Nonostante l’emergenza in atto, molte attività della vita sono fortunatamente riprese con opportuni protocolli di sicurezza. Tra queste, con l’inizio dell’anno scolastico, sono nuovamente iniziate anche le attività sportive per le quali è richiesta la certificazione di idoneità che si ottiene, tra l’altro, dopo l’esecuzione di un test sotto sforzo: una prova con cicloergometro.

E’ un test che traccia il profilo fisiologico completo di un soggetto sotto sforzo valutando l’aspetto cardiaco, respiratorio e metabolico. Mediante la misurazione dei gas espirati durante un esercizio fisico si può valutare la capacità polmonare individuare e capire se vi siano eventuali patologie a carico di cuore, polmoni, apparato circolatorio o muscoli.

Sul sito della Federazione Medico Sportiva Italiana si legge che “La CERTIFICAZIONE D’IDONEITÀ è ben più di un mero obbligo di legge; rappresenta il più valido strumento di prevenzione per la tutela sanitaria e la valorizzazione del patrimonio sportivo nazionale. La visita di idoneità, infatti, non ha solo la funzione di evidenziare eventuali incompatibilità con la pratica sportiva, ma anche di rilevare possibili patologie prevenendo lo sviluppo di complicanze future.”

Ciò premesso fa specie che presso alcuni istituti di medicina dello sport si sottopongano gli atleti (anche minorenni) al consueto test da sforzo al cicloergometro ed ergospirometria con indosso la mascherina.


La madre di una ragazzina di 14 anni ci segnala la sua preoccupante esperienza: ha accompagnato la propria figlia su prenotazione della società sportiva da lei frequentata in un ambulatorio veneto di Medicina dello Sport, convenzionato con l’ASL, per la certificazione di idoneità alla pratica sportiva agonistica. Ecco cosa ci scrive:

Dopo circa 20 minuti una ragazzina che precedeva mia figlia nell’esecuzione del test è uscita dall’ambulatorio tossendo, non aveva potuto concludere il test … Poco dopo, dallo stesso ambulatorio, esce mia figlia piangendo, stravolta in viso. L’ho dovuta rincorrere all’esterno della struttura, era corsa via e non capivo cosa fosse successo … l’ho raggiunta e lei, ancora in lacrime, con il viso infuocato e gonfio, tossiva. Ho cercato di calmarla e mi ha raccontato che le prove sotto sforzo erano state eseguite indossando la mascherina, mi ha detto di essersi sentita soffocare e di aver avuto la sensazione di essere con la testa dentro un sacchetto. Mentre veniva incoraggiata ad incrementare lo sforzo, pedalando più velocemente, le era stato concesso di scoprire solo il naso, data la situazione di evidente difficoltà, ma la situazione non era migliorata”.

Ascoltata la testimonianza della figlia, la madre decideva di chiedere conferma dell’accaduto al personale sanitario presente. Il medico addetto al test non poteva che confermare che l’uso della mascherina era una procedura dettata dall’emergenza Covid-19 e serviva a cautelare gli operatori sanitari. La signora non ha ritenuto convincenti le argomentazioni addotte e si è rivolta ad un avvocato per comprendere se vi fossero state violazioni dei diritti della figlia. Secondo il legale, le giustificazioni adottate per la messa in sicurezza degli operatori sanitari non hanno fondamento. In casi di rischio di contagio, l’ordine dei medici e degli odontoiatri ha messo in rilievo come debba essere l’operatore a schermarsi adeguatamente, soprattutto nel caso in cui il trattamento sanitario diagnostico richieda che il paziente sia libero da costrizione. Si pensi agli odontoiatri che lavorano a stretto contatto con la bocca del paziente ma che non possono prescindere da quella vicinanza per eseguire al meglio la prestazione medica, e che sono dotati di schermature adeguate. A ben vedere, anche nel documento “Gestione del paziente cardiologico nella fase post-pandemia COVID-19: la proposta dell’ANMCO Regionale Veneto” si legge nel dettaglio come comportarsi durante il Test da sforzo al cicloergometro ed ergospirometria. Riportiamo: “gli operatori sanitari (medico ed infermiere) sono dotati di mascherina FFP2, sovra camice, visiera o occhiali protettivi e guanti. Le apparecchiature, preferibilmente con modalità di trasmissione del segnale elettrocardiografico telemetrico, devono essere posizionate in modo da ridurre l’“effetto droplet” in corso di polipnea. Gli operatori stazionano lateralmente o dietro al paziente: una possibile soluzione è utilizzare uno specchio a muro per il controllo visivo indiretto del paziente, posizionandosi alle spalle dello stesso. È obbligatorio il trattamento igienizzante delle mani con soluzione/gel a base alcolica al termine della procedura. Si provvede alla pulizia delle apparecchiature con soluzioni alcoliche al 70% al termine di ogni procedura. Il tempo previsto per l’indagine, tenendo conto della necessità di aereazione e sanificazione non può essere inferiore ai 45-60 min.”

