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Un volo sullo stress

2 Set , 2015  

a cura del Dott. Angelo Gemignaniun volo sullo (Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica, Università di Pisa; Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, Pisa; Centro Extreme, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa)

Lo stress è un aspetto quotidiano della vita di tutti gli individui ed è tipicamente associato ad eventi negativi (come traumi, lutti) che possono inficiare la salute fisica e mentale.

E’ spesso definito come una minaccia o un pericolo, sia esso reale o implicito, all’omeostasi dell’organismo.

In questo senso, la risposta di stress viene spesso definita come l’insieme delle attivazioni fisiologiche e comportamentali messe in atto da un organismo per fronteggiare le sollecitazioni (stressor) che tendono a turbare l’equilibrio omeostatico. I cambiamenti che l’individuo devemettere in atto per rispondere ad una situazione stressante, come ad esempio l’adeguamento a sollecitazioni ambientali (Gemignani et al., 2014), è sostenuto da sistemi ad alto livello di integrazione la cui risposta adattativa, detta allostasi, si caratterizza per cambiamenti sistemici e comportamentali volti a sviluppare la migliore capacità omeostatica dell’individuo, aumentando le sue chances di sopravvivenza (Sterling e Eyer, 1988). L’allostasi è generata dall’attività congiunta del Sistema Nervoso Centrale e