Correva l’anno 1995, quando nel suo Secolo Breve Eric Hobsbawm affermava che la globalizzazione rappresentava la trasformazione più significativa del XX secolo:

«Il mondo è diventato un campo operativo unitario. Soprattutto negli affari economici il mondo è ora l’unità operativa primaria e le unità più vecchie, come “le economie nazionali” si sono ridotte a complicazioni delle attività transnazionali».

Spostando poi il focus a livello individuale, Hobsbawn concludeva: «Mentre i cittadini di questa fine secolo cercano nella “nebbia” globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita». Così, il Secolo Breve (il cui sottotitolo recitava profeticamente «L’era dei grandi cataclismi») si chiudeva lasciando aperti problemi nuovi e irrisolti: infatti, dopo un quarto di secolo, per quanto la globalizzazione sia assurta a “mantra” della nostra esistenza e del nostro agire economico e sociale, continuiamo a brancolare nel buio. A dire che se la globalizzazione l’abbiamo repentinamente “compresa” e poi “accettata” (secondo alcuni “subita”), non abbiamo ancora individuato le chiavi per “governarla”.


L’attuale fase di emergenza innescata dal Covid 19 sta dimostrando che abbiamo agito (e continuiamo ad agire) nei confronti della globalizzazione senza una precisa bussola, guidati essenzialmente dal panico e dall’incertezza, delusi (ma non è la prima volta) dal tradimento delle “magnifiche sorti e progressive”,
La pandemia del corona virus è senza dubbio un fenomeno di portata globale, se poi essa sia stata provocata dalla stessa globalizzazione non ci è dato sapere, né è granché utile saperlo, per quanto studiosi di diversa matrice intenderebbero avvalorare un rapporto di causalità invero di dubbia dimostrazione.

Un’altra ricorrente tentazione della comunità scientifica è quella di porre a confronto l’attuale scenario epidemico con omologhi episodi avvenuti nel corso della storia. Gli esperti della sanità, in primis, fanno riferimento all’influenza “spagnola”, gli storici alle ricorrenti pestilenze accadute nel corso dei secoli, così come gli economisti costruiscono improbabili parallelismi tra la crisi economica che si sta aprendo oggi con la crisi del 1929 o addirittura con la più recente crisi dei mutui sub-prime del 2007.

Credo che si tratti, a ben vedere, di tentativi sterili, perché la crisi innescata dal Covid 19 è del tutto nuova ed imprevista, e richiederà pertanto soluzioni altrettanto nuove e inesplorate.

A tal proposito val la pena richiamare la differenza in economia (e gli operatori economici dovrebbero tenerla ben presente) teorizzata da Frank Knight già negli anni ‘20 del Novecento, tra rischio ed incertezza. Se il rischio, infatti, risulta connaturato all’agire economico ed è suscettibile di essere misurato sulla base di calcoli e metodi di inferenza statistica, l’incertezza è fenomeno ontologicamente non misurabile, in quanto generato da fenomeni incogniti, ed è questo il caso dell’attuale pandemia del Covid 19 e dei suoi effetti sull’economia. Ciò spiega in buona misura l’atteggiamento di panico e di immobilismo che ha contrassegnato la prima fase con cui è stato affrontato il fenomeno pandemico. Infatti, se da un lato ci si chiedeva cosa fare, da un altro lato si invocavano interventi salvifici della “madre Europa”, piuttosto che degli Stati nazionali, ma di soluzioni e comportamenti su base individuale si è fatta estrema fatica a parlare, soprattutto a livello italiano. In questo senso la lezione della storia avrebbe dovuto insegnare che i modelli di cooperazione sociale ed economica rispondono ad obiettivi apparentemente solidaristici (o almeno non solo solidaristici) ma che invece rispondono ad obiettivi pragmatici, nella misura in cui le economie (siano esse globalizzate o semplicemente internazionalizzate) necessitano della partecipazione di più soggetti. Che poi i rapporti tra i diversi attori economici (ovvero tra le diverse economie nazionali) siano assolutamente asimmetrici è un dato di fatto, che meriterebbe opportuni approfondimenti.


Non è peraltro superfluo aggiungere che la crisi, non solo economica, ma etica e di progetto del mondo capitalistico è in corso da tempo, ma è stata colpevolmente nascosta “sotto il tappeto”, in quanto metteva in discussione le roccaforti del modello di globalizzazione affermatosi con il “Washington Consensus”. Infatti, comunque la si voglia interpretare – se come crisi congiunturale o come crisi strutturale e valoriale del sistema capitalistico – è innegabile che oggi si assiste al cedimento strutturale di quel modello di azione e di analisi economica fondato sul libero mercato, sulla prevalenza assoluta del self interest, sulla sostanziale assenza di fattori di riequilibrio gestiti dal soggetto pubblico che ha accompagnato per oltre due secoli la crescita e lo sviluppo delle economie più avanzate.

Se siano, questi fin qui descritti, i sintomi ancora in nuce della graduale maturazione di una nuova cultura è ancora difficile a dirsi, ma l’individuazione di un nuovo paradigma della crescita che coniughi relazioni, strategie e policy pubbliche rappresenta una sfida ineludibile, dal cui esito dipenderanno, probabilmente, le complessive prospettive di crescita del sistema capitalistico e con esso del nostro Paese.


Recentemente Joseph Stiglitz (mai tenero nei confronti delle istituzioni e delle politiche finanziarie europee) ha invitato a «non sprecare questa crisi», nella misura in cui ha ridato centralità al ruolo strategico del settore pubblico, oltre che alla necessità di azioni collettive e di una cooperazione globale. Argomenti e temi su cui ha focalizzato l’attenzione Enrico Giovannini (co-fondatore e portavoce, tra l’altro, dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), che ha richiamato in modo esplicito una frase pronunciata dopo la grande crisi economica del 2008 da Rahm Emanuel (all’epoca capo di Gabinetto di Obama alla Casa Bianca): «Non possiamo permetterci di sprecare una crisi come questa, è un’opportunità di fare cose che non si pensava di poter fare prima». Queste parole, lette oggi, esprimono con ogni evidenza il timore, che la pandemia (che è stata e sarà dirimente non solo in termini sanitari ma soprattutto economici) venga archiviata come una semplice parentesi, in attesa di tornare a dove eravamo prima. Sarebbe questo, prosegue Giovannini, un gravissimo errore, ovvero l’illusione che la crisi non rappresenti un “booster” di cambiamento verso un modello di sviluppo diverso, ma piuttosto un “killer” di quello stesso cambiamento.


In definitiva, dall’amara esperienza del Covid-19 ci sono delle lezioni che dovremmo imparare e delle sfide cui occorre rispondere con urgenza e in modo sinergico, ma non è affatto certo che lo faremo.