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Siete pazzi a mangiarlo, siamo pazzi a non renderci conto che…

9 Ott , 2017  

Chissà quanti di noi hanno mangiato quella  marmellatina servita in piccole vaschette di plastica nelle colazioni degli alberghi convinti che fosse fatta con le fragole e invece era soltanto una miscela di sciroppo di fruttosio e di glucosio (gli zuccheri naturalmente presenti nella fragola e che quindi potrebbero provenire dalle vere fragole: indispensabili in caso di analisi), acqua, succo concentrato di frutti di bosco (per il colore), acheni di fragola (marcatore visivo per conferire autenticità), pectina.

Chissà quanti hanno bevuto tè cinese imbottito di pesticidi (non ne esiste alcun tipo privo, se non quello proveniente da coltivazioni biologiche certificate e controllate).

E chissà in quanti abbiamo comprato origano e invece era sommacco; spezie in polvere mescolate ad escrementi di ratto; basilico o prezzemolo inscatolati assieme a coccinelle; formaggi fatti con acqua, latte in polvere, polifosfati, citrato di sodio e acido citrico; salumi gonfiati con polifosfati per renderli più pesanti, poi immersi in un bagno di additivi finché non si crea un pastone che viene colato in stampi di dieci metri tagliato poi finemente per finire in tavola come Cordon Bleu.

Ricordiamo le lasagne fatte con carne di cavallo e spacciata per manzo e che in Italia, secondo un’indagine del 2016 condotta dalla Coldiretti, due prosciutti su tre venduti come italiani provengono da maiali allevati all’estero, tre cartoni di latte su quattro sono stranieri senza indicazioni di provenienza in etichetta, come metà delle mozzarelle e il concentrato di pomodoro (i cui arrivi dalla Cina sono aumentati del 379% nel 2015 per un totale di 67 milioni di chili). Per quanto riguarda il miele, uno dei prodotti più falsificati, un barattolo su due non è di origine italiana, e una quantità rilevante di quello in commercio è contraffatto.

Queste e tante altre le truffe alimentari descritte nel libro dell’ingegnere agroalimentare Christophe Brusset, 20 anni di esperienza nel settore acquisizione/vendite di una società leader del settore e descritte nel libro: Siete pazzi a mangiarlo!  (Piemme Edizioni). Il libro ti fa passare la voglia di fare la spesa. Possiamo leggere un  vasto elenco di truffe legalizzate ai danni del consumatore.

Il profitto aziendale è l’unico credo dell’industria che è disposta a tutto. Anche a lasciare, o inserire volontariamente, dentro al cibo venduto cacche di topo, segatura, pesticidi, coloranti per vernici, solventi, antibiotici, ormoni. Tutto questo è possibile grazie alle nuove regole del capitalismo anche in Francia, in Europa, dove le norme sarebbero più restrittive che in altre zone del pianeta. “Il liberismo -scrive l’Autore- non è l’assenza di regole, è l’applicazione della legge della giungla. Il liberismo non è anarchia. Esistono delle regole istituite dai potenti per favorire… i potenti. La vera domanda da farsi non è se sia morale o no, ma: perché delocalizzare è così vantaggioso? Molto semplicemente perché si riducono i costi al minimo e si realizza il massimo dei profitti. L’abbiccì del capitalismo. Delocalizzare risponde a una necessità vitale per l’azienda che viene messa in una situazione impossibile da politiche inadeguate. Un’azienda troppo ingenua o troppo poco reattiva è semplicemente condannata. Ecco i costi di un’ora di lavoro non qualificato:

– paesi del Maghreb (Tunisia, Algeria, Marocco): 4 euro;

– paesi dell’Europa centrale e orientale: 8 euro;

– Cina, Vietnam: 2 euro;

– Francia: 20 euro.

Un lavoratore cinese o vietnamita costa meno di un decimo di un dipendente francese, a fronte di più ore di lavoro settimanali, meno vacanze e una maggior docilità. Si tratta di lavoratori che possono essere licenziati immediatamente, senza preavviso né indennità.  E la distanza non è più un problema. In seguito allo sviluppo degli scambi internazionali, da vent’anni a questa parte il costo del trasporto, soprattutto marittimo, non ha fatto che diminuire e non costituisce più un freno per gli scambi transcontinentali. Le ultime generazioni di portacontainer trasportano tra Shanghai e Amburgo 18.000 container per viaggio, per meno di 1.000 euro a container, con consegna in tre settimane. Ma non sono solo il costo del lavoro e la legislazione accomodante che spingono a investire in Cina. È anche una questione di mentalità, di pragmatismo economico. Sappiate per esempio che il terreno della nostra nuova fabbrica, interamente risanato e recintato, ci è stato dato dal comune. Non abbiamo pagato niente! Nada! Ogni anno, riceviamo dal governo locale un premio in contanti proporzionale al valore delle nostre esportazioni. La delocalizzazione non è altro, per l’imprenditore, che una reazione logica da buon amministratore: produrre là dove è meno caro e vendere là dove c’è potere d’acquisto.”

Christophe Brusset, racconta senza esporsi poi troppo, cita molti aneddoti non fornendo documentazione, evita di fare i nomi dei prodotti o delle aziende. Il quadro che descrive è preoccupante proprio perché è la confessione e la denuncia di un veterano del settore agroalimentare, di chi ha lavorato nelle principali multinazionali del cibo. Ci saremmo aspettati che questa confessione pubblica avesse prodotto almeno una serie di verifiche, di controlli, di revisione di una legislatura con le maglie ancora troppo larghe, che le Istituzioni europee e nazionali si impegnassero maggiormente per tutelare i consumatori, soprattutto bambini perché i danni alla salute possono essere incalcolabili.

Niente di tutto ciò: molto meglio imporre l’obbligo del vaccino antivaricella per essere ammessi all’asilo.

a cura della Redazione Assis

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