Il giorno 26 luglio 2019 si è tenuta  nella sala Mechelli presso la sede del Consiglio regionale del Lazio in via della Pisana la conferenza “Tutela della Salute: scelte consapevoli e informate”, incentrata sulle criticità della proposta di legge regionale 143 per la tutela degli immunodepressi mediante esclusione scolastica.

Alla Conferenza è intervenuta l’Avv. Alessandra Devetag, avvocato del Foro di Trieste, referente per la provincia di Trieste del C.I.A.T.D.M. (Coordinamento Internazionale delle Associazioni a Tutela dei Diritti dei Minori), membro dello staff legale di ASSIS (Associazione di Studi ed Informazione sulla Salute).

Riportiamo fedelmente il suo intervento:

Il DL Lorenzin è stato adottato sulla base di due presupposti, dati per assodati:

  1. la sussistenza di una emergenza epidemiologica, che giustificava un intervento emergenziale;
  2. la presunta unicità di pensiero della Comunità Scientifica.

Entrambi i presupposti si sono rivelati infondati:

  • Non vi era alcuna emergenza, come confermato dal Premier Gentiloni alla presentazione del DL;
  • La comunità Scientifica è tutto fuorché unanime su questo tema, ma le voci dissidenti sono state tacitate con metodi draconiani.

L‘8 luglio del 2016 la FNOMCEO ha licenziato il cd “Documento sui Vaccini”, facilmente scaricabile dalla homepage del sito della Federazione. In questo documento si allude a una sorta di “capolinea” della conoscenza in tema vaccinale.
Il Documento non distingue tra vaccini obbligatori e facoltativi, né tra malattie che essi sono volti a prevenire.
Si limita a dichiarare che un medico che sconsigli un vaccino, uno qualunque, commette un illecito disciplinare.
Le radiazioni che sono seguite a stretto giro dalla promulgazione del documento hanno subito chiarito alla classe medica di quale sanzioni disciplinari si stesse parlando: non certo l’ammonimento o la censura, ma la massima sanzione possibile.

Segue, a questo documento, la legge 3/2018, entrata in vigore il 15/02/2018, della quale poco si parla, anch’essa parto del Ministro Lorenzin, con cui sono stati riformati gli ordinamenti professionali dei sanitari.
In base a questa legge, art. 4, gli ordini dei medici sono divenuti Enti Sussidiari dello Stato, quindi suscettibili di essere incaricati di molte funzioni che spetterebbero allo Stato e, in buona sostanza, sottoposti all’esecutivo.
La stessa legge ha inoltre riformato, sempre art. 4 comma 1 lett. l), i criteri in base ai quali gli ordini giudicano le infrazioni deontologiche, disponendo che l’ordine debba tenere in considerazione, oltre al codice deontologico, anche le norme, nazionali o regionali, e persino quelle contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro che impongano determinati comportamenti ai sanitari.
In pratica, se con CCNL introduco una prassi che per un medico confligge con il suo codice deontologico, lui sarà costretto a scegliere tra la propria etica o il rispetto della legge.
Di fatto, l’introduzione di un nuovo illecito disciplinare, potremmo chiamarlo “illecito di sfiducia vaccinale”, unitamente ad una legge che impone al sanitario la promozione di dieci vaccini obbligatori hanno imbavagliato qualunque dissenso, dando la illusoria percezione di unanimità di consensi nella comunità scientifica.

Sulla base di questi presupposti la politica ha delegato alla Scienza, applicando l’appellativo Scienza anche alla medicina che in realtà è un’arte, il potere legislativo in tema sanitario.
Siamo ormai abituati a sentire la politica affermare che in tema vaccinale “Deve decidere la Scienza”.
Questo, giuridicamente, è molto pericoloso.

Da sempre la politica si avvale dei contributi delle arti e delle tecniche, e poi li traduce in atti normativi attraverso il Parlamento, che deve legiferare nel rigoroso rispetto della costituzione.
La “Scienza” non deve rispettare la Costituzione, né le Convenzioni Internazionali. Essa si pone al di fuori della dialettica democratica e mai le può essere delegata la funzione di decidere delle vite dei cittadini, come non sarebbe possibile delegarla ad alcuna altra branca del sapere.

E’ la Politica che deve decidere. SEMPRE.

Si è venuto così a creare un corto circuito:

  • la politica ha delegato le sue decisioni alla “Scienza”;
  • la “Scienza” non può che esprimere un unica posizione, pena pesanti sanzioni;
  • in base a questa artefatta unicità di pensiero, la politica è sollevata da responsabilità, perché si sta affidando ad una disciplina pervenuta ad un capolinea evolutivo. Essa è infallibile.

