Editoriali,Rubriche

Il segno dei tempi

29 Ott , 2016  

Scrivo questa lettera non come presidente di un’associazione di studi che si occupa di salute, e neppure come portavoce di tante associazioni con cui ho collaborato durante questi anni.

fotografia di: Michele Durazzi

fotografia di: Michele Durazzi

Scrivo come un semplice cittadino che molti anni fa ha deciso di intraprendere la professione medica, una professione che ho sempre amato perché ogni aspetto che le appartiene, dalle sue finalità alla sua pratica, è solidamente disciplinato da uno statuto fondato sull’etica. Non un’etica circoscritta alle logiche ed ai codici di un ristretto ordine professionale, ma un’etica estensibile a chiunque e che si fonda sull’assunto che in nessun caso, ed in nessuna circostanza durante l’esercizio della propria professione, un medico agirà, in modo volontario o no, per produrre un danno fisico, morale o psicologico ad un altro essere umano.

Tra gli esseri umani vi sono anche i colleghi. Svolgiamo infatti una delle professioni più difficili e rischiose tanto che la categoria medica è quella in Italia che spende più di qualsiasi altra per tutelarsi legalmente. Il libro di Pietro Bagnoli Reato di cura è una testimonianza diretta e straordinariamente intensa di come da un giorno all’altro possa cambiare la vita di un medico senza che egli sia venuto meno ad alcun principio del proprio codice professionale.

A memoria d’uomo, quando un medico è incorso in problemi giudiziari, sia che avesse o non avesse colpa, l’Ordine dei Medici ha seguito la vicenda in dignitoso silenzio, in qualsiasi modo si concludesse. Mai nessuno scalpore, e tanto meno tifo da stadio, impensabili poi la derisione o il dileggio verso chiunque, per quanto potesse avere deviato dai principi dell’Ordine. Solo rammarico e costernazione.

Stesso contegno l’Ordine ha sempre tenuto quando si è trattato di adottare provvedimenti disciplinari contro un proprio membro, e non per una questione che i panni sporchi si lavano in casa, ma ancora una volta per rispetto del codice deontologico: si sanziona, anche gravemente, non si accendono roghi in piazza, non si crea un clima da esecuzione pubblica o da linciaggio. Esiste, o almeno esisteva, il senso di un’autorevolezza dell’Ordine tale che la sanzione da sola costituiva nella vita di un professionista un elemento grave, che in nessun modo poteva essere ignorato.

Tutto questo una volta. Ora, evidentemente, qualcosa è cambiato. Come e perché non saprei dire. Vediamo alcuni fatti.

Leggo che in una regione italiana, dove nel gennaio 2008 è stata approvata una legge che dichiarava non obbligatorie le vaccinazioni, un medico ha abbracciato, nella propria professione, i presupposti teorici di quella legge, ossia l’idea appunto che quelle data terapia profilattica, intendo i vaccini appunto, fosse utile ma non fosse l’unico strumento atto a tutelare la salute della comunità sociale nella misura in cui si era ritenuto fino ad allora. Sostanzialmente poneva sullo stesso piano, quali garanzie di tutela della salute pubblica, tanti altri fattori, a cominciare dalla salubrità delle condizioni di vita.  Nonostante tutto l’attivismo del medico in questione, e nonostante nella sua regione la legge consentisse l’iscrizione dei bambini a scuola pur senza le vaccinazioni, il tasso di popolazione vaccinata non è crollato ma si è mantenuto in linea con l’andamento nazionale.

Inoltre, benché la copertura vaccinale  a livello nazionale  restasse alta, benché nessun dato epidemiologico mostrasse  alcun indizio di un’emergenza,  benché in un’altra regione abbiano cominciato a verificarsi casi di meningite anche tra soggetti vaccinati, nonostante insomma nulla fosse cambiato nel quadro sanitario del paese, all’improvviso, la svolta: alcuni hanno iniziato a suonare le trombe del Giudizio Universale ed a dichiarare che chiunque manifestasse posizioni anche solo critiche, e non di rifiuto, nei confronti dell’attuale calendario vaccinale dovesse essere radiato dall’Ordine. Il meccanismo mediatico si mette in moto tutto d’un tratto, con una coordinazione ed una ripetitiva uniformità di concetti che nel nostro paese non si riesce mai a raggiungere neppure quando si tratti di valutare se un edificio scolastico sia o no stato adeguato ai criteri anti-sismici.

Il medico in questione viene così convocato.

