Andrà tutto bene: la scienza ci salverà – Sarebbe bello, ma al momento è solo una speranza, se non un’utopia. Quel che è certo, ad oggi, è che la scienza ha creato il problema.
 
Per rendersene conto, è utile riflettere sulla nostra storia e sul nostro stile di vita.
 
Tutte le epidemie di cui si ha memoria sono arrivate in un momento di forte debolezza della popolazione: in seguito a carestie, guerre o catastrofi naturali. Ogni agente patogeno, anche il più virulento, ha bisogno di un “terreno” favorevole su cui attecchire. E il terreno, ovviamente, siamo noi: come singoli e come umanità.
 
Cosa ci ha reso vulnerabili al coronavirus? Qual è stata, questa volta, la “catastrofe” che abbiamo subito?
Purtroppo la calamità che si è abbattuta violentemente sul nostro ambiente e sui nostri corpi, è stata il nostro stesso progresso tecnico-scientifico incontrollato, incosciente e regolato dal profitto anziché da principi etici.
 
  • La moderna urbanistica ha reso possibile la creazione di ambienti sovraffollati come mai prima nella storia, contribuendo alla rapida trasmissione delle malattie infettive.
 
  • La moderna veterinaria ha consentito lo sviluppo di allevamenti intensivi malsani, facile terreno per lo sviluppo di nuovi agenti patogeni.
 
  • La moderna finanza ha separato il profitto dal lavoro, sostenendo un’economia basata su consumi folli e disparità sempre più marcate; e sappiamo tutti che il coronavirus colpisce con maggior frequenza a gravità le classi sociali disagiate, tanto da indurre Richard Horton a parlare di “sindemia” sulle pagine del Lancet.
 
  • La moderna industria ha inquinato l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo: introduciamo tanto (troppo) cibo ma siamo malnutriti come in piena carestia, e addirittura “mal-respiranti”.
 
  • La moderna medicina è riuscita a cronicizzare moltissime malattie, senza però trovare il modo di guarirle definitivamente, contribuendo a creare un’enorme popolazione di soggetti fragili.
 
  • I moderni trasporti hanno permesso di spostarci da un capo all’altro del mondo con un ritmo frenetico, convulso, insensato, favorendo la diffusione di vecchi e nuovi patogeni.
 
L’abuso di tv, smartphone e videogiochi ci ha strappato alla nostra realtà fisica proiettandoci in un gradevole mondo di distrazioni, in cui la percezione di noi stessi e del nostro corpo risulta gravemente alterata: così non ci accorgiamo neppure di quanto siamo malati e non pensiamo a porvi rimedio.
 
In questo contesto così malsano, il coronavirus ha avuto semplicemente il ruolo di infezione opportunista.
 
La scienza ha prodotto oggi, forse, un vaccino efficace… ma questo non ci rende più sani. Una vita rispettosa della natura e degli uomini ci renderebbe sani. E anche felici. Ma siamo disposti a tutto pur di non mettere in discussione il nostro amato stile di vita tecnocentrico: disposti a rinunciare alle libertà individuali, disposti a ghettizzare chi non si allinea, disposti a perdere umanità e tolleranza.
 
Che importa abbracciare gli amici se abbiamo facebook, o viaggiare se abbiamo la realtà virtuale?
 
E perché rafforzare le nostre difese immunitarie recuperando un concetto di salute globale, quando abbiamo già pronto un vaccino che sembra efficace “nel 95% dei casi”?
 
Certo, questo vaccino presenta ancora qualche piccolo, insignificante problema: non sappiamo quanto duri l’immunità; non conosciamo gli effetti delle somministrazioni ripetute, che verosimilmente saranno necessarie; non abbiamo ancora il tempo d’osservazione utile a valutare l’ effetto che avrà sulla catena dei contagi, perché non è chiaro se riesca a impedire la diffusione; non siamo in grado di prevedere se e quanto resterà efficace in caso di mutazioni del virus, né se possa addirittura favorirle per pressione selettiva; ignoriamo se possa avere effetto cancerogeno (il potere mutageno non è stato testato); non abbiamo considerato quali potrebbero essere gli effetti di errori nella conservazione e nella distribuzione, errori facilitati dall’eccezionale difficoltà di stoccaggio e manipolazione; non abbiamo idea di quali siano i possibili effetti collaterali rari, né quelli a lungo termine; non siamo neppure sicuri che sia in grado di ridurre significativamente le infezioni gravi e la mortalità.
 
