Del Dottor Eugenio Serravalle

Dopo la Didattica a Distanza (DAD) è in arrivo la Telemedicina: la visita specialistica potrà essere effettuata attraverso un cellulare, un tablet, un computer in tutte quelle occasioni in cui non è indispensabile in contatto fisico con il paziente. Sono le visite che non richiedono l’esame obiettivo del paziente (tradizionalmente composto da ispezione, palpazione, percussione e auscultazione) ad essere erogabili in Televisita, come se fosse possibile sostituire il contatto umano, la comunicazione non verbale, il guardarsi negli occhi con uno schermo con dentro un professionista.

Le Commissioni Salute delle Regioni hanno elaborato il documento con le Linee guida.

Sarà sufficiente uno strumento tecnologico dotato di telecamera e microfono e un collegamento alla rete per accedere al portale web con cui i medici gestiranno i pazienti a loro assegnati. Occorre la prescrizione del medico di famiglia e la prenotazione obbligatoria tramite i Cup che dovranno adeguarsi e iniziare a gestire anche le agende delle Televisite, accanto a quelle delle visite tradizionali.

Nelle linee guida si raccomanda di evitare la Televisita nei casi di «pazienti con patologie acute o riacutizzazioni di patologie croniche in atto; pazienti con patologie croniche e fragilità o con disabilità che rendano imprudente la permanenza a domicilio». Almeno quello!

Per tutti gli altri pazienti, è preferibile questa modalità a causa di limiti logistici (spazi ridotti dove far attendere o visitare i pazienti), e la necessità di ridurre le potenziali occasioni di contagio (incremento delle procedure di sanificazione degli ambienti ad ogni prestazione ed il mantenimento del “distanziamento sociale”).

La telemedicina è tollerabile in condizioni di emergenza, quando una consulenza telefonica o multimediale ha supplito all’assenza di prestazioni in presenza, così come la didattica a distanza può essere una misura eccezionale, limitata per chi si trova in quarantena o è affetto da una patologia che rendere impossibile la presenza. Ma tutto questo non può essere la “normalità”: accettare la Televisita come pratica ordinaria e usuale significa spersonalizzare ancora di più la Medicina, già frantumata dalle iperspecializzazioni ed incapace di prendersi cura della persona nella sua totalità, nei suoi bisogni emotivi e spirituali oltre che fisici.

Una medicina concentrata sulla soppressione dei sintomi di malattia piuttosto che sulla persona che richiede assistenza trova così un modello organizzativo che dimentica l’umanità e l’importanza dell’empatia, la comprensione del sentire, del soffrire insieme, la capacità di dare sollievo e consolare al di là della prescrizione sul ricettario regionale.

La relazione di Cura e l’immedesimazione con il malato e il suo male non possono essere sostituite da una “modalità televisiva”.

L’umanizzazione delle cure è una qualità, un valore, un riferimento che non si può sacrificare ad una presunta efficienza, aziendalistica e tecnicistica, lontana dai bisogni reali.