 

Non so cosa gli abbiano detto. So solo che all’indomani della convocazione presso l’Ordine, ha scritto su un famoso quotidiano on line un articolo dove dichiara pubblicamente il proprio fermo rifiuto di qualsiasi tesi possa discostarsi dalla pura ovvietà così da non gettare alcuna ombra su una verità scientifica assoluta e inderogabile. In verità in quell’articolo non c’è niente che il medico in questione non abbia già detto in passato: le sue posizioni sono sempre state, di fatto, assai moderate, come è proprio per l’appunto di un medico che sa per principio che una terapia è giusta o sbagliata a seconda del paziente cui la si applica. Quello che spira dalle righe, però, è la fretta di fornire spiegazioni su alcuni aspetti delle proprie idee, è la paura di incorrere in misure che gli strappino ciò cui è rimasto fedele per tutta la vita, cioè la propria professione medica. Tutto, il contenuto, il modo, lo stile, sa di fretta impositiva.

Lo spettacolo non potrebbe essere umanamente più imbarazzante e doloroso, sia perché si può ben immaginare lo stato d’animo di un individuo spinto a usare la penna con tanta noncuranza della propria storia professionale, sia perché una simile, affrettata e meccanica dichiarazione ha il solo scopo di mettere alla gogna, non di affermare una verità scientifica.  Di fronte a tale vicenda, invece di attivarsi l’usuale codice deontologico che senza distinzione è sempre stato applicato nei confronti di chiunque, per quanto reo, al contrario, incomprensibilmente si scatena un clima volgare e greve da spettacolo gladiatorio.

Da un lato, gli oppositori che dileggiano e inorgogliscono con la banale esultanza di chi si sente forte contro un individuo che è solo; dall’altro lato le ingiurie oltraggiose di chi, senza rischiare nulla di suo, svillaneggia il medico per avere scritto un articolo dai toni troppo timidi ed impauriti. Il web si è riempito di frasi e giudizi, dall’uno e dall’altro lato, che ricordano quelli degli striscioni degli stadi, degli scontri tra ultras.

Da cosa nasce tanto scadimento? Non saprei dare una risposta. Ma forse si deve guardare anche ai dati di contesto, al panorama generale che mostra sintomi di un declino senza sosta e che valica ogni giorno un nuovo limite.

Un dato di contesto, ad esempio, è stato evidenziato dalla puntata di report del 10 ottobre che aveva come argomento del servizio la scelta del Ministro Lorenzin di mandare come rappresentante del nostro Paese a Bruxelles in tema di sicurezza alimentare, dei farmaci e della salute veterinaria un certo Pasqualino Rossi.

Questo il testo di un articolo:

Si tratta di un dirigente arrestato nel 2008 dal Procuratore di Torino Raffaele Guariniello con l’accusa di corruzione,insieme ad altri funzionari pubblici e dirigenti nel settore farmaceutico. Il processo è finito in prescrizione e si è chiuso nel settembre del 2015. Ovviamente in Italia esiste la sacrosanta presunzione di innocenza, ma quali sono i criteri in base ai quali il ministro Lorenzin ha deciso di scegliere proprio Rossi a rappresentare l’Italia?

«Era l’unico che sapeva le lingue» l’incredibile risposta che dà la misura di quanto siamo messi male nel nostro Paese…

Assunto nel ‘98 dal ministero della Salute come direttore medico, Rossi negli anni è diventato dirigente dell’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco. Nelle 400 pagine che spiegano il provvedimento, il Gip di Torino scrive: «Da quanto emerso, si registra una totale assenza nel Rossi dell’interesse per la tutela della salute pubblica».

Dietro il corrispettivo in denaro e regalie varie, stando alle accuse, Rossi avrebbe passato informazioni riservate agli informatori farmaceutici, agevolato le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio e “aiutato” chi era in difficoltà, come Riccardo Braglia, amministratore della Helsinn Healthcare, gruppo farmaceutico produttore della nimesulide, il principio attivo dell’Aulin. Come è noto, questo medicinale anni fa rischiava il ritiro dal commercio per sospette correlazioni a danni al fegato. Ma l’Aulin si salvò e Braglia, secondo quanto ricostruito dai magistrati, ringraziò Rossi nel più tradizionale dei modi: una bustarella nascosta dentro ad un giornale.

La difesa di Rossi è disarmante: «Pensavo fossero delle banalità, non ho mai fatto cose contrarie ai doveri d’ufficio». E adesso ci rappresenta a Bruxelles. *

* (testo tratto dal sito: http://www.lultimaribattuta.it/53697_gabanelli-lorenzin-report)

 

Possibile, mi chiedo, che per tutelare la salute pubblica si avverta come prioritaria una campagna di mobilitazione e di indignazione generale contro le tesi di un medico di provincia sui calendari vaccinali?

Dr. Eugenio Serravalle

 

 

 

 

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