di Roberto Volpi

Essendo piuttosto disorientati di fronte a quel che sta succedendo, si sono buttati a capofitto sul dopo. Parlo dei giornali e, in parte, dei telegiornali. Certo, è indiscutibilmente meglio e pure meno deprimente parlare del dopo, non fosse che il dopo lungi dall’essere pronto e impaziente di subentrare al presente appare ancora così lontano da non scorgersi neppure all’orizzonte. Per quanto il tema – il dopo pandemia –  sia concreto e decisivo, esso torna pure comodo per non essere costretti ad ammettere che la strategia di contrasto al coronavirus che ha messo in quarantena l’Italia intera, reinserendola nelle case dalla bellezza di praticamente un mese, non ha prodotto un solo risultato di quelli che ci erano stati assicurati.

Quando l’8 marzo fu istituita la zona rossa comprendente la Lombardia più 14 province di Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Marche (estesa due soli giorni dopo a tutta l’Italia), i casi di contagiati erano 7.375, con 366 morti. Oggi, ore 18 del 5 aprile, sono 128.948, 17 volte tanti, con 15.887 morti, la bellezza di oltre 43 volte i morti all’8 marzo. Ora, se si riflette su questi due dati si capisce una cosa che la tolda di comando di questa quantomeno opinabile, per come è stata impostata, battaglia contro il coronavirus cinese mostra di non avere ancora ben chiara: che aver preteso di chiuderlo nelle case assieme ai loro abitanti è stata una pessima idea perché i morti sono aumentati a una velocità grande due volte e mezzo quella dei contagiati, prova indiscutibile del fatto che si è ottenuto il solo risultato di accrescere a dismisura la sua letalità (se necessitasse una controprova di questa verità, eccola: l’Italia è il paese con la più alta mortalità nel mondo da coronavirus).

Nel frattempo il numero dei contagiati non sta subendo alcuna flessione e viaggia a una media di oltre 4mila al giorno.  Dagli esiti di quanti sono fin qui usciti dall’infezione – 21.815 guariti e 15.887 morti – si ricava il rapporto di letalità di questa pandemia in Italia al 5 aprile: 421 morti ogni 1.000 contagiati usciti dallo stato di contagiosità. In leggero calo, e destinato a scendere ancora, ma abnorme, pari pressoché a quello della peste trecentesca.

Numeri che dovrebbero far riflettere su dove si sta andando e se non sia il caso di rivedere qualcosa di quel che si sta facendo per fronteggiare l’epidemia, numeri di fronte ai quali ci aspetteremmo qualche voce critica alzarsi a porre le domande giuste per riuscire a ottenere qualche risposta più meditata, piuttosto che il ritornello solito che stiamo lavorando bene, che il picco è vicino, e che tutto quello che si deve fare è nient’altro che restare ben chiusi in casa ancora chissà per quanto perché –  è il testo sottinteso – se le cose non vanno come dovrebbero la colpa è di chi fa il furbo e sgattaiola fuori casa con qualche pretesto. E invece niente, non una voce discordante, non una domanda scomoda rivolta a chi, politici e tecnici, guida il Paese in questa battaglia partita inseguendo pancia a terra il modello cinese.

Mai vista una simile manifestazione di pensiero unico, mai vista la comunità scientifica così compattamente schierata, mai vista la scienza così poco scienza da non sopportare neppure un bisbiglio contrario al modus operandi imperante e alla sua filosofia ispiratrice.

La Cina ha fatto scuola tre volte. Prima trasmettendoci il coronavirus, poi con la strategia di repressione del virus, e infine con la manifestazione di un consenso generalizzato e plumbeo attorno a quella strategia.

È un clima plumbeo, in effetti, quello che sentiamo gravare sulle nostre teste, sull’Italia. 

Anche questa epidemia passerà. E quando sarà passata diranno che si è trattato di una grande battaglia vinta e si sbracceranno in complimenti all’indirizzo del popolo italiano, che ha fatto il suo dovere, che si è comportato splendidamente, che ha lasciato sul campo troppi morti (quanti saranno per allora? 50 mila o non piuttosto di più?), impossibile negare, ma con ordine, compostezza, come si conviene ai grandi popoli. Insomma si apprestano a cantare vittoria, comunque vada.  Nel frattempo meglio parlare del dopo e di quanto già siamo cambiati e quanto cambieremo ancora e come niente sarà più lo stesso di prima e come dovremo ripartire facendo tesoro dell’esperienza trascorsa con questa pandemia nella quale abbiamo sperimentato qualcosa che l’umanità non si sarebbe mai neppure immaginato al mondo d’oggi: essere chiusa in casa al gran completo, aspettando la fine della tempesta – non propriamente una genialata, si ammetterà. Esattamente quel che si faceva nel XIV secolo, quando la virologia era di là dall’apparire e la medicina era ferma a Galeno e alla sua teoria degli umori.

E vogliamo affrontare così il futuro e i virus che verranno? Che Dio ce la mandi buona.

 

*Biografia

Roberto Volpi, statistico, ha diretto uffici pubblici di statistica prima di dedicarsi all’attività privata nella progettazione e realizzazione di sistemi informativi socio-sanitari ed epidemiologici. Ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, coordinato e diretto il Gruppo tecnico di programmazione che ha redatto il Piano strategico della città di Pisa.

Ha scritto, tra gli altri, Storia della popolazione italiana dall’Unità ai nostri giorni (1989), Figli d’Italia (1996), La fine della famiglia (2007), L’amara medicina (2008), Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente (2012), Dall’Aids a Ebola. Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione (2015).