a cura delle Dott.ssa Daniela Troiani

Facendo seguito all’articolo http://www.assis.it/stili-alimentari-impatto-su-salute-e-ambiente-parte-1/ è evidente che, come si evince dall’esperienza di Chelsea White e dalla riduzione del numero dei vegani nell’ultimo anno in Italia, adottare un rigido stile alimentare vegano non è alla portata di chiunque, anche solo per motivi di gusto. Ci sono però altri modelli alimentari che ci possono aiutare a ridurre il consumo di carne o di prodotti di origine animale e ad avere effetti positivi sulla nostra salute; vediamo quali:

VEGETARIANI:

La parola “vegetariano” nella letteratura scientifica viene utilizzata per indicare tutte le varianti dell’alimentazione a base vegetale: latto-ovo-vegetariana, latto-vegetariana (o ovo-vegetariana), vegana (100% vegetale). Latto-ovo-vegetarismo (LOV) Una dieta LOV ben pianificata si basa principalmente su alimenti di origine vegetale, consumati in modo variato e meglio se in forma integrale o semintegrale: cereali, legumi, verdura, frutta, frutta secca e semi oleaginosi, alghe. Chi sceglie questa variante consuma anche cibi animali indiretti, cioè latte e suoi derivati, uova e loro derivati, mentre sono esclusi tutti i tipi di carne animale e derivati (mammiferi, uccelli, pesci, molluschi e crostacei). L’esclusione di cibi a base di carne dalla dieta favorisce un maggior consumo di cibi vegetali che apportano nutrienti protettivi, e permette di evitare gli effetti dannosi sull’organismo di alcuni nutrienti contenuti negli alimenti animali (grassi saturi, farmaci e tossici ambientali), che rappresentano fattori di rischio delle principali malattie croniche (malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità, diabete, alcuni tipi di tumore, etc). Il consumo di alimenti di origine animale dovrebbe essere molto limitato, anche perché l’assunzione di cibi animali ricchi di calcio (latte e derivati) può compromettere lo stato del ferro. Latto-vegetarismo (LV) Rispetto ai LOV, gli LV consumano solo latte e derivati come alimenti di origine animale; l’eliminazione di uova e loro derivati contribuisce a ridurre ulteriormente, rispetto alla dieta LOV, l’assunzione di grassi di origine animale (cfr. https://www.scienzavegetariana.it)

REDUCETARIANI

Il termine è stato coniato da Brian Kateman, giovane ricercatore della Columbia University che ha fondato il nuovo movimento ‘riduci-carne’, in inglese ‘reducetarian’, insieme a Tyler Alterman. Il movimento si propone di migliorare la salute delle persone, combattere lo sfruttamento degli animali e agire positivamente sull’ambiente. I reducetariani si impegnano a mangiare meno carne rispetto a quelle che sono le proprie abitudini, (carni rosse, pollame, pesce e frutti di mare) e derivati animali quali uova e latte, di consumre solo prodotti che non provengono da allevamenti intensivi, e quindi di migliore qualità,  senza specifici obiettivi di eliminazione degli stessi e senza una comune motivazione. È un approccio interessante proprio perché non tutti sono disposti a togliere questi alimenti dalla propria dieta. Nella home del sito di riferimento della Reducetarian Foundation (https://reducetarian.org/) si legge rispetto a questo modello alimentare:

  • È SANO: con meno carne e di più frutta e vegetali, i reducetariani vivono vite più lunghe, più sane e più felici.
  • È FACILE: I reducetariani stabiliscono obiettivi flessibili e raggiungibili allo scopo di ridurre il consumo di prodotti animali.
  • È BUONO: mangiare meno carne contribuisce al benessere degli animali e dell’ambiente.

Diventare reducetariano è molto semplice, e i vari passaggi, sono indicati sul Reducetarian blog, e in tutti i social networks in cui la comunità è attiva: ciascuno può prendere un impegno nella riduzione del consumo di carne e di prodotti di derivazione animale, in base alle sue preferenze, possibilità e gusti e condividere lo scopo dei fondatori di informare, promuovere e incrementare la ricerca nel campo della nutrizione.

