Edoardo Gagliardi di Byoblu intervista il Dott. Stefano Petti dell’Università La Sapienza di Roma

Molti giornalisti hanno seguito corsi di aggiornamenti su temi scientifici, soprattutto medici, durante e dopo l’approvazione della Legge 119; molti di questi corsi erano sponsorizzati da industrie farmaceutiche.
La frequenza non è stata evidentemente proficua e ciò si capisce chiaramente leggendo molti degli articoli che in questi giorni riempiono tg e quotidiani… persino Piero Sansonetti ha esclamato:“Noi giornalisti abbiamo provocato il panico. Sembrava che in Italia ci fosse la peste” https://www.la7.it/coffee-break/video/coronavirus-piero-sansonetti-noi-giornalisti-abbiamo-provocato-il-panico-sembrava-che-in-italia-ci-25-02-2020-309329

Questa volta non si possono attribuire responsabilità a Internet o al “dottor Google” , di cui gli utenti hanno imparato, in gran parte, a distinguere pregi e difetti. Le raccomandazioni ufficiali sono state travolte dalle immagini e dai titoli dei giornali. Si sa, la paura è contagiosa, e la proposizione continua di immagini di persone terrorizzate, nascoste dietro mascherine, sciarpe, foulard o bandane sul viso è più potente delle indicazioni ministeriali o delle parole degli esperti.
Tra questi alcuni si sono distinti per un presenzialismo a reti unificate, annunciando la pronta commercializzazione di un istant book, altri hanno provato a riportare un po’ di ragionevolezza e serenità. Annoverabile tra questi ultimi, il Prof. Stefano Petti, del Dipartimento Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università La Sapienza di Roma, di cui riportiamo l’estratto della video-intervista rilasciata al format di informazione indipendente Byoblu, pubblicata il 27/02/2020 sul canale youtube della testata e curata da Edoardo Gagliardi.

 

-) Professore, che idea si è fatto di questa epidemia a livello mondiale?

A quanto sembra dai dati che abbiamo, siamo di fronte a un fenomeno di zoonosi (trasmissione di agente infettivo da animale a uomo). Questo fenomeno non è affatto raro, avviene e avverrà continuamente, data la vicinanza e la convivenza dell’uomo con gli animali, specie quelli di allevamento. La zoonosi può portare a 2 scenari diversi:

  • a) il microrganismo passa dall’animale all’uomo senza modificarsi. In questo modo non riesce poi a trasmettersi facilmente da uomo a uomo, ed infetta solo pochi umani, particolarmente suscettibili per diverse ragioni, provocando quasi sempre casi gravi (es. SARS, MERS)
  • b) il microrganismo riesce ad adattarsi al nuovo ospite umano, diventando un nuovo patogeno per l’uomo e quindi endemico per noi. In questo caso si diffonde molto di più, alle volte anche molto rapidamente, tra gli uomini, ma contemporaneamente avremo anche molti più casi con pochi o addirittura con nessun sintomo. Più un virus si adatta all’uomo, più facilmente si avranno portatori asintomatici, ovvero persone infette ma non malate, che diffonderanno il virus tra i loro simili. Questo meccanismo in genere è quello preferito dalla selezione naturale, in quanto la sopravvivenza e la moltiplicazione del virus è facilitata dal fatto che non fa ammalare gravemente il suo ospite, che anche se ha un po’ di tosse o raffreddore andrà lo stesso al lavoro, in palestra ecc, continuando a diffondere il microrganismo. Da tenere in mente che infezione non vuol dire malattia. Questo secondo scenario sembra essere quello per la sindrome chiamata COVID-19, cioè elevato numero di casi, malattia sempre più diffusa ma sempre meno grave.

 

-) Questo panico diffuso allora è ingiustificato?

In linea teorica direi di si, dovremmo avere più paura di agenti patogeni che circolano poco tra la popolazione. Faccio un esempio per far capire meglio: negli anni 70, a Roma, il virus dell’epatite A era presente in più del 90% della popolazione adulta (si parla di circa 2 milioni e passa di persone). A fronte di questo numero di persone infettate, la malattia da epatite A si presentò in poche centinaia di casi, e di decessi dovuti a questo virus praticamente non se ne osservò nessuno.

 

-) Dal punto di vista epidemiologico, sembra che molte di queste nuove malattie prendano il via dai paesi asiatici (Cina, Indocina…) come si spiega questo fatto?

