Pubblichiamo la relazione -sotto forma di lettera- di un incontro tra alcuni medici dell’Associazione svoltosi il mese scorso. E’ stato un incontro informale, insolito, nell’abitazione privata di uno di noi. Non c’erano obbiettivi predefiniti: è stato un semplice incontrarsi. Perché? Per parlare di medicina, filosofia medica, ruolo del medico in questo momento storico, comunicazione, storie personali, funzionalismi del pensiero…

Un semplice incontrarsi che, in questi tempi di relazioni informatiche e scambi virtuali, ha assunto un forte valore simbolico e anche concreto: ci siamo portati a casa la speranza di poter fare rete e di poter cooperare con fiducia per una crescita professionale e umana.

Carissimi,

che dire del nostro incontro di sabato scorso? Dovessi usare una sola parola direi: “FIDUCIA!”

Come ho già avuto modo di dire, nella mia città, mi sento molto isolata, come persona e come medico: è un argomento doloroso, cui ho accennato anche sabato e sul quale non mi sembra opportuno insistere.

Sabato, F. e I. ci hanno aperto la loro casa, facendo in modo che ci sentissimo “a casa”: grazie! Personalmente, mi sono sentita davvero accolta.

Le Persone intervenute – Colleghi, per lo più, ma c’erano anche una Pedagoga/Educatrice e un Osteopata – hanno parlato con tranquillità del loro atteggiamento verso lo “stato di cose” in cui ci dobbiamo muovere e di cui dobbiamo tenere conto per poter svolgere il nostro lavoro. Mi sono resa conto che i Super-Men e le Wonder-Woman esistono davvero, ma non ostentano con tracotanza la loro sicurezza: giorno dopo giorno, cercano di restare “nel sistema” per migliorare la situazione. Lavorando “dall’interno”. Senza pretendere di rivoluzionare tutto dall’oggi al domani, di “radere al suolo” un sistema per sostituirlo con “qualcosa d’altro”, consapevoli che ogni imposizione proveniente da un piccolo gruppo rischia di tramutarsi in un ulteriore atto di demagogia.

Dal punto di vista professionale, ho apprezzato moltissimo il discorso del Collega G. sull’importanza della diagnosi, sul “peso” che imponiamo a una Persona non solo quando – brutalmente – le comunichiamo una diagnosi di neoplasia, magari davvero “scarsamente curabile”, ma anche quando parliamo di patologie molto più “lievi”, ma “poco curabili”. Già, sono diagnosi che, lasciate a sé stesse, vengono usate come “alibi”. Per evitare il movimento fisico che si potrebbe comunque fare (“Ho l’ernia del disco, non posso…”). Per prendere delle decisioni che potrebbero cambiare in meglio la vita degli interessati (“Ho la fibromialgia, cosa volete che faccia…”). Alibi. Per evitare di uscire dalla propria “zona di comfort”. E questo vale non solo per i nostri Pazienti, ma – anche e soprattutto! – per NOI!

Nel pomeriggio, quando siamo rimasti in pochi-pochi, si è parlato anche delle “basi delle malattie” (magistrale l’esposizione di L.), mentre S. ha introdotto un discorso più ampio, molto filosofico, traducendo in schemi e immagini ciò che da tempo meditavo, senza riuscire a dare una forma al mio pensiero.

Durante tutta la giornata, ho notato con quanta attenzione i Colleghi più giovani seguivano i discorsi dei … meno giovani (i Medici – quelli veri – restano “giovani” per tutta la vita!): per un momento, la casa in cui eravamo riuniti è diventata il Platano di Ippocrate con un Maestro parlava al gruppo. Un Medico – un Maestro. Un Medico – una Maestra.

Salutandoci, ci siamo ripromessi di organizzare altri incontri per stare insieme, per parlare e, soprattutto, per condividere. Le nostre impressioni. Le nostre idee. Il nostro sapere di “professionisti”. E, perché no?, le nostre paure.

Grazie, grazie a Tutti per questo momento di splendida condivisione!

Lettera firmata