di Michela Pacifici

Ieri sera, mentre ero a cena con la mia famiglia, si è aperta l’ennesima disquisizione sul tema: una mamma della classe di mio figlio chiedeva sul gruppo whats-app di conoscere lo stato vaccinale di tutti i bambini per una determinata malattia (indovinate quale?). Io sono saltata dalla sedia e mentre leggevo la trafila di risposte per lo più affermative, inframmezzate da qualche “non lo so, devo controllare il libretto” (…), ho deciso di contrastare questa follia collettiva, appellandomi al diritto di privacy e ad un minimo di buon senso. Stranamente, non ho riscosso molti consensi, a differenza di quella mamma che invece ha scritto di non capire perché deve sempre nascere una polemica per tutto. Cercherò di farmene una ragione.

Ma non è di questo che volevo parlarvi. Mentre ero lì a discutere animatamente, mio figlio, quattro anni e mezzo, mi fa una domanda semplice: “Mamma, perché devi fare sempre questa lotta?”. Ho incassato il colpo. Ho appoggiato le posate sul piatto in cui ormai la cena si stava raffreddando, e ho cercato di spiegare il valore di battersi per le proprie idee, non necessariamente perché sono giuste, ma perché sono le tue. Ma la verità è che avrei solo voluto rispondere: “Hai ragione amore mio, mi dispiace così tanto.” Mi dispiace per averti passato questa percezione del mondo, un mondo in cui c’è da combattere ed esistono cose contro cui lottare. Alla tua età avresti il pieno diritto di avere una fiducia incrollabile nell’ambiente che ti circonda. Mi dispiace per tutto lo spazio che ti sto togliendo, per tutte le volte che ti ho detto di aspettare perché ero impegnata al telefono per confrontarmi o a leggere (e cercare di comprendere al meglio) il contenuto di qualche articolo scientifico mentre tu te ne stavi lì in attesa di giocare. Mi dispiace per i discorsi noiosi che ogni tanto devi sorbire. Mi dispiace per tutte le volte che è apparsa un’ombra sul mio volto al posto di un sorriso rassicurante. Ma, soprattutto, mi dispiace per il mondo che ti sto consegnando. Un mondo in cui puoi stare anche bene, a patto che non cominci a leggere qualche libro di troppo e a pensare in maniera autonoma.

Quando eri nella mia pancia e fantasticavo su come sarebbe stato essere mamma, mai avrei pensato che un giorno mi sarei trovata a dovermi battere per affermare il mio diritto ad esserlo. Eppure, non è forse vero che ogni madre cerca di fare sempre il meglio per un figlio, a secondo della propria consapevolezza e delle possibilità? No, non è vero a quanto pare, se questo “meglio” non coincide con il pensiero unico che vige in società. In questo caso, dovrai passare la vita a difenderti e giustificarti per aver osato con il tuo comportamento insinuare il dubbio in chi dubbi non se li pone mai, solo per aver sperimentato un modello diverso senza peraltro volerlo necessariamente diffondere.

Io ci ho provato a starmene zitta e buona vivendo le mie idee in solitudine e rispettando il pensiero degli altri, ma a qualcuno non basta e vuole mettermi in punizione, faccia contro il muro, anzi peggio ancora vorrebbe metterci i miei figli; beh, questo “qualcuno” se lo può scordare: forse riuscirà a farmi andare qualche cena di traverso ma non riuscirà a togliermi quell’amore immenso di madre che mi porta ad impegnarmi ogni giorno di più per rendere questo posto che abitiamo un po’ più educato, tollerante, sicuro e libero. Lo devo ai miei figli, che, forse, vivendo l’esempio, un giorno vorranno provarci anch’essi e chissà, può darsi saranno anche più bravi ed efficienti di me!