovendo. Vi invitiamo ad approfondire, pertanto, quanto citato in precedenza attraverso le fonti riportate qui di seguito per comprendere quanti elementi sono stati omessi e quanta semplificazione è stata realizzata in modo grossolano nella narrazione di questo caso.

 


Per approfondimenti:


Note:

1-2-3-4-7 Il testo completo del documento disponibile al link: http://www.paolobellavite.it/files/313_2019-ImmunodepressiEP-inpress.pdf

5 www.assis.it/emofilo-influenza-tipo-b-dati-delliss-smentiscono-documento-delliss/

6 www.assis.it/bacillo-della-pertosse-batte-furbizia-vaccino-gli-esperti-si-interrogano-sui-motivi/


Fonti: