Cari Colleghi, Mi rivolgo a Voi, a chi di Voi abbia voglia di leggermi, perché credo che possiamo ancora essere un punto di riferimento l’uno per l’altro, e che possiamo trovare spazi di arricchimento reciproco nel dialogo e nel rispettoso confronto tra pari.
Le tematiche relative alla salute stanno diventando centrali sia nell’indirizzare l’agenda politica che nel determinare i flussi economici. Alcuni di noi, nel dibattito su tematiche scottanti (prendo ad esempio la diatriba sull’obbligatorietà vaccinale e sull’efficacia delle medicine complementari), hanno iniziato ad assumere toni rabbiosi da tifoseria, ben lontani dalla sobria pacatezza che dovrebbe contraddistinguere l’atteggiamento di un medico nei confronti di colleghi e pazienti. Nessuno si senta offeso: non posso permettermi di criticare alcun Collega, perché so di esser la prima a sbagliare, con buona pace di scienza e coscienza di cui mi riempio la bocca. Quando parlo a Voi, parlo prima di tutto a me stessa. Medito sui miei errori ad alta voce, nella speranza che la mia autocritica possa servire anche ad altri. Perché vi annoio con pacatezza e sobrietà? Perché riesumare due qualità così desuete e poco affascinanti? Andrò oltre, chiedendoVi di condividere una riflessione sull’Umiltà, quella virtù così silenziosa da sembrare noiosa. Ma l’Umiltà in Medicina è assolutamente vitale: più importante della preparazione scientifica, più della capacità di instaurare buone relazioni con i pazienti. Umiltà non è avere un atteggiamento succube, né falsamente modesto: Umiltà è non sentirsi superiore o inferiore a nessuno, è sentirsi pari tra pari. Umiltà è saper mettere al posto giusto le proprie competenze, avere coscienza dei propri limiti e quindi anelito a superarli, avere rispetto per tutti ma riverenza acritica per nessuno. L’Umiltà nello spirito permette di avere lucidità nel pensiero. E’ la condizione indispensabile per rispettare il primo principio di Ippocrate: non nuocere. Credo che molto dell’equivoco nel dibattito pubblico su tematiche medico-scientifiche sia da attribuirsi a un’idea di scienza e medicina piuttosto fantasiosa, alimentata non solo da media e politica ma anche da noi medici che ci prendiamo troppo sul serio.

Ma quest’Umiltà così evanescente, dove e come ritrovarla?

Io sto provando a tener sempre a mente alcune vere banalità, che sarebbero evidenti anche a un bambino, ma che per fretta e per conformismo rischio troppo spesso di non valorizzare adeguatamente nell’operato quotidiano:

  1. La Medicina non è una scienza esatta. La statistica, di cui si serve a piene mani, è uno strumento grossolano e impreciso che “inventa” un mondo ideale a cui applicare i suoi parametri studiati a tavolino… ma la cruda realtà dei corpi e delle anime umane non è totalmente inquadrabile con lo strumento della statistica… grazie a Dio! Chiaramente, come qualsiasi “strumento”, se bene applicata può essere molto preziosa. Ma dimenticarsi dei limiti intrinseci al metodo, fino a considerare i risultati ottenuti realtà indiscutibili, è certamente un cattivo uso del metodo stesso.
  2. La medicina non è onnipotente. Nonostante anni di studio meticoloso, il più grande scienziato non sa neppure quanti capelli ha in testa (con la notevole eccezione dei calvi). Nessun illustre accademico, applicando esclusivamente il metodo scientifico, può conoscere la data della propria morte, né come avverrà, né cosa lo aspetta dopo. Le cose che ignoriamo di noi stessi sono incredibilmente più numerose di quelle che conosciamo. E la cosa peggiore, per dirla come Socrate, è che spesso ignoriamo addirittura di ignorare, e ci comportiamo come fossimo grandi sapienti. Questo ha un nome preciso: presunzione. Il contrario dell’Umiltà. Tra esami a tappeto per tutti, programmi di screening che promettono di prevenire i tumori (mentre si tratta nel migliore dei casi di una diagnosi precoce, con falsi positivi e negativi), farmaci apparentemente miracolosi etc… si sta alimentando l’idea che la medicina sia una scienza che può irrompere trionfalmente nella vita di un essere umano, altrimenti fragile e destinato a soccombere, governandola e dirigendola per allontanare ogni possibile rischio. I risultati parlano chiaro: anche se le malattie sono cambiate, la sofferenza e la morte colpiscono ancora l’uomo, come è sempre stato e sempre sarà. Si vive qualche anno in più, certamente, ma spesso ridotti in condizioni miserevoli. Vedo davvero troppi anziani che si spengono dolorosamente dopo anni di allettamento e progressivo deterioramento cognitivo, riducendosi a meno dell’ombra di ciò che erano… i progressi della medicina che impedisce una morte naturale senza poter restituire la giovinezza, portano queste aberrazioni sempre più di frequente. Purtroppo osservo spesso che anche il mondo delle medicine complementari rischia di diventare presuntuoso e direttivo, quando crede di poter fornire una risposta a qualsiasi problema di salute, mettendosi in opposizione alla medicina allopatica: è una malattia che sembra poter contagiare tutti i portatori di camice bianco.
  3. Le persone hanno bisogno di un medico molto più raramente di quanto credonodi conseguenza il mio ruolo di medico è molto meno importante di come sembra.  Questo posso dirlo per l’esperienza come sostituta negli ambulatori di medicina generale e in guardia medica: almeno la metà delle richieste d’intervento è improprio. Ma una volta che mi chiamano, devo pur far qualcosa… e allora giù prescrizioni, consigli, e invadenza nella vita di qualcuno che non ha affatto bisogno di me. Perché le persone hanno così voglia di rivolgersi a un medico? Perché chiedono continuamente di fare esami anche se si sentono bene? Noto spesso che i miei pazienti non hanno più fiducia nel proprio corpo, si sentono intrinsecamente deboli e bisognosi di tutela. E anche il più piccolo sintomo diventa intollerabile, se si è convinti che l’onnipotente medicina possa estirparlo e bisogna solo trovare il dottore giusto. Mi sembra un sistema di delega del proprio potere personale: il paziente delega al medico la tutela della propria saluta, il medico generalista a sua volta la delega allo specialista, lo specialista alle analisi strumentali… e di fatto ci troviamo tutti imbrigliati in range e parametri artificiali.  Questo sistema di delega è attivo in molti settori, ed è alimentato inconsciamente da tutti. In occidente viviamo in un modo molto più “sicuro” di un tempo: non si muore di fame, né di guerra, né in lunghi viaggi della speranza. Eppure, siamo pervasi da un curioso senso di insicurezza e molti addirittura soffrono d’ansia. Nessuna sicurezza esterna può restituire quella primitiva sicurezza che è la capacità di autodeterminazione, il potere personale. Se il nostro corpo ha bisogno continuamente di essere monitorato e protetto perché incapace di auto sostenersi, tanto che tutta la società è in pericolo se i bambini non si sottopongono a 10 vaccini obbligatori, cosa dovremmo dire della nostra psiche? Più ci si adatta a vivere una vita ovattata, affidando la gestione della propria stessa biologia a “esperti” e “specialisti”, più la psiche diventa fragile e dipendente, accrescendo un intimo e pervasivo senso di insicurezza che richiederà ulteriori e sempre più invadenti tutele. Ci stiamo infilando tutti sotto una grossa campana di vetro, e uscirne sembra ogni giorno più difficile. Si nasce e si muore in ospedale, alle mense scolastiche solo cibo sterilizzato e impacchettato, antibiotici in prevenzione, stringenti norme a tutela della salute in qualsiasi ambiente pubblico….  Di quanta libertà, spontaneità e gioia di vivere si sta privando l’Uomo in virtù questa ossessione per la salute?
  4. Le malattie e la morte sono eventi naturali, non sono brutte né cattive, a volte sono un bene e in ogni caso la medicina non è in grado di evitarle. Per cui meglio impegnarsi a vivere degnamente piuttosto che lanciarsi nell’impossibile battaglia della sopravvivenza con qualsiasi mezzo e a ogni costo. L’ idea dominante è che, poiché tutti siamo uguali, tutti siamo importanti: quindi tutti devono vivere indipendentemente da ciò che chiede il loro corpo, tutti devono aver diritto alle cure più sofisticate anche con costi esorbitanti, tutti devono poter avere figli etc…

Io inizierei a ribaltare il concetto: siamo tutti uguali, quindi nessuno è importante. Non lo dico per svilire la natura umana, ma perché è un sollievo. Se mi rendo conto di non avere nessuna importanza, finalmente posso incominciare a respirare, posso smettere di impiegare tante energie per tutelarmi e posso aprirmi al nuovo che mi circonda. Chi si sente nulla, può donarsi al Tutto. E allora la morte diventa accettabile, la vita serena, le malattie un’opportunità di auto-scoperta.
Può sembrare crudele ma credo che, se ci sentissimo un po’ meno importanti, non cercheremmo di prevenire malattie banali per timore della rara complicanza. Accerteremmo piuttosto la rara complicanza come espressione della imprevedibilità della vita, e sapremmo accettare che talvolta   si muore, talvolta si muore giovani, talvolta si muore perfino da bambini… forse un imponente e disperato sforzo della medicina potrebbe prolungare la vita di qualcuno, ma ciò che si perde mettendo in piedi tale sforzo può essere molto più di ciò che si guadagna.
Con questo, ovviamente, non voglio cadere nell’estremo opposto: nell’indifferenza verso la salute e nel rifiuto ad ogni azione che possa migliorarla. Dico solo che, prima di agire, sarebbe utile un bilancio di cosa si guadagna e cosa si perde: il famoso rapporto costo-beneficio, che non dovrebbe essere solo una previsione di efficacia terapeutica rispetto a eventuali effetti collaterali e costi economici, ma una valutazione ben più complessa e articolata. E ovviamente, a mio parere, in sanità pubblica sarebbero da preferire quelle azioni che in grado di promuovere uno stile di vita più naturale e armonioso: la medicina intesa come prescrizione farmacologica ed esami strumentali dovrebbe avere un ruolo secondario.

Scusatemi, ho scritto tanto. Ma non riesco a pensare a una medicina disgiunta dalla filosofia, una medicina che vada avanti per conto suo senza chiedersi ogni volta qual’ è il suo scopo. Le risposte non le ha nessuno, ma mi fa impressione vedere che sono sparite le domande. A volte, cari Colleghi, mi sembra che siamo diventati simili ad automi: non tanto perché applichiamo rigidamente protocolli calati dall’alto, ma soprattutto perché abbiamo apparentemente smesso di avere inquietudini riguardo al senso ultimo del nostro operato. Ed ecco che la statistica può diventare un surrogato del pensiero critico e il metodo scientifico un surrogato della filosofia. L’intelligenza umana ridotta a capacità di produrre “evidenze”. Ma la statistica senza pensiero critico è fallace, e il metodo scientifico senza filosofia pericoloso.

Ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggermi fino alla fine.
Cari saluti,
Francesca Coccorese