FLEXITARIANI

La dieta flexitariana (ossia flessibile) è una dieta a base vegetale con l’aggiunta occasionale di carne. I flexitariani sono anche conosciuti come vegetariani flessibili, Semplicemente non ci sono regole. Alcuni flexitariani avranno un pasto con carne una volta alla settimana, mentre altri mangeranno carne in rare occasioni. La dieta flexitariana sta aumentando di popolarità, specialmente tra le persone che non vogliono impegnarsi in uno stile di vita pienamente vegetariano o vegano. Permette loro una flessibilità che possono adattare al loro stile di vita, alla vita sociale o alle condizioni di salute. Tra gli adepti del flexitarismo non ci sono solo persone che vogliono ridurre il consumo di carne, ma anche i vegetariani o i vegani che decidono di reintrodurre la carne nella loro dieta. ( https://theflexitarian.co.uk/flexitarian-diet-2/9). Si può diventare flexitariani per motivi economici, di salute, etici. Secondo la ricerca del Forum for the Future più di un terzo degli abitanti della Gran Bretagna oggi si definisce “veggie” part-time, ed è una percentuale in crescita. A questo punto sorge spontanea una domanda: qual è la differenza tra reducetariani e flexitariani? I primi riducono il consumo di carne sulla base di un piano da loro stabilito, i secondi sono in realtà vegetariani o vegani non ortodossi che, in rare occasioni, per assenza di alternative o per scelta, consumano carne, un po’ come fanno alcuni monaci buddisti quando mangiano quello la causa loro offerto, a condizione che non siano loro a chiedere l’uccisione di un essere vivente.

Per concludere, lo stile alimentare di ciascuno dovrebbe tendere a ridurre il consumo della carne e dei prodotti di derivazione animale, anche perché è consigliato dalla Piramide Alimentare della dieta mediterranea