La maggior parte delle malattie dovute a microrganismi che si diffondono per via respiratoria/aerobica si classificano come Human Crowd Diseases, malattie da affollamento. Sono dovute in genere a patogeni che non resistono molto nell’ambiente al di fuori dell’ospite, e si trasmettono tramite le goccioline (droplets) di saliva che emettiamo con gli starnuti, colpi di tosse, ma anche semplicemente parlando o espirando dalla bocca, e che in ambienti affollati entrano poi nell’organismo di chi ci sta a stretto contatto. Questo sistema di trasmissione è quindi favorito da 3 fattori:

  • affollamento
  • luoghi di aggregazione chiusi (il mercato di Wuhan da dove sembra abbia preso il via il primo focolaio è un luogo chiuso, dove transitano, pare, più di 1 milione di persone all’anno, che si trovano a stretto contatto per fare le loro compravendite)
  • elevata umidità ambientale, che favorisce una maggior durata delle goccioline contenenti il virus

Questi fattori sono tutti presenti nelle grandi città asiatiche, ed infatti in questi paesi, le affezioni polmonari sono sempre state tra le prime cause assolute di morte (la decima in Cina, la sesta in Corea).

(Non ci dimentichiamo poi l’aggravante dell’inquinamento atmosferico, specie nelle grandi metropoli, un fattore che predispone ed aggrava le patologie a carico dell’apparato respiratorio – N. d. R.).

 

-) E’ pensabile ipotizzare una prevenzione in partenza per queste patologie respiratorie?

Parlando del singolo virus è difficile affrontare un discorso specifico, data la peculiarità di ciascuno di essi, ma parlando in generale dell’insieme dei virus a trasmissione aerea (come i coronavirus, i virus influenzali, adenovirus e molti altri), in linea di principio pensare di avere luoghi di aggregazione all’aria aperta anziché al chiuso (come i nostri mercati rionali), predisporre volumi maggiori (soffitti più alti) negli edifici, prevedere un sistema di immissione di aria primaria (cioè immettere aria dall’esterno – purché non troppo inquinata, n.d.c.– ) anziché fare impianti di ricircolo di aria condizionata, insomma rivedere la progettazione quantomeno degli spazi pubblici porterebbe di sicuro ad un beneficio

 

-) Veniamo alla situazione italiana: questione tamponi: è giusta la strategia adottata dalle autorità sanitarie?

Bisogna capire quale scopo ci si prefigge: se esso è il tracciamento della diffusione del virus, cioè capire come si trasmette, da chi è arrivato, le modalità di trasmissione ecc, allora a mio avviso se ne stanno facendo troppi. Andrebbero fatti solo a persone malate/ricoverate, per poi cercare i contatti stretti che esse hanno avuto. Se estendo il campionamento, lo faccio invece per investigare il livello di diffusione del virus a livello di popolazione, per capire quante persone sono paucisintomatiche/asintomatiche, quanti siano i portatori sani ecc. In Francia sono stati fatti in totale circa 800 tamponi, tutti a soggetti malati e loro familiari o contatti stretti (colleghi di ufficio ecc), contro i più di 10mila tamponi in Italia, fatti a persone con pochi o nessun sintomo oltre che a quelle malate più seriamente. Teniamo presente che di tutti questi campioni, quelli positivi sono solo il 4% circa. Questo non serve certo a tracciare la malattia.

 

-) Ma il tampone è specifico? Perché ci sono diversi ceppi di Coronavirus circolanti, giusto?

Sono noti ad oggi, compreso questo ultimo del 2019, 7 ceppi di coronavirus che infettano l’uomo. Gli altri già noti sono:

  • SARS
  • MERS

questi sono derivati da zoonosi e sono caratterizzati da bassa trasmissibilità e alta letalità

  • altri 4 tipi divenuti endemici per l’uomo, che circolano normalmente. Si possono ritrovare ogni anno in circa il 2,5% della popolazione, specie in inverno (in Italia più di 1 milione e mezzo di persone). Sono virus ormai perfettamente adattati all’uomo.

Ora, è vero che il tampone è tarato sull’RNA virale, quindi sul suo genoma, ma non ci sono ad oggi dati certi sulla sua:

  • sensibilità (quanto accuratamente è in grado di rilevare il virus)
  • specificità (quanto è in grado di dare positività al COVID-19 e non ad esempio ad altri coronavirus
  • potere predittivoelemento cruciale, ovvero con quanta probabilità un risultato positivo indica una reale infezione, e, viceversa, quanto un risultato negativo indica la sua assenza.

