a cura del Dottor Eugenio Serravalle

I virus sono capaci da sempre di suscitare allarmi e paure. Sono responsabili di gravi emergenze sanitarie. Sono imprevedibili e pericolosi, non risentono degli antibiotici e si muovono velocemente nel mondo globalizzato. 

A conquistare oggi le luci della ribalta è un nuovo coronavirus, simile al MERS-CoV e al SARS-CoV, ma capace di disegnare scenari “ai confini della realtà, sembra la fine del mondo” come si legge sui social network cinesi. Per cercare di fermare il virus le autorità cinesi hanno disposto una quarantena di proporzioni mai tentate prima nella storia. In dieci città è stato imposto il blocco dei trasporti coinvolgendo 32 milioni di cittadini; sono stati bloccati i movimenti in uscita da Wuhan, l’epicentro dell’infezione: niente voli, niente treni, posti di controllo ai caselli delle autostrade, non si possono varcare i confini delle città a meno di «avere ragioni specifiche».

Del nuovo coronavirus 2019-n-coV sappiamo ancora poco: avrebbe fatto un salto di specie dall’animale all’uomo, si trasmette ora da persona a persona per contatto ravvicinato ma non sappiamo ancora quale sia l’incubazione e la contagiosità, non disponiamo di dati certi sulla diffusione del focolaio iniziale e sulla gravità clinica.  Come gli altri coronavirus umani, causa malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, con naso che cola, mal di testa, tosse, gola infiammata, febbre e una sensazione generale di malessere o può interessare il tratto respiratorio inferiore, con polmonite o bronchite, più comuni nelle persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, e in soggetti con un sistema immunitario indebolito, nei neonati e negli anziani.

Non è il primo allarme epidemico cui stiamo assistendo. 

E’ giusto mettere in guardia la popolazione contro una epidemia, ma bisogna cercare di non sbagliare le previsioni. Dal momento che sono davvero ancora tanti i quesiti che non hanno risposte su questo nuovo virus, occorre cautela per non incorrere negli errori commessi in precedenza. Previsioni errate furono quelle del 2009, sull’”influenza suina”: il tasso di letalità del virus risultò più basso di quello delle comuni influenze stagionali. Allo stesso modo furono errate quelle sull’epidemia di Ebola del 2014: in questo caso il virus era certamente molto letale, ma con bassa capacità di diffusione.  Gli errori, peraltro, vanno sempre nella stessa direzione, quella di accrescere/drammatizzare i possibili effetti di un’infezione, un’influenza, un contagio, di prefigurare scenari estesi, epidemici se non proprio pandemici. Gli errori insomma, non solo fanno scattare l’allarme nell’opinione pubblica su scala internazionale, ma sembrano quasi mirati a creare un clima comunque sempre bendisposto verso le misure di attenzione e profilassi di volta in volta sostenute dalle autorità sanitarie.  Questa considerazione, e quelle successive, sono tratte, per gentile concessione dell’Autore, dal libro di Roberto Volpi “Dall’Aids a Ebola Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione. Vita e pensiero”, un volume edito nel 2015 attualissimo e prezioso per comprendere cosa stia succedendo oggi.

I reportage dalla Cina, le persone con le mascherine che fanno scorte di farmaci e alimenti, alimentano quella paura che è sempre presente in tutti noi, che si risveglia alla lettura di libri, articoli, o alla visione delle serie televisive o dei disaster film sui terrificanti effetti di un virus mutato o sconosciuto o comunque fuori controllo.

2019-nCoV

Il personale medico trasferisce un paziente di un caso altamente sospetto di un nuovo coronavirus presso il Queen Elizabeth Hospital di Hong Kong, in Cina (Picture: Reuters)

La paura è che diventi concreta la minaccia davvero globale e davvero capace di mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità, o, in subordine, di falcidiare una quota paurosamente alta della stessa, come successe alla metà del Trecento in Europa con la peste nera.  Non si può leggere nella sfera di cristallo, va da sé; ed ipotizzare cosa accadrà a gioco lungo è sempre peggio che azzardato. Anche se escludere in via di principio una possibilità come questa non sarebbe neppure scientifico, si può però ragionevolmente pensare che non ci sarà un radde rationem finale di questa ferocia tra noi e i virus. Occorre ricordare un dato formidabile e formidabilmente dimenticato: la speranza di vita alla nascita; la vita media dei 7 miliardi di individui che calpestano oggi il suolo del pianeta ha raggiunto e superato una quota che fino all’altro ieri sembrava alla portata dei soli paesi sviluppati e benestanti, tanto è alta: 70 anni.  La speranza di vita alla nascita è aumentata grazie alla rapida e consistente contrazione della mortalità infantile e ad una parallela contrazione della mortalità dovuta a malattie infettive e contagiose. Gli ultimi cinquant’anni hanno registrato un’inconfutabile regressione delle malattie e ancor più delle morti dovute a cause infettive. Oggi si può ben dire che ci fanno paura le malattie infettive contagiose non già perché siamo nel momento della loro massima espansione, bensì, tutto il contrario, perché siamo in quella del loro più evidente precipitare:  la nostra paura non deriva dalla conoscenza personale che abbiamo di queste malattie terribili, ma dalla progressiva perdita di confidenza con esse, del nostro continuo allontanarci da una loro troppo incombente e ravvicinate presenza. Un allontanamento che è stato anche qui culturale e perfino antropologico, che non si è fermato affatto al piano della salute e della malattia: oggi migliori condizioni di vita per una parte sempre più grande di umanità sono capaci di contrastare virus e batteri dannosi per l’uomo. La forza di resistenza organica delle popolazioni, specialmente di quelle occidentali (ma stanno acquisendo questa resistenza pressoché tutte le popolazioni del mondo, anche se una dozzina di paesi africani e alcuni dell’Europa orientale procedono più a rilento), rappresentata da un benessere fisico mai così intenso e prolungato, è la prima barriera che l’umanità frappone fra sé e l’azione di virus e batteri capaci di farci ammalare e morire. Dimenticare o sottovalutare tale fattore, per fissare in modo pressoché esclusivo l’attenzione sull’azione di medicinali e vaccini è un segno di scarsa lungimiranza specialmente se a commettere questo errore sono organismi e autorità sanitarie responsabili di programmi e interventi di salute pubblica. 

La questione dirimente ora, quando si parla di problematiche come la possibilità di nuovi morbi infettivi e contagiosi devastanti per l’umanità, o per grandi parti di essa, è proprio questa: la sottovalutazione degli stessi fattori che fanno da argine, nelle condizioni attuali, alla possibilità di malattie davvero distruttive su una scala mondiale. È proprio la globalizzazione a funzionare da deterrente, è proprio il mondo interconnesso, ipercollegato anche a motivo della sua densità di popolazione, a opporsi. A proteggerci dall’azione degli agenti di malattia sono quegli stessi caratteri globali che sono visti come elementi di debolezza. Tutti i dati dimostrano, per esempio, che i flussi migratori dai paesi più poveri a quelli più ricchi non comportano alcun abbassamento della speranza di vita gli abitanti dei paesi ricchi bensì un innalzamento di quella dei migranti. 

La popolazione mondiale gode di condizioni di vita che non sono mai state migliori e le prospettive – specialmente per quanto riguarda l’alimentazione – sono favorevoli a ulteriori passi in avanti. Virus e batteri patogeni si scontrano con questa realtà. Il primo grande fattore che ne ostacola la diffusione, e perfino l’insorgenza è proprio questo. Non si deve mai dimenticare che ridurre la fame nel mondo, migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono ancora troppo indietro rispetto alle altre, è anche la più formidabile azione di sanità pubblica su scala mondiale che si possa immaginare, è la miglior difesa contro le stesse possibilità di insorgenza di virus e microbi pericolosi!

Wuhan è una delle nove città bloccate in Cina

Wuhan è una delle nove città bloccate in Cina (Picture: Reuters)

Si ritiene che la globalizzazione, con la facilità e l’aumento del trasporto globale, favorisca la diffusione di epidemie che diventano in breve tempo pandemie. In realtà, avviene il contrario.  È senz’altro vero che i virus viaggiano con noi, che siamo noi i loro vettori ultimi grazie ai quali infettano altre persone, essendo i virus parassiti totali, che mostrano cioè la loro vitalità unicamente quando, una volta penetrati in una cellula, il loro materiale genetico induce l’ospite a sintetizzare altri virus, scatenando così la malattia. Ma si tratta di una parte della verità perché l’altra parte, ancora più importante, è che mentre noi arriviamo a destinazione così come siamo partiti, anche dopo aver viaggiato nel breve arco di 24 ore da un capo all’altro del pianeta, per i virus questa semplicità di movimento non è per niente scontata. Un virus che nel giro di una manciata di ore fa un balzo di migliaia e migliaia di chilometri, da un ambiente a un altro, da un clima da un altro, non sbarca dall’aereo come succede a noi, integri e nelle consuete condizioni di forma, semmai solo un poco stanchi. Non è così che avviene la diffusione di un virus al tempo del mondo globale e delle reti di comunicazione ad alta e altissima velocità. Al più, per noi, c’è da smaltire un po’ di jet lag, ma i virus da questo balzo escono fatalmente più deboli, depotenziati. Il virus A/H1N1, quello della suina, partì dal Messico con un elevato livello di mortalità, che si ridusse negli Stati Uniti, pure confinanti, e ben di più nell’altra parte dell’oceano, in Europa. Il virus della SARS fu riscontrato dalle autorità canadesi, dopo essere partito dal Vietnam, ma in Canada non ebbe conseguenze. Infiltrati nei nostri organismi, nelle nostre cellule, i virus stanno protetti nella misura in cui diamo loro il tempo di abituarsi ai nuovi luoghi di approdo, alle tappe che di volta in volta raggiungiamo e superiamo. Il salto praticamente atemporale – fuori dal tempo, che non impiega tempo – da un luogo all’altro, a maggior ragione se lontano da quello di origine, ne stempera quantomeno le caratteristiche più aggressive, o la grande diffusività o l’alto livello di letalità, o tutte e due, ammesso e non concesso che un virus possa davvero possedere in quantità entrambe queste caratteristiche – e, al momento, di nessun virus si può davvero dire che le possieda al massimo grado entrambe. Nessun virus che si trasmette per via aerea ha un alto grado di letalità, così come nessun virus con un alto grado di letalità si diffonde per via aerea o ha facilità a diffondersi. 

La globalizzazione non aiuta i virus, dunque, ne ostacola, al contrario, in più modi la diffusione. Seppure sembri aumentare le possibilità di infezione facilitando l’approdo dei virus dai luoghi di insorgenza ad altri anche molto lontani, in pratica ne depotenzia l’azione, la pericolosità, la stessa diffusività grazie proprio alla velocità degli sbalzi da un ecosistema all’altro. L’acclimatazione di virus che nascono e si propagano in particolari condizioni ecologico-ambientali ha tempi che la globalizzazione di norma non concede loro, privandoli di percorsi graduali e tappe di passaggio. Il loro essere parassiti totali non è più un vantaggio nel mondo globale di oggi. Noi siamo già adattati, i virus no. Costretti ai nostri stessi tempi negli ambienti più dissimili, i virus non ce la fanno a tenere il nostro passo. 

Almeno, sino ad oggi.