Sul sito de “il fatto alimentare” possiamo trovare un questionario per verificare la nostra effettiva aderenza alla dieta mediterranea, sempre meno seguita dagli italiani (https://ilfattoalimentare.it/dieta-mediterranea-questionario-crea.html). Gli effetti positivi della dieta mediterranea sulla salute sono stati studiati a partire dal secondo dopoguerra; Il Seven Countries Study, condotto da Ancel Keys e Paul White a partire dal 1957, rappresenta il primo importante studio che evidenzia la stretta relazione tra dieta e stile di vita, come fattori determinanti di rischio per le malattie cardiovascolari, tra paesi e culture diverse e per un periodo prolungato di tempo. Il Seven Countries Study  fu condotto in 16 coorti di uomini di età 40-59 anni in 8 nazioni di sette Paesi. Una coorte venne arruolata negli Stati Uniti, due in Finlandia, una in Olanda, tre in Italia, due in Croazia, tre in Serbia, due in Grecia e due in Giappone per un totale di 12.763 individui. Le varie coorti rappresentavano culture molto diverse di Paesi molto differenti. Dopo l’esame iniziale, che comportò una partecipazione media superiore al 90% (con punte vicine o pari al 100%), vennero eseguiti riesami ogni 5 anni, per i successivi 10 anni, in tutte le coorti, e fino a 40 anni di distanza in alcune coorti. I dati sull’incidenza delle malattie cardiovascolari furono raccolti sistematicamente per 10 anni in tutte le coorti i, dati sulla mortalità per 25 anni in tutte le coorti e ancora dati sulla mortalità per 40 anni in 13 delle 16 coorti; nel 2014 è stato completato il follow-up per la mortalità a 50 anni per le stesse 13 coorti. Le abitudini alimentari degli italiani sono cambiate dal 1957 ad oggi: la dieta dei nostri nonni e/o genitori era al tempo a Km0, ricca in cereali, verdure, legumi, e il consumo di carne era riservato ai giorni di festa; lo sviluppo economico, l’urbanizzazione e le modificazioni qualitative della produzione, trasformazione, distribuzione e vendita sul mercato degli alimenti, hanno determinato una transizione alimentare, con il passaggio di alimenti a base di cereali, frutta e verdura ad alimenti ricchi di grassi saturi (principalmente carne e prodotti lattierocaseari), di zuccheri semplici (Popkin et al. 1998; Popkin et al. 2004), ovvero a uno spostamento della struttura della dieta verso un regime alimentare che è caratterizzato da un introito energetico più elevato, con una componente di grassi e zuccheri aggiunti nel cibo più importante, un aumento dell’assunzione di acidi grassi saturi (prevalentemente rappresentati dai grassi animali) e un consumo ridotto di carboidrati complessi, fibre alimentari, frutta e vegetali. Queste modificazioni della dieta si accompagnano a variazioni dello stile di vita che rispecchiano una riduzione dell’attività fisica lavorativa e del tempo libero. Le conseguenze dell’allontanamento da uno stile alimentare e di vita più sano sono sempre più evidenti: secondo i dati pubblicati nell’annuario ISTAT 2017, Le malattie croniche sono in crescita: il 39,1% dei residenti in Italia ha dichiarato poi di essere affetto da almeno una di quelle rilevate (scelte tra una lista di 15 malattie o condizioni croniche), un dato in lieve aumento rispetto al 2015 (+0,8 %). Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età più adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 53,0%, e tra le persone ultra settantacinquenni la quota raggiunge l’85,3%. Le donne sono più frequentemente colpite, in particolare dopo i 55 anni. Il 20,7% della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche, con differenze di genere molto marcate a partire dai 55 anni. Rispetto al 2015 aumenta la quota di chi dichiara due o più patologie croniche, soprattutto nella fasce di età 45-54 anni (+2,6 %). Queste le malattie o condizioni croniche più diffuse: l’ipertensione (17,4%), l’artrosi/artrite (15,9%), le malattie allergiche (10,7%), l’osteoporosi (7,6%), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (5,8%), il diabete (5,3%). Ad eccezione delle malattie allergiche, tutte le altre malattie croniche riferite aumentano con l’età e con nette differenze di genere, in linea di massima a svantaggio delle donne. Per ciò che riguarda sovrappeso e obesità, in Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è aumentata di quasi 3 volte nel 2016 rispetto al 1975. Dall’ultima indagine condotta nel 2016 da “OKkio alla Salute”, che ha coinvolto 48.900 bambini su tutto il territorio nazionale, emerge che il 21,3% dei bambini partecipanti è in sovrappeso mentre il 9,3% risulta obeso (fonte: http://www.epicentro.iss.it/problemi/obesita/2017.asp). Tra gli adulti, secondo i dati più recenti elaborati dall’Osservatorio nazionale sulla salute più di un terzo della popolazione italiana (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età uguale o maggiore di 18 anni è in “eccesso ponderale”. L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale sia perché la sua prevalenza è in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito sia perché è un importante fattore di rischio per varie malattie croniche, quali diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori. In termini di costi alla collettività nel mondo, l’obesità occupa il terzo posto dopo fumo di sigaretta e guerre e terrorismo coinvolgendo, ormai, oltre 2 miliardi di adulti e bambini. Secondo un rapporto presentato al comitato per la food security della Fao dall’organizzazione no profit Ipes-Food “senza malnutrizione il Pil del mondo sarebbe più alto dell’11% mentre l’obesità costerà 760 miliardi di dollari entro il 2025”. Una contraddizione da correggere al più presto, su cui ciascuno di noi può intervenire, semplicemente ricordando di “mangiare meno, mangiare meglio, mangiare tutti”. Ndr. In questo approfondimento non ho fatto cenno ai RESPIRIANI, coloro che pensano di potersi alimentare e sopravvivere respirando aria, in quanto non esistono basi scientifiche, osservazionali, o di comune buon senso che possano in qualche modo sostenere le loro convinzioni.