«L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla»

Issaiah Berlin

"Quattro saggi sulla libertà" , Feltrinelli, Milano, 1989

Fonti istituzionali autorevoli annunciano con orgoglio l’aumento delle coperture vaccinali ottenuto dalla Legge 119. Mezzi d’informazione suonano la grancassa, esaltando la sconfitta dei movimenti dei genitori e dimenticando che una buona parte dei bambini non era in regola non per scelta dei genitori, ma per motivi diversi (difficoltà di accesso ai servizi vaccinali, dimenticanza, ritardi, per esempio).

Poteva essere altrimenti, dal momento che le famiglie si sono ritrovate a dovere scegliere tra non fare frequentare le strutture educative ai figli da 0 a 6 anni o eseguire subito le vaccinazioni che avrebbero somministrato magari con tempistiche e modalità differenti? I genitori classificati come “contrari alle vaccinazioni”, sulla base di uno studio italiano[1], sono risultati essere lo 0,7%, mentre il 15,6% sono stati definiti “esitanti”.

Una percentuale di persone contrarie ai vaccini rientra nella fisiologica disparità di opinioni presente in qualsiasi società; il loro numero è tale da non rappresentare una minaccia alla salute pubblica. L’obbligo ha colpito sopratutto chi non è contrario alla pratica vaccinale, ma vive con indecisione, incertezza, ritardo, riluttanza il momento di far vaccinare i propri figli. Contro costoro si è ricorso al bastone, preferendo l’imposizione all’adesione consapevole, sottraendo loro un diritto, uno spazio di libertà.

 

Se per Libertà si intende, secondo Wikipedia, la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla, è fuor di dubbio che nel nostro Paese viviamo in una situazione di restrizione degli spazi di libertà, e quindi di democrazia.
Si è operata tale restrizione senza un’effettiva necessità o urgenza: il calo delle coperture vaccinali non era tale da impedire la realizzazione dell’effetto gregge (ad eccezione che per il morbillo), i provvedimenti che hanno imposto l’obbligo hanno riguardato anche malattie non trasmissibili (il tetano), l’assenza dell’urgenza epidemiologica è stata affermata persino dal Presidente del Consiglio del governo che ha deliberato il decreto-legge.

“Il fine giustifica i mezzi” si afferma comunemente quando si intende nobilitare le scelte della politica in chiave razionale e scientifica, giustificando le azioni scorrette ma utili a salvaguardare l’ordine ed il potere dello Stato. Era davvero necessario sacrificare questa libertà?

Intendiamoci bene: la libertà di cui si parla non è tra una forma di tutela della salute e il diritto di metterla a repentaglio in nome di un’astratta libertà dell’individuo. Da questo punto di vista, un genitore non ha libertà di scelta: ha una sola scelta, e un solo obbligo morale: quello di mantenere integra la salute dei propri figli. Nessun farmaco, nessun vaccino è esente dalla possibilità di causare un evento avverso, e per questo non si adopera una scelta tra una sicurezza totale da un lato, e un margine di rischio dall’altro, ma tra due margini di rischio (i rari danni da vaccino contro il rischio di contrarre una malattia più o meno rara, o più o meno grave). È allora logico e naturale che non ci siano obblighi e che venga data la possibilità di scegliere il modo in cui intendiamo preservare la salute nostra o quella di nostro figlio, spiegando in modo chiaro e completo i vantaggi e i rischi, distinguendo tra i vari vaccini e le diverse malattie, proprio come quando ci viene spiegato quale rischio corriamo ad affrontare una qualsiasi terapia utile a mantenere la nostra salute e quale rischio affrontiamo se decidessimo di non sottoporcene.

Questa libertà va garantita se non si mette a rischio la salute collettiva, proteggendo anche i bambini fragili, quei soggetti che per età o per particolari condizioni patologiche non possono eseguire le vaccinazioni. Questi bambini non devono essere privati del diritto di andare all’asilo (la legge è diversa, però, per la scuola dell’obbligo) a causa del rischio di contrarre malattie prevenibili, anche se queste sono una minima percentuale rispetto alle centinaia e centinaia di germi cui sono esposti frequentando i loro compagni, a scuola e in qualsiasi altro ambito sociale. Si afferma che potrebbero essere garantiti se raggiungessimo il 95% di copertura vaccinale, quel valore che determina l’immunità di gruppo e assicura la scomparsa di virus e batteri dalla circolazione. Il 95% è indicato spesso come la soglia da raggiungere per assicurare la protezione per tutti, ma in realtà la percentuale varia a seconda del virus o del batterio e del vaccino disponibile, della sua efficacia, della durata della protezione, e di tanti altri fattori.

