A cura del Professor Giulio Tarro

IM000499.JPGIl professor Giulio Tarro, virologo, presidente della Commissione Unesco sulle Biotecnologie della Virosfera, interviene sulla vicenda che ha visto scatenarsi un allarme internazionale per la diffusione del virus Ebola in alcuni Stati africani. Vi riportiamo il suo intervento.

Introduzione

La chiave di lettura per il controllo della malattia causata dal virus Ebola è la possibilità di fare una rapida diagnosi che porti all’isolamento del paziente mediante un trasporto sicuro e quindi al suo trattamento come soggetto infetto. Bisogna risalire anche alle persone con cui l’ammalato è stato in contatto perché questi individui possano essere monitorati. Nel caso sviluppino sintomi di malattia andranno sottoposti a test specifici di laboratorio che nel caso di positività li porteranno con modalità di sicurezza a centri sanitari per il loro trattamento.

Pazienti non trattati presentano una mortalità del 60-90%, mentre le cure mediche efficaci riducono la mortalità sotto il 30%. Secondo il Centro per il controllo delle malattie (CDC) di Atlanta (USA), il 60% degli individui contagiati non viene diagnosticato, con la prospettiva potenziale di centinaia di migliaia di casi per il 2015. I pazienti infetti diventano contagiosi quando cominciano a mostrare sintomi di malattia. Senza effettivo isolamento, la crescita delle infezioni viene raddoppiata in 20 giorni e pertanto, non seguendo le strategie di controllo prima citate, si può prevedere un altro caso di contagio per ogni persona infettata.

Diagnosi

I sintomi della malattia da virus Ebola sono simili alla malaria, alla febbre tifoide, all’influenza, quindi la diagnosi va effettuata per mezzo di un test su sangue mediante PCR (reazione a catena della polimerasi).
Per il trasporto dei pazienti servono veicoli appositi forniti di protezione specifica e disinfezione con addestramento degli operatori locali addetti al trasporto. Le località di trattamento sono basate su tende apposite situate in aree di territori soggetti all’epidemia.
Le Nazioni Unite hanno risposta all’emergenza Ebola con la missione UNMEER (United Nations Missions for Ebola Emercency Response). La tecnologia degli smartphone, che permette di seguire l’epidemia in tempo reale, ha già portato al controllo dell’epidemia in Nigeria in 6 mesi.

Interventi sperimentali

La proposta di indagini controllate randomizzate (Randomized Controlled Trials, RCT) con nuovi farmaci per l’Ebola ha dato origine a discussioni su aspetti pratici ed etici.
La prima obiezione è di natura etica sull’uso di farmaci sperimentali rispetto a cure convenzionali con un’alta mortalità, anche del 70%. La seconda obiezione è di natura pratica, in quanto la randomizzazione non è perseguibile nel contesto di sistemi di cura della salute come quelli in Liberia, Guinea e Sierra Leone.
Addirittura insistere sugli RCT potrebbe perfino peggiorare l’epidemia riducendo la fiducia sui centri di trattamento dell’Ebola.

Situazione socio sanitaria

L’emergenza induce a riflessioni urgenti sulle credenze e sui comportamenti nei riguardi di questa venticinquesima epidemia africana, la prima nella regione occidentale. La credibilità sanitaria, le pratiche dovute a un certo retaggio culturale, il comportamento umano contribuiscono ad alimentare la diffusione dell’epidemia.

Le preoccupazioni, i miti, le cospirazioni debbono essere conosciuti e compresi per ridurre la mortalità. L’insofferenza civile, il sospetto e l’aggressione nei riguardi degli operatori sanitari, i militari americani ed inglesi visti come invasori, il collasso socio economico dei paesi più colpiti, già causa di insicurezza alimentare potrebbe esacerbare gli effetti distruttivi dell’Ebola e creare violenza.

Il ritardo di efficaci misure di controllo dell’infezione e del trattamento sanitario rappresentano una sfida per scatenare conflitti territoriali.

Prognosi

Se non è possibile fare diagnosi di Ebola, le persone non vengono curate e quindi muoiono: questo ormai è un postulato per la situazione delle regioni africane colpite dall’attuale epidemia. Bisogna pertanto arrivare ad una pronta diagnosi, una terapia efficace di supporto immediata ed il 90% sopravviverà. Ovviamente è necessario rattoppare la rete di comunicazione, rinforzare il trasporto, correggere le inaffidabili sorgenti di energia.
Il CDC di Atlanta e l’esercito americano hanno aiutato ad installare, fornendo personale ed apparecchiature, quattro nuovi laboratori in aggiunta ai cinque della Liberia, ai quattro della Sierra Leone, ai tre della Guinea: cento test di laboratorio al giorno per fare fronte ai diecimila nuovi casi per settimana a dicembre 2014. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) serve un maggior numero di laboratori per svolgere la PCR, la metodica diagnostica per l’Ebola virus (EBOV).
Se si vuole vincere questa epidemia bisogna far sì che il 70% della popolazione con Ebola sia isolata e curata. Il 30-50% della gente che si reca ai centri clinici dei medici senza frontiere, gente che è negativa per Ebola ma affetta da altre malattie, incontra pazienti con il virus e così viene aumentata la possibilità della trasmissione dell’infezione.