Questi quindi i presupposti, incostituzionali, che hanno portato all’adozione dell’obbligo vaccinale di cui al DL Lorenzin.

Veniamo ora ai contenuti dell’obbligo, che sono parimenti incostituzionali perché violativi dell’art. 32 della Costituzione. Il concetto è di facile comprensione.
L’art. 32 recita: “La salute è diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”.

La sentenza 184/1986 in tema di risarcimento del danno alla salute per fatto illecito ha chiarito: “La lettera del primo comma dell’art. 32 Cost., che non a caso fa precedere il fondamentale diritto della persona umana alla salute, all’interesse della collettività alla medesima, ed i precedenti giurisprudenziali, inducono a ritenere sicuramente superata l’originaria lettura in chiave esclusivamente pubblicistica del dettato costituzionale in materia.”
Non è un caso, quindi, che il diritto fondamentale sia stato premesso all’interesse della collettività, ma corrisponde a una precisa gerarchia di valori.

Come si colloca questo bilanciamento tra salute individuale e collettiva in tema vaccinale? Lo chiarisce un’altra sentenza, la nr. 118/96, secondo la quale in questi casi il legislatore di trova di fronte alla “scelta tragica del diritto”, perchè sa che, imponendo un trattamento obbligatorio in soggetti sani, può accadere che qualcuno ne tragga un danno, trasformandosi così in un martire che ha “sacrificato” la sua salute alla collettività. Egli merita, quindi, che la collettività gli riconosca un equo indennizzo (da ciò la legittimazione della Legge 210/92).
Logica conseguenza di queste premesse è che “la scelta tragica” dell’ordinamento debba per forza di cose essere scelta “eccezionale”.
Ad una scelta tragica si può ricorrere solo qualora il pericolo sanitario sia di eccezionale gravità (come dicevo, i veri flagelli, come vaiolo o polio) e coinvolga l’intera popolazione, e non solo una minoranza di essa (gli immunodepressi o i non vaccinabili) perchè, in questo caso, si introdurrebbe una competizione tra posizioni sullo stesso piano, tra pretese di singoli individui.
Il pericolo cui è sottoposta la collettività, in sostanza, deve essere di tale gravità da far assurgere il “mero interesse” a rango di vero e proprio diritto, capace di competere con quel diritto fondamentale del singolo tutelato, expressis verbis, dalla Costituzione.
Così non è, evidentemente, per i comuni esantemi infantili, che non sono mai stati un pericolo per la popolazione se non, eventualmente, per singoli individui.
Per superare questo scoglio c’è stato quindi bisogno di un escamotage concettuale: è stato necessario identificare l’intera popolazione con quella minoranza fragile, bisognosa di protezione. Ecco che l’intera collettività diviene portatrice di un “diritto fondamentale alla protezione”, dinanzi al quale è il singolo a cedere il passo, quasi fosse quest’ultimo ad avere un mero “interesse” alla salute (e quindi alla facoltà di rifiutare un trattamento sanitario che reputi per lui non necessario).
Ecco che, a questo punto, di fronte al bisogno di proteggere la collettività per tutto, anche per qualunque esantema infantile, l’obbligo vaccinale non è più una scelta tragica, ma diviene ordinaria legislazione.
Ed il sacrificio del martire è atteso, dovuto.

Questa è una pacifica inversione dei principi dell’art. 32 della Costituzione, che porta a ulteriori gravi conseguenze.
Dobbiamo infatti domandarci, in questa nuova prospettiva, a chi spetterà dire basta? Se la collettività deve essere protetta, non ha senso che lo sia solo per alcuni patogeni e non altri. Perchè varicella oggi sì, e domani la quarta, quinta, sesta malattia no? Chi dirà “ora può bastare?” L’Ordinamento Giuridico vive di principi, e una volta che abbiamo scardinato un principio, tutto diviene possibile.

Il DDL 770 attualmente al vaglio del Governo si muove nella stessa direzione: dietro il pretesto di adottare un “obbligo flessibile”, esso estende in realtà la possibilità dell’obbligo a tutti i vaccini, non più solo ai dieci ora obbligatori. La politica, inoltre, dichiara, in più occasioni, di voler estendere l’obbligo a tutte le fasce di età, in linea con quanto di recente affermato dalla Vice Commissario ONU ai diritti umani Dott.ssa
Gilmore a Ginevra, in occasione del forum sulla salute globale: “Le vaccinazioni devono essere fatte durante tutto l’arco della vita e non esiste il diritto di rifiutarle.”
Avevano detto che era l’Italia ad aver bisogno dell’obbligo perchè siamo “somari raglianti”, non ci vacciniamo spontaneamente, dobbiamo essere costretti.

In realtà, dopo quasi due anni dall’approvazione del DL Lorenzin, emerge un quadro ben più complesso: l’Italia ha svolto la funzione di apripista nel progetto della cd. “salute globale”, la “Global Health Agenda” che, attraverso regimi sempre più tecnocratici, ambisce ad applicare all’umanità intera un protocollo di salute identico per tutti, che preveda l’utilizzo sempre più intenso di vaccinazioni, rivolte ad ogni fascia di età, dietro la minaccia di compressione o annullamento dei diritti costituzionali fondamentali (il diritto al lavoro, all’inclusione scolastica, all’integrazione).
E ciò in nome di un mal interpretato (volutamente?) Bene Comune.

Nonostante questo assalto a principi costituzionali ormai consolidati, l’obbligo vaccinale ha superato indenne il vaglio della Consulta nella sentenza 5/2018.
Si tratta di una pronuncia molto lunga, che di fatto adotta acriticamente tutte le indicazioni provenienti da organismi sovranazionali, come l’OMS, quasi avessero autorità privilegiata rispetto al legislatore nazionale.
Ciò che, tuttavia, lascia interdetti della sentenza, e francamente preoccupati, è il seguente passaggio:
“In ambito medico raccomandare e prescrivere sono azioni percepite egualmente doverose in vista di un determinato obiettivo (- – -) In quest’ottica, occorre considerare che, anche nel regime previgente, le vaccinazioni non giuridicamente obbligatorie erano comunque proposte con l’autorevolezza propria del consiglio medico.”
Questo passaggio, più di ogni altro, denuncia la deriva tecnocratica ormai inarrestabile che ha travolto persino i nostri massimi organismi giurisdizionali.
Affermare che, in ambito medico (cioè nel mondo della “tecnica”, come sopra esplicitato), tra raccomandare fortemente un trattamento sanitario o ritenerlo indefettibile non vi sia differenza, ha poco senso, e potrebbe persino essere banale: se un medico raccomanda fortemente un trattamento è probabile che lo consideri doveroso. Ma questo è un ragionamento che attiene alla tecnica, non alla dialettica giuridica che deve sostenere l’agire del legislatore e, conseguentemente, ispirare chi debba valutare la costituzionalità o meno di quell’agire.
In campo giuridico, affermare che non vi sia differenza apprezzabile tra rifiutare un trattamento sanitario, potendo continuare la vita di sempre, oppure farlo sapendo che, contestualmente, i nostri figli verranno privati del diritto fondamentale all’inclusione sociale e all’integrazione è semplicemente aberrante ed è la
realizzazione più spaventosa ed antidemocratica della tecnocrazia: con essa il ragionamento tecnico, più vicino al paradigma “il fine giustifica i mezzi” che al complesso contemperamento tra diritti e doveri dei cittadini, entra a gamba tesa nelle aule del nostro Parlamento, avallato dal massimo organismo giurisdizionale che proprio alla difesa di quei diritti, cardini di democrazia, era preposto.

Purtroppo il tema vaccinale non è il solo in cui la Consulta abbia dato prova, recentemente, di mal tollerare i vincoli rigorosi in cui la sua attività giurisdizionale è costretta.
Un altro esempio di paradigma “finalistico”, che privilegia il raggiungimento all’obiettivo al rispetto delle regole, si trova nella pronuncia nr. 207/2018 sul caso Cappato.
Tutti ormai conosciamo la vicenda di DJ Fabo che, determinato a porre fine alla propria vita, è stato accompagnato in Svizzera da Marco Cappato, attivo nella difesa del diritto all’eutanasia, il quale, una volta rientrato in Italia, si è autodenunciato per aiuto al suicidio, previsto e punito dal nostro ordinamento dall’art. 580 c.p.
La Corte d’Assise di Milano ha così sollevato la questione alla Corte Costituzionale, affinché decidesse se, nell’attuale evoluto contesto di valori del nostro Ordinamento (si pensi alle DAT, o al testamento biologico) sia ancora costituzionalmente accettabile la permanenza, all’interno del codice penale, di una norma che punisca il solo “aiuto” al suicidio (non già l’istigazione, ovviamente, il cui disvalore rimane immutato).
Ebbene, la Corte, nella sentenza citata, dedica molte pagine alla difesa della norma penale, giacché senza di essa si aprirebbe la porta all’arbitrio e ad abusi facilmente prevedibili.
Tuttavia, ad un certo punto, la Consulta fa una inversione a U, dichiarando che la modificata sensibilità sul tema merita un diverso approccio, e adotta un provvedimento, a opinione di chi scrive, unico nella sua storia: rinvia il procedimento di un anno, al fine di consentire al Parlamento – testualmente – “ogni opportuna riflessione e iniziativa così da evitare, per un verso, che nei termini innanzi illustrati, una disposizione continui a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili, ma al tempo stesso scongiurare possibili vuoti di tutela di valori anch’essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale.”

Appare quanto meno innovativo, ma anche molto discutibile, che il massimo organismo giurisdizionale del nostro Ordinamento abbia chiesto al legislatore un provvedimento normativo, chiarendone di fatto i contenuti (al fine di “salvare” Marco Cappato da una probabile condanna e favorire l’adozione di una legge
sull’eutanasia) mettendo così gravemente a rischio la separazione tra potere legislativo e giurisdizionale.

Per fortuna le perplessità che precedono non sono patrimonio della sola sottoscritta.
Alla pubblicazione della sentenza apparve, sul Corriere della Sera, a firma Luigi Ferrarella, un’ intervista ai Presidenti Emeriti della Corte Costituzionale Valerio Onida e Giovanni Maria Flick i quali, rispettivamente, si sono espressi in questi termini: “Si tratta di un grave precedente perché la Consulta ha abdicato alla propria funzione.”
Secondo Flick, che fu anche Ministro di Grazia e Giustizia, la Corte Costituzionale “ha deciso di non decidere. In casi non identici ma simili, nei quali aveva ritenuto di non avere strumenti, la Consulta aveva sempre usato la chiave dell’inammissibilità, per poi dare nel merito un monito al legislatore.”
Ciò è facilmente verificabile se sol si consulta, ad esempio, la pronuncia ormai risalente nr. 258/94 proprio in tema vaccinale, con la quale la Corte, pur dichiarando inammissibile la questione, perché implicava un intervento legislativo, ammoniva il legislatore affinché provvedesse a garantire, ad ogni cittadino, gli accertamenti preventivi necessari ad indagare una eventuale predisposizione a sviluppare eventi avversi alla vaccinazione, riducendo così del massimo grado il rischio di danno vaccinale.

Inutile dire – a mera chiosa – che questo monito rimase lettera morta, mentre i vaccini obbligatori passarono da quattro a dieci, sanzionati persino con l’espulsione dall’asilo.

Veniamo ora alle conseguenze che questo approccio, spaventosamente antidemocratico, ha avuto sulla cittadinanza.
Si è da subito riscontrato l’instaurarsi di un rapporto conflittuale tra gli utenti e il servizio sanitario, in quanto il cittadino non è più accolto e confortato bensì giudicato e segnalato persino al Tribunale dei Minorenni.
Si è instaurato, poi, un clima di sospetto nei confronti degli Ordini Sanitari, costretti a mettere a tacere voci sgradite persino con la radiazione invece che, semplicemente, confutando efficacemente quelle tesi.
Si è assistito alla fuga dalla sanità e dagli ospedali, per timore di essere segnalati o peggio sbattuti sulle prime pagine dei quotidiani, con conseguenze la cui drammaticità è possibile intuire.
Si è verificata infine la fuga anche da vaccinazioni fino ad allora mai messe in discussione, come l’antitetanica, perché ormai vige il dogma “o tutti o nessuno”, essendo venuta a mancare la composizione monovalente e anche per paura del giudizio e della segnalazione alla Procura Minori.

E paradosso dei paradossi, si è assistito all’aumento dei casi di contagio proprio nelle Regioni con la maggiore copertura vaccinale: 302 casi sia in Lombardia che in Lazio, con coperture superiori al 95% (Lazio 97,51, Lombardia 95,01) mentre 5 casi di cui nessuno confermato in laboratorio (quindi zero) in Molise la cui ultima rilevazione segnalava una copertura del 73,5, o 3 casi a Bolzano, di cui uno solo confermato in laboratorio, con copertura dell’82%.

Il Re è nudo, e non è più possibile negarlo.
Come si può reagire a tutto questo?

La via non è facile ma a mio avviso è possibile.

Partirei proprio dal Codice Deontologico medico, che è ancora un ottimo codice, pieno di principi alti, immutevoli, ancorati direttamente ai nostri più sacri valori costituzionali.

Pensiamo per esempio all’art. 3 del CD che impone al medico il rispetto della libertà e della dignità della persona; esso discende direttamente dall’art. 13 della Costituzione che sancisce che la libertà personale è inviolabile;

L’art. 4 del codice deontologico tutela l’esercizio professionale del medico stabilendo che esso debba fondarsi su principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Esso discende direttamente dall’art. 21 della Costituzione, che tutela il diritto alla libera manifestazione del pensiero, o all’art. 33 di cui dirò adesso;

l’art. 19 del Codice Deontologico impone al medico un continuo aggiornamento, che deve essere costante e finalizzato allo sviluppo delle conoscenze e competente professionali, o anche all’art. 55 (importantissimo) che impone al medico di promuovere una informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze acquisite.
Questi due articoli sono diretta derivazione dell’art. 33 della Costituzione che stabilisce che l’arte e la scienza sono libere e libro ne è l’insegnamento.
L’aggiornamento del medico sta alla base delle informazioni che egli fornisce al proprio paziente e quelle informazioni sono alla base del consenso che il paziente deve esprimere per ogni trattamento sanitario, ivi comprese le vaccinazioni.

Cito il provvedimento dell’OMCEO di Roma del 10/10/2017, quindi successivo alla legge Lorenzin.
Esso cita la sentenza della Corte Costituzionale nr. 438/2008 secondo la quale il consenso informato è un principio fondamentale in tema di salute e trova il suo fodnamento negli artt. 2, 13 e 32 Cost.
La vaccinazione pur essendo un trattamento sanitario obbligatorio non è imponibile coattivamente, non è un TSO psichiatrico. Anche se lo fosse, tuttavia, persino in questo caso la norma prevede che si cerchi di raccogliere il consenso del paziente.
Ecco che il medico è comunque obbligato a fornire una informazione completa ed esaustiva al paziente.
Qualcuno obietterà che il Pensiero Unico accetta soltanto certe fonti scientifiche e non altre, e che quindi il medico è costretto di fronte a studi scientifici considerati attendibili, a ignorare tutte le fonti di indirizzo diverso.
Tuttavia a questa obiezione si risponde citando la relazione del Comitato di Bioetica pubblicata nel 2006 dal titolo

CONFLITTI D’INTERESSI NELLA RICERCA BIOMEDICA E NELLA PRATICA CLINICA

le cui Considerazioni finali sono drammatiche.

1) l’industria spesso non fornisce ai medici un’informazione neutrale e completa, ma un’informazione già indirizzata, creata nei propri uffici;
2) i farmaci prodotti sono spesso duplicati di altri farmaci già esistenti (i cosiddetti farmaci me-too) che non presentano vantaggi rispetto a questi ultimi e che vengono venduti a un prezzo superiore. L’industria promuove solitamente i medicamenti più recenti e costosi e a tal fine a volte elargisce ai medici vari tipi di
“doni” che inducono nei sanitari un atteggiamento incline all’iperprescrizione o alla prescrizione dei farmaci più costosi;
3) l’industria controlla e indirizza la ricerca attraverso i finanziamenti che elargisce all’Università;
4) l’industria a volte interrompe ricerche non favorevoli o ne impedisce la pubblicazione. In altri casi distorce una ricerca in corso, sostituendo gli obiettivi (end points) primari con obiettivi surrogati;
5) i dati bruti delle sperimentazioni clinico-farmacologiche rimangono spesso nelle mani dell’industria e non vengono mai messi a disposizione dei ricercatori che li hanno prodotti. A questi ultimi i dati vengono forniti soltanto quando sono stati rielaborati dagli uffici statistici delle aziende;
6) l’industria, in quanto “proprietaria dei risultati”, non pubblica i risultati negativi;
7) le riviste scientifiche non pubblicano articoli con dati negativi perché di scarso interesse scientifico o commerciale;
8) l’industria condiziona, attraverso la pubblicità, le maggiori riviste mediche, i cui referees spesso hanno rapporti di dipendenza economica dalle aziende;
9) i medici che redigono le rassegne o le linee-guida sovente non sono davvero indipendenti dalle industrie.
10) anche le pubbliche amministrazioni spesso non sono indipendenti dalle industrie.

Ecco che alla luce di queste conclusioni il medico non può ignorare risultati della ricerca che siano dissonanti rispetto al main stream, specie se il main stream è del tutto favorevole all’industria.

Siamo di fronte a una crisi di credibilità dell’intera classe medica che legittima una forte reazione.

Grazie.

Avv. Alessandra Devetag