Quel che è certo è che, per la prima volta nella storia, si somministrerà direttamente materiale genetico (mRNA) a un enorme numero di esseri umani sani, in un arco di tempo così breve da non consentire dietro-front: se tra 12 o 20 mesi malauguratamente ci accorgessimo di un effetto collaterale a lungo termine, sarebbe troppo tardi per cambiare rotta perché la maggioranza della popolazione avrebbe già ricevuto il vaccino, compresi i soggetti con bassa o bassissima probabilità di sviluppare gravi sindromi connesse all’infezione da  coronavirus (cioè i giovani senza pregresse patologie), per i quali il rapporto rischio-beneficio andrebbe forse valutato con maggiore prudenza.
 
Ma sono solo dettagli privi di importanza, che non ci impediscono di accoglierlo con la fiducia cieca e l’acritico ottimismo cui con va salutato l’ultimo ritrovato del nostro infallibile progresso.
 
Adesso si, possiamo dipingere arcobaleni da appendere ai nostri balconi, sicuri che “andrà tutto bene”.
 
A patto che tutti si vaccinino. A patto che non ci siano dissidenti, dubbiosi o reticenti.
 
Per giustificare l’intolleranza verso chi non vuole al momento vaccinarsi, soprattutto tra gli operatori sanitari, si invoca in modo poco razionale “l’immunità di gregge”: concetto quanto meno azzardato, per non dire fantasioso, per un virus di cui sappiamo ancora pochissimo e per un vaccino di cui sappiamo ancora meno.
 
In realtà, quello che disturba è il dubbio in sé: abbiamo un tremendo bisogno di aggrapparci a qualcosa, di sperare in qualcosa. Siamo spaventati e stanchi. E di fronte ai dubbi, tremiamo. Come se uno sparuto manipolo di scettici avesse il magico potere di rendere il vaccino inefficace per tutti gli altri. Affinché il vaccino funzioni, dobbiamo crederci. Tutti. Per forza. E se avremo fede che non abbia effetti collaterali, certamente non li avrà, e se li avrà non ce ne accorgeremo, e se ce ne accorgeremo non li segnaleremo, e se li segnaleremo non li riconosceremo: perché se il vaccino non fosse la soluzione, saremmo perduti.
 
Comprendo il bisogno di sperare, ma rivendico il diritto di scegliere in cosa sperare. Anche se vaccinati, se non cambieremo modo di vivere, resteremo ciò che siamo: deboli, malati e infelici. 
 
La nostra attuale scienza si è spesso dimostrata in grado di risolvere qualche problema, ma sempre al prezzo di crearne di nuovi.
 
Personalmente, non nutro grandi speranze nella tecnologia. La mia speranza è che questa crisi abbia posto nel seno di alcune anime una scintilla di coscienza e di autocritica.
 
Piuttosto che tuffarmi nella frenesia di una ricerca scientifica che corre più veloce dell’ etica, preferisco affidarmi al ritmo eterno della Natura, consapevole dell’insignificanza  e della sacralità della mia vita. Insignificante rispetto al Cosmo, e sacra perché parte di Esso.
 
Ma in cosa consiste la sacralità della vita?
Consiste nel tentare di evitare la malattia e la morte grazie alla tecnologia dell’ RNA messaggero, che induce le cellule a produrre una proteina che sia di nostro gradimento (questo vaccino è la prima applicazione, ma ve ne sono potenzialmente moltissime altre)? O consiste nel non manipolare i principi biologici su cui la vita stessa si fonda, anche a costo di accettare che a volte ci si ammala e si muore? Entrambe le risposte sono possibili.
 
Personalmente continuo a sperare in un’umanità diversa, più vicina alla natura e meno spaventata dalla morte, piuttosto che in un nuovo farmaco… Illusione? Non più della fede in una scienza in grado di salvare il mondo.

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La dr.ssa Coccorese vive e lavora tra Firenze e Pisa. E’ possibile contattarla telefonicamente al numero 3292967211, o scriverle all’indirizzo di posta elettronica francesca.coccorese@libero.it.