Prevenzione

Già nel 2002 il Dr. Bruce Ribner aveva fatto in modo che all’Emory University Hospital di Atlanta in Georgia (USA), fosse allestito un reparto apposito per l’Ebola, seguito successivamente da altri Stati come Nebraska, Montana e Maryland. Il CDC di Atlanta ha dovuto rivedere la normativa dell’isolamento e della quarantena dopo che il visitatore della Liberia, contagiato e ricoverato, Mr Duncan, è morto nel reparto di emergenza del Texas Health Presbeterian Hospital di Dallas, con 76 addetti e l’infezione di due infermiere. La prima, Nina Pham, è sopravvissuta, primo caso americano di Ebola, e la seconda, Amber Vinson, è stata ricoverata all’Emory dopo il Dr. Kent Brantly della Liberia.
I numeri come sappiamo sono di novemila casi a metà ottobre con previsione di 70% di mortalità e raddoppio dei casi ogni paio di settimane con previsione dell’OMS di un milione e quattrocentomila nel 2015. Da una parte vengono proposti vaccini potenziali ed antivirali, dall’altro quarantene di isolamento in corsie di sale ospedaliere. 416 operatori sanitari sono stati infettati nell’Africa occidentale con 233 morti, mentre la Sierra Leone richiede 700 dottori e 3000 infermiere. Il CDC ha già mobilitato mille esperti di cui 150 in Africa occidentale.

Siti vari e soluzioni

Consideriamo adesso tutta una serie di problematiche che sono scaturite da questo primo anno di epidemia.
Il CDC come l’OMS ha inizialmente preso sotto gamba la situazione, ma gli ospedali americani sono stati pronti per l’Ebola con linee direttive di protezione e sistemi di cura della salute che hanno evitato panico e non calcolato male per i nuovi casi.
Il virus non è soggetto a mutazioni e non è contagioso per via aerea come l’influenza, solo i liquidi del corpo sono contagiosi.
I soggetti esposti al virus vanno messi in quarantena, mentre i pazienti con sintomi tipo Ebola vanno isolati. Gli ufficiali sanitari possono ordinare la quarantena non più lunga di 21 giorni ai pazienti per proteggere la salute pubblica. È un diritto dei pazienti che l’ospedale non riveli i loro nominativi.

Vaccini e terapie

Il vaccino usa la strategia del cavallo di Troia con un vettore virale benigno e una proteina di superficie del virus Ebola verso cui l’individuo ricevente produce anticorpi cellulari specifici. Nella fase preliminare sulle scimmie si è usato un richiamo come adiuvante che non è previsto nella applicazione sull’uomo. Un altro vaccino studiato in Canada utilizza un altro virus vettore che di per se è più immunizzante perché non ha bisogno del richiamo. Data l’emergenza, bisogna autorizzare una scorciatoia sui problemi bioetici e sulla interpretazione dei dati che verranno raccolti. Di fronte all’offerta dell’isolamento del paziente e della potenziale quarantena dei soggetti contattati, questo vaccino rappresenta una risoluzione perché ci troviamo in paesi poveri, con sistemi di sanità che non funzionano e risposte lente all’urgenza così conclamata. Esistono terapie con anticorpi monoclonali ancora da provare e soprattutto i classici anticorpi specifici prodotti dai soggetti guariti (immunoterapia passiva). Il vaccino italiano non è più tale perché la GlaxoSmith-Kline(GSK) lo ha acquisito e lo sviluppa con la collaborazione  dell’Istituto Nazionale della Salute (NIH-USA) cioè il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). Se attualmente la mortalità con Ebola e’ del 50% e si constata che il vaccino protegge per il 50%, qual è il significato dello stesso? Dal momento che l’OMS lo ha accettato diventa un vaccino ufficiale! Non è mai abbastanza sottolineare che il vaccino può essere un mezzo di prevenzione e non di guarigione!