Limitiamoci a pochi esempi: per il tetano, che non ha una trasmissione da uomo a uomo, non esiste un’immunità di gruppo; per malattie a bassa o media contagiosità occorrono percentuali di vaccinati più basse; per le infezioni da meningococco la riduzione del rischio di contagio passa attraverso la diminuzione del numero di portatori sani, obiettivo non raggiungibile con la sola vaccinazione dei bambini. Per alcuni vaccini è particolarmente difficile raggiungere l’immunità di gruppo perché sono in grado di proteggere solo da alcuni ceppi del batterio, come nel caso di pneumococco o emofilo. Per altri dipende dalla scarsa efficacia del tipo di vaccino, dalla brevità dell’azione protettiva, per la presenza di ceppi resistenti, come per la pertosse. Ma i bambini fragili non devono temere queste malattie perché possono essere tranquillamente sottoposti a queste vaccinazioni, dal momento che non possono eseguire solo quelle con virus vivi attenuati, come morbillo, parotite, rosolia,varicella. Il morbillo è una malattia a contagiosità molto alta, per cui è necessario raggiungere proprio il 95% di vaccinati per interrompere la circolazione del virus, che non va però interrotta solo tra i bambini, ma anche tra adolescenti e giovani adulti (sono proprio loro i soggetti più colpiti nel corso di questi ultimi due anni). Per limitare la circolazione del virus del morbillo occorre ridurre il numero complessivo di persone suscettibili, e quindi anche una copertura del 95% tra i bambini potrebbe non essere sufficiente. Inoltre, la soglia dell’immunità di gruppo è stimata presupponendo che i vaccinati e i non vaccinati siano distribuiti in modo del tutto casuale nella popolazione.

La Legge 119 ha espulso dal sistema educativo pubblico migliaia di bambini, che si aggregheranno in spazi e contesti sociali comuni, creando delle realtà in cui il numero di persone suscettibili è maggiore, con il rischio che in quel contesto si sviluppi un focolaio di infezione. Qualcuno esulterà se questo dovesse accadere, noi siamo preoccupati perché intendiamo difendere la salute e i diritti di tutti i bambini a prescindere delle convinzioni personali dei loro genitori. Ultimo motivo per cui il 95% di copertura potrebbe non essere sufficiente è rappresentato dalla possibilità, anche in assenza della circolazione del virus in Italia, che una persona proveniente da un altro paese possa introdurre nuovamente il virus e causare l’infezione tra i non vaccinati o tra chi non ha risposto al vaccino o ha perso l’immunità. E’ quanto succede regolarmente negli USA, dove, pur avendo raggiunto l’obiettivo di bloccare la circolazione del virus nel 2000, continuano a manifestarsi casi di infezioni e limitate epidemie. Pertanto, anche una copertura del 95% non potrà impedire l’insorgenza di casi di morbillo, e chi ha alimentato questa falsa illusione perderà ulteriore credibilità e autorevolezza.

I danni provocati dal “cortocircuito tra diritto e scienza[2]” non riguardano solo chi è pregiudizialmente contro i vaccini, che non vaccineranno i figli, anche se pagheranno le sanzioni economiche e non manderanno i figli all’asilo, né i genitori “esitanti”, ma tutti i cittadini e persino le Istituzioni. Una vittima certa è l’autorevolezza dei medici che abdicano dal proprio compito di informare e assistere adeguatamente i pazienti.

“Con quale profitto ci si dovrebbe oggi rivolgere al proprio medico di fiducia per un consiglio riguardante le vaccinazioni se la risposta non può che obbligatoriamente ricalcare quella dettata dagli ordini? E se anche l’interpellato aderisse convintamente a ciò che gli è stato imposto, come può il paziente sapere se si tratta di un’adesione in scienza e coscienza e non piuttosto di una risposta dettata dal timore delle sanzioni? Che chi ripete ciò che deve ripetere ci crede davvero, che è in buona fede? Non può. Sicché non si può fidare[3]”.

 

Altra vittima è proprio colei in nome della quale si afferma di avere introdotto queste norme: la scienza. Si esclude di fatto la possibilità di approfondimenti e di dibattiti utili ad acquisire nuove conoscenze, a migliorare le competenze scientifiche e a sviluppare pratiche più vantaggiose.

