Ci sono tante cose sbagliate nel mondo, alla mia età molte le conosci, diverse le hai sperimentate di persona, ma ci sono sempre, dietro l’angolo, mille altre situazioni che ti troveranno sempre impreparato. La maggior parte di queste ultime riguardano i figli, verso i quali non c’è corso preparatorio che funzioni. Ma sono anche, le situazioni sbagliate che riguardano i nostri figli, quelle che più hanno da insegnare a noi, genitori, adulti eppure sperduti, sempre più dubbiosi e spaventati via via che realizziamo quale tipo di mondo stiamo per consegnare loro.
 
Siamo grosso modo al ventesimo giorno di isolamento forzato a casa; ci sono stati, per fortuna, alcuni giorni di cattivo tempo, che non ti facevano rimpiangere più di tanto il poter stare all’aria aperta. Oggi, domenica, per giunta il primo giorno di ora legale che rende le giornate più lunghe, splendeva il sole. Un po’ di venticello, ma neanche fastidioso. La voglia di sentire il sole sulla pelle era tanta. Colazione (ore 11.30 visto anche il cambio del fuso) sul balcone. Un balconcino lungo e stretto che mamma ha riempito di piante, ma un quadratino di un metro scarso per un tavolincino c’è stato modo di farlo saltar fuori. Tra l’altro il tavolino quadrato all’inizio serviva più che altro per nascondere il motore del condizionatore del soggiorno-cucina. Adesso quel motore in effetti dà un po’ noia alle gambe quando tenti di accomodarti a quel tavolincino apparecchiato, ma quando sei in casa da venti giorni, è un dettaglio che diventa quasi piacevole.
Finita la colazione, via giù in cortile con la bimba. Cortile piastrellato, zero piante, davanti al blocco garage condominiale, ma poter giocare un po’ a palla, saltare la corda e fare le bolle di sapone, col sole e il caldo, valeva quanto un soggiorno in una spa di lusso. Rientrati in casa, sul balcone al secondo piano già c’era l’ombra, ma questo non ha impedito il pranzo “fuori”.

Mentre le 2-3 cose che fisicamente era possibile mettere sul tavolincino venivano sparecchiate, propongo alla piccola di tornare giù davanti ai garage per fare i compiti scolastici del weekend. Oggi tocca matematica, ci sono ancora da fare 6 o 7 problemi, e io da tempo avevo scaricato dal camper il tavolino da picnic, proprio per utilizzarlo a questo scopo. Inizialmente la proposta viene accolta con un tono neutrale (vabbè stare fuori, ma se si tratta di lezione…). Poi mia moglie, sporgendosi dal balcone, nota che giù ci sono già 2 persone, una mamma e un’altra bimba, condomini del nostro stabile, che fanno quello che noi stavamo facendo fino a prima di pranzo: giocano, a palla. Mia figlia e l’altra bimba ovviamente si conoscono anche se non hanno mai legato un granché. Sentendo questo, mia figlia cambia in un attimo, si precipita a mettersi le scarpe e a preparare libro e quaderno di matematica per andare a fare i compiti giù di sotto. Io sorrido. Sorrido perché so che lei ha veramente intenzione di mettersi a fare i compiti, e che li farà diligentemente. Le basta poter salutare qualcun altro, condividere uno spazio con qualcun altro, anche per poco. Proprio quello che non si può fare, ad ascoltare la televisione. Mia moglie riflette, guarda giù, poi mi chiama per farmi notare che mamma e figlia stanno giocando, da sole nel cortiletto, indossando dei guanti di lattice. Potenza della paura. Non per andare al supermercato o in farmacia, in quel caso me li metto anche io, ma solo per giocare in cortile all’aria aperta. Mia moglie chiama la bimba e le dice che è meglio rimanere in casa. Ci giriamo entrambi verso di lei, non capiamo. Poi io capisco, mia figlia no. Non può capire. E ringrazio il cielo che ancora non capisca. Non può capire che, probabilmente, quelle persone che adesso sono in cortile, sono state in casa prima di pranzo perché in cortile c’eravamo noi. Per non condividere quell’unico spazio in comune all’aperto di cui disponiamo liberamente. Paura. E adesso è giusto lasciare a loro quello spazio, perché se fossimo tornati giù noi, anche se per fare i compiti sul nostro tavolincino davanti al nostro garage, molto probabilmente loro se ne sarebbero andate. Mia moglie dunque ha avuto un pensiero altruistico per delle persone, come tante, chiuse nella paura. Tornando in casa a pranzo mi viene in mente che altre due persone, tra l’altro giovani, che stavano uscendo dal portone in quel momento, ci hanno salutato da lontano, e fatto passare per salire tenendosi ben distanti, occhi a terra, e ricordo di aver fugacemente pensato quanto tutto questo fosse sbagliato. Adesso quel pensiero mi inonda. Mia figlia se la prende, si chiude in camera, io ci vado a parlare e cerco, in parole semplici, di spiegarle la situazione, e che la colpa non è delle persone, ma della paura. E’tutta colpa della paura. Lei, semplicemente, mi dice che non è giusto. Ed ha ragione, Dio se ha ragione. Le dico che ce l’ha, che anche io e mamma capiamo quanto sia profondamente sbagliato questo momento che stiamo vivendo, ma che non abbiamo il potere di correggere tutti gli errori di questo mondo. Lei, altrettanto semplicemente di prima, mi dice “e allora io voglio andare a vivere su Marte, perché questo mondo non lo voglio”. Rimango senza parole, per un po’ non riesco a fare altro che abbracciarla. Poi le dico che mi auguro che quando sarà grande sia possibile viaggiare fin su Marte. E penso in cuor mio che, si, forse ricominciare daccapo in un pianeta vergine sarebbe la cosa migliore. Chissà quanto ci potremmo mettere prima di rovinare anche quello? Ma mi rammarico, perché vedo un mondo che diventa sempre meno quello che vorrei lasciarle, e non so come fare. Mi rendo conto che i miei genitori hanno vissuto la loro giovinezza in un mondo in cui si coltivavano promesse, speranze nel futuro, e che quelle sensazioni, nella mia infanzia, probabilmente me le hanno fatte assorbire. Adesso io non posso fare altrettanto, mi sforzo e mi adopero ogni giorno, ma non so cosa possa trasparire di non-verbale dalla mia persona. Di fiducia nel futuro ne ho poca, e mi sento a tratti forte, a tratti vulnerabile. Non perdo la speranza, finché c’è lei è impossibile, ma veramente non so cosa fare. In questo momento strano, in cui il tempo sta assumendo una dimensione diversa, la prima cosa che mi è venuta da fare è stata di cristallizzare i miei pensieri in questo testo, e la seconda, di condividerli, in cerca probabilmente di menti affini che possano capirmi. Chi mi conosce bene saprà che questo è inusuale, per me. Mi perdoneranno coloro che mi leggono se ho abusato del loro tempo. Vi saluto tutti quanti con affetto, sto tenendo duro assieme a voi.

 

Un padre