Nessuna normativa o regolamento vigente impone che un minore debba sottoporsi a test da sforzo con la mascherina. Il test da sforzo è equiparabile e sovrapponibile ad una attività sportiva e per quest’ultima non è mai stato imposto l’obbligo di mascherina. Finanche i recentissimi DPCM  che impongono le mascherine  all’aperto continuano ad esentare coloro che svolgono un’attività sportiva. Le ragioni scientifiche sono presto individuate e/o individuabili. “Quando corriamo e pedaliamo ad alta intensità il nostro fisico ha bisogno di una quantità eccezionale di ossigeno: l’atleta deve ventilare di più per sopperire alle maggiori richieste di cuore, polmoni, muscoli“, spiega Gianfranco Beltrami, vicepresidente della Federazione di medicina sportiva italiana; “le mascherine che si utilizzano per limitare il contagio da coronavirus non sono adatte a sostenere un ritmo respiratorio veloce come quello di uno sportivo. Non garantiscono il ricambio di anidride carbonica, che emettiamo espirando, con l’ossigeno esterno”– continua Beltrami – “così si crea un potenziale danno metabolico e l’atleta rischia di arrivare a una condizione di ipossia e di accumulo di anidride carbonica, che a sua volta può causare fame d’aria, giramenti di testa, perdita di coscienza“. Un problema confermato anche dall’Istituto Superiore di Sanità, dove Paolo D’Ancona, esperto di prevenzione e controllo delle malattie infettive, paragona lo svolgimento dell’attività fisica cardio con mascherina a un esercizio ad alta quota: “La quantità di ossigeno a disposizione si riduce e in effetti ce ne rendiamo conto tutti, anche solo salendo le scale, che dopo un po’ con la mascherina il fiato manca”.

ll dottor Alberto Macis, della Federazione medici sportivi, è intervenuto sull’uso delle mascherine durante l’attività motoria: “Se, per esempio, la si indossa durante un test da sforzo, io medico sono protetto da eventuali vaporizzazioni. Ma chi si sottopone a sforzo, con la mascherina che copre naso e bocca, respira una quantità maggiore di anidride carbonica, rischiando di andare in alcalosi e quindi rischiando lo svenimento. Perché, in questo modo, si respira una miscela di CO2 superiore a quella presente nell’aria”. 

Recentemente abbiamo pubblicato lo studio riguardante gli effetti delle mascherine chirurgiche e FFP2/N95 sulla capacità cardiopolmonare di soggetti in buona salute fisica che evidenzia come i tipi di mascherine riducano in modo significativo i parametri polmonari dinamici. Le conclusioni dello studio confermano il marcato impatto negativo delle mascherine sulla capacità cardiopolmonare, compromettendo significativamente le attività fisiche più impegnative e lavorative.

Oltre a quanto descritto, secondo l’avvocato interpellato dalla famiglia, la condotta messa in atto nei confronti della minore appare lesiva di diversi articoli del codice deontologico medico, e nel dettaglio:

-art. 3: “Doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona”;

-art. 6: “ Il medico fonda l’esercizio delle proprie competenze tecnico-professionali sui principi di efficacia e di appropriatezza, aggiornandoli alle conoscenze scientifiche disponibili;

-art. 13 : “Il medico tiene conto delle linee guida diagnostico-terapeutiche accreditate da fonti autorevoli e indipendenti quali raccomandazioni e ne valuta l’applicabilità al caso specificoL’adozione di protocolli diagnostico-terapeutici o di percorsi clinico-assistenziali impegna la diretta responsabilità del medico nella verifica della  tollerabilità e dell’efficacia sui soggetti coinvolti;

-art 16:Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita.

Inoltre, si segnalano l’art. 71 del codice deontologico che recita: “La valutazione dell’idoneità alla pratica sportiva è finalizzata esclusivamente alla tutela della salute e dell’integrità psico-fisica del soggetto. Il medico esprime con chiarezza il relativo giudizio” e l’art. 72 che stabilisce: “il medico fa valere, in qualsiasi circostanza, la propria responsabilità a tutela dell’integrità psico-fisica, in particolare valutando se un atleta possa proseguire la preparazione atletica e l’attività agonistica; in caso di minore, valuta con particolare prudenza che lo sviluppo armonico psico-fisico del soggetto non sia compromesso dall’attività sportiva intrapresa”.

Dobbiamo chiederci pertanto come i medici dei centri sportivi che applicano questa modalità possano esprimere con chiarezza una valutazione dell’esito del test da sforzo dei pazienti essendo fortemente compromesso dall’uso della mascherina e non fornendo un quadro diagnostico chiaro circa lo stato di salute cardiologico e polmonare degli atleti. Le prove effettuate potrebbero essere state falsate dall’uso della maschera facciale. L’attendibilità dei risultati forniti sarebbe da rivalutare.

Ci giungono informazioni che altri centri di Medicina dello Sport seguano le stesse procedure in Veneto.

Viviamo in un momento nel quale il buon senso sembra essersi perduto, anche negli aspetti più semplici.

Sarebbe interessante capire quanto questa pratica sia diffusa nel nostro paese e chi ha la responsabilità di farla cessare subito