“La scienza non può mai dirsi portatrice di certezze assolute, pena una contraddizione con la definizione stessa di scienza intesa in senso moderno. In campo medico, come in ogni campo scientifico, il ruolo primario spetta alla pratica del dubbio scettico, dovendo invece essere evitato ogni approccio di natura dogmatica. La scienza medica deve essere intesa (dal potere politico, dalla società civile e, soprattutto, da sé stessa), qui come altrove, come portatrice della migliore esperienza oggi disponibile, i cui esiti siano sempre migliorabili e suscettibili di revisione: e dunque sempre contestabili[4]”. Un atteggiamento dogmatico e assolutista, che esalta la pratica vaccinale con tutti i vaccini possibili, affermandone sempre e comunque l’efficacia e negandone le reazioni avverse, impedisce di fatto ricerche, investimenti per prodotti migliori, nonostante la necessità di una vaccinologia personalizzata e individuale sia invocata da ricercatori prestigiosi[5] che certo non possono essere iscritti all’elenco dei medici “eretici”.

 

Ricorrere a trattamenti obbligatori potrà pure fare aumentare lievemente le coperture vaccinali, ma introduce in maniera subdola e pericolosa un modo diverso di intendere i rapporti tra Stato, Istituzioni sanitarie e cittadini, che non sono più visti come una ‘risorsa’, come utili alleati nel contrasto alle malattie, ma sudditi cui imporre un trattamento deciso da altri, contro la loro volontà. Non sono più alleati da cui ottenere il consenso informato per creare un’alleanza terapeutica efficace, ma “somari raglianti” cui si deve negare il diritto di comprendere, capire e partecipare.

E’ invocata, ormai, l’esclusione dei bambini non solo scolastica, ma sociale in senso più ampio: “Isolata o vaccinata” recita la campagna realizzata dall’ Ordine dei medici di Como che mostra una bambina sola, abbracciata al suo pupazzo e separata dal gruppo dei coetanei.  Si auspica la sottrazione della “potestà genitoriale” ai genitori “egoisti irresponsabili, ignoranti che seguono superstizioni senza senso”.

Un attacco così feroce alla libertà individuale per un aspetto così marginale della vita sociale è irragionevole: in fondo le vaccinazioni hanno un impatto molto ridotto rispetto ad altre misure più efficaci per tutelare la salute degli individui e permettere ingenti risparmi alla società. La libertà dei singoli comporta spesso rischi per la collettività e costi economici da sostenere. Nonostante un’ampia e qualificata letteratura scientifica medica abbia quantificato i benefici di fattibili interventi comportamentali e ambientali che la Sanità pubblica potrebbe promuovere, lo Stato non rinuncia alla vendita del tabacco, permette la pubblicità degli alcoolici, non sancisce limiti al consumo di carni rosse e lavorate, non impone ogni giorno almeno 5 porzioni di frutta/verdura, 20 grammi al dì di frutta secca oleosa, cereali integrali, non costringe ad allattare al seno almeno 6 mesi, non punisce chi non pratica regolare attività fisica, né vieta l’escursionismo in montagna, o gli sport estremi, ma nega la libertà di cura.

Non ci auguriamo, naturalmente, norme che limitino questi comportamenti, pur essendo noti i danni e i rischi, numericamente molto maggiori di quelli riconducibili alla mancata effettuazione di alcune vaccinazioni. Con l’obbligo vaccinale si inaugura una “immunità di legge” che può essere l’anticamera di restrizioni che colpiranno fette sempre più ampie di popolazione, con ricadute sulla vita democratica del nostro Paese.

Non è troppo tardi per ricordare che: «L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla» (Isaiah Berlin, Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano, 1989).

[1] Giambi C et al. Parental vaccine hesitancy in Italy – Results from a national survey. Vaccine (2018)

[2] Bianchini R.Vaccini obbligatori per decreto legge: scienza moderna e “scienza di Stato” 08/06/2017 http://www.altalex.com/documents/news/2017/05/29/vaccini-obbligatori-per-decreto-legge-scienza-moderna-e-scienza-di-stato

[3] Il Pedante e Pier Paolo Dal Monte Immunità di legge I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza 2018 Imprimatur

[4] Bianchini, ibidem

[5] Il Gruppo di Ricerca sui Vaccini della Mayo Clinic nel Minnesota, diretto dal dott. Gregory Poland prefigura una nuova era, che definiscono “vaccinologia 3.0” o appunto vaccinologia personalizzata, in cui l’uso della genomica e di approcci sistemici permetterà di poter fornire “il giusto vaccino al dato paziente, per giusti motivi e alla giusta dose”, con un miglioramento degli outcome medici e costi ridotti a livello di popolazione. “Ha senso nel 21° secolo dare lo stesso vaccino, la stessa dose e alla stessa frequenza a tutti, a prescindere da età, peso, genere, razza, genotipo e condizioni mediche associate?”