Tutti questi dati, essendo un test nuovo, sono ancora in attesa di validazione, per cui non possiamo essere certi, statisticamente parlando, dell’affidabilità assoluta di questo test. Per cercare di ovviare infatti di norma si eseguono sui soggetti prescelti due test diversi, fatti con tecniche diverse, e la positività deve essere attestata per entrambe le prove. E al 27/02/2020, i positivi ad entrambi i test sono in numero di 280 sui 650 circa che ci mostrano ai telegiornali. Va anche detto che questa discrepanza potrebbe anche essere dovuta a ritardi di tipo organizzativo nel fornire i risultati dei test, ma questa è la situazione ad oggi.

 

-) Lei crede a speculazioni che circolano in rete circa l’origine in laboratorio di questo virus, e il suo utilizzo bellico, come possibile arma biologica?

Da epidemiologo, io non rigetto alcuna tesi per preconcetto, ma ragiono solo su dati validati e fatti dimostrabili e documentabili sul campo. Non sono pertanto in grado di formulare alcun giudizio in quanto per tali speculazioni i dati a supporto empirico sono mancanti. Negli anni 80 era condivisa da molti l’ipotesi che la zanzara fosse un vettore per il virus HIV, in quanto senza dubbio poteva spostarsi e pungere un soggetto infettato e poi pungere un secondo individuo trasmettendo il patogeno, come avviene per la malaria e molte altre malattie. Era un’ipotesi ragionevole, ma in quel caso dovevamo aspettarci che in paesi con più zanzare si registrassero più casi di AIDS, e così non fu osservato. E’ sempre necessaria una dimostrazione sul campo oggettiva.

 

-) E’ possibile distinguere, dai sintomi, la malattia da Coronavirus dalla normale influenza?

E’impensabile. I sintomi, non solo con l’influenza, ma con la maggior parte delle sindromi respiratorie, sono sovrapponibili. Oltretutto non ci dimentichiamo che più dell’80% delle persone infette non manifesta alcun sintomo! Il sintomo da solo non ci dice nulla. Tenete anche presente che, in Italia, per quanto riguarda la sorveglianza dell’influenza stagionale, i dati sugli ammalati (con febbre, ecc.) per la ricerca del virus dell’influenza atteso per quella stagione riportano che meno del 30% presenta positività per il virus influenzale, e di questi, meno della metà presentano il ceppo virale incluso nel vaccino antinfluenzale. Addirittura, nel 40% dei casi non si isola nulla!! 

(Sul medesimo argomento vedasi anche Roberto Volpi,  http://www.assis.it/una-vittoria-del-buon-senso-e-della-inoppugnabilita-dei-dati/ ed il saggio del medesimo autore “dall’AIDS a Ebola: virus ed epidemie al tempo della globalizzazione” ed. Vita e Pensiero, 2015 )

Quindi è assurdo porsi la sua domanda a partire dal sintomo, visto che esso non è predittivo di alcunché, ed è anche assurdo farsela la domanda, dato che la maggior parte delle presone infettate dal COVID-19 non presentano alcun sintomo. Dovremmo invece preoccuparci del controllo delle polmoniti, dovute anche a molti altri fattori, che in Italia causano 4000 morti ogni anno.

 

-) A questo punto, come si giustifica il clima di isteria collettiva che si è venuto a creare nel nostro paese?

E’ perfettamente giustificata, perché dall’inizio è stata sbagliata la comunicazione a riguardo. Si è creato un corto circuito tra messaggi che invitavano a mantenere la calma e continue esposizioni in prima pagina dei nuovi contagi, prima 200, poi 300, ecc..

Invece perché non dire chiaramente:

  • quanti casi sospetti sono poi stati confermati dall’ISS?
  • Quanti tra i positivi sono risultati totalmente asintomatici?
  • Quanti sono in ospedale solo per controllo?
  • Quanti invece in terapia intensiva? (ad oggi, appena poche decine…)

Se si estrapola il COVID-19 dal contesto dell’insieme delle malattie infettive, si crea un artefatto, che genera solo confusione tra le persone, e la confusione a sua volta porta a insicurezza, paura, e quindi a comportamenti isterici. La percezione del pericolo è stata distorta, anche da parte di EU, OMS, e la diffusione di immagini e filmati dal tono catastrofico, evocanti scenari da virus letali, non hanno fatto che accentuare questo clima, mentre noi sappiamo per certo che:

  • o un virus è letale, e quindi non si diffonde;
  • o un virus si diffonde, e quindi non è letale.

 

Il video è reperibile al link https://www.youtube.com/watch?v=E2jlb1GqT7k. 

(Trascrizione dell’intervista a cura di Andrea Agostini)