Fonti di contagio

Le superfici toccate dal virus non vengono considerate ad alto rischi di contagio. I liquidi corporei sono pericolosi per le effrazioni della cute o delle mucose (naso, bocca, occhio). Nell’epidemia di Gulu in Uganda del 2000-01 viene citato un caso individuale che ha dormito con la coperta di un paziente affetto da Ebola.
Nel 2007 uno studio finanziato dal CDC ha studiato oggetti e letti dove hanno pernottato pazienti contagiati da Ebola e trovati negativi per il virus; forse la carica virale era troppo bassa per essere determinata o le superfici contaminate non erano più infette dopo la pulizia. Il CDC stabilisce che le superfici vengano decontaminate rapidamente.
Un bando che vieti i viaggi da e per l’Africa occidentale avrebbe come conseguenza che la gente riuscirebbe a passare in qualche modo, mentre lo screening attuale dei viaggiatori prima della loro partenza dall’Africa e dopo il loro arrivo negli USA, Europa, eccetera, pone gli operatori sanitari nelle migliori condizioni nel riportare qualsiasi caso di Ebola che dovesse sviluppare.

Previsioni

Una volta che si è sopravvissuti alla malattia si è immuni per sempre? Finora non è stato osservato un solo caso di recidiva. Le scimmie che sopravvivono sono in grado di evitare un’altra infezione, come succede per esempio con la varicella.
La possibilità che l’epidemia si estenda al di fuori dell’ Africa occidentale non sembra reale: infatti sia il Senegal che la Nigeria sono stati dichiarati ufficialmente liberi dal virus, dopo i casi iniziali. D’altra parte per esempio Spagna e Stati Uniti, forniti di sistemi solidi nel controllo della sanità, con strumenti ed apparecchiature per contenere e debellare le malattie infettive, hanno dimostrato un rischio molto basso per fare attecchire l’Ebola virus.
Gli ospedali dispongono in maniera sicura dei liquidi corporei dei pazienti affetti da Ebola ovviamente non eliminandoli normalmente, ma debbono essere prima sterilizzati mediante autoclave o inceneritori. Le scorie terminali possono essere scaricate nella tazza dei gabinetti. In USA i sistemi di servizio sono disegnati per inattivare gli agenti infettivi attraverso la disinfezione con candeggina e sbiancanti a base di cloro.

Prospettive

Finita l’Ebola si pensa già ad una nuova influenza aviaria oppure ad un aumento dei casi della malattia dei cammelli causata da un coronavirus come la SARS (MERS: Midle East Respiratory Syndrome), proveniente dall’Arabia Saudita nel 2012 e con due casi in USA nel maggio 2014.
Abbiamo visto come sono stati segnalati pochi casi di Ebola al di fuori dell’Africa occidentale. Perché la gente viene presa dal panico? È proprio della natura umana andare incontro ad una paranoia di massa mediante i mezzi di comunicazione.
Dalla peste nera del 1300 in Europa all’epidemia di HIV/AIDS degli anni 80, dalle epidemie influenzali alle malattie cardiovascolari, si assiste ad una iper-reazione di fronte ad una possibilità infinitesimale di ammalarsi di Ebola, mentre vi sono problemi molto più seri e pericolosi: al primo dicembre 2014, giornata mondiale dell’AIDS, sono stati registrati oltre un milione di morti nell’Africa Subsahariana dovuti all’infezione da HIV.

Tutto il mondo chiede come aiutare i paesi Africani sede dell’epidemia cioè Sierra Leone, Guinea e Liberia. Hanno bisogno di denaro, di donazioni, di operatori sanitari, di tutto e di più, nonostante l’impegno dei medici senza frontiere, della croce rossa e del CDC (USA).

CEPPI DI EBOLA VIRUS (EBOV)

SPECIES

VARIANTI

ANNI

MORTALITA’ %

Zaire

Equatorial

1976 DRC (c )

70-90

1995-96 DRC, Gabon

2002 Gabon

2007 DRC

2014 DRC

West African

2014 Guinea

55

2014 Sierra Leone

55

Sudan

Sudan

50

Uganda

Bundibugyo

<40

Tai Forest (a)

Ivory Coast

0

Reston (b)

Philippines

0

  1. Infezione umana singola, non fatale, in ricercatore infettatosi con la autopsia di uno chimpanzè.

  2. Malattia in primati non umani, non nell’uomo (asintomatica)

  3. Repubblica democratica del Congo

Leggi anche: Ebola, l’epidemia che non si è voluta evitare

http://www.ilcambiamento.it/medicina/ebola_lancet_virus.html

Vaccino pericoloso ma non si fa causa a Big Pharma

http://www.aamterranuova.it/Medicina-Naturale/Ebola-vaccino-pericoloso-ma-non-si-fa-causa-a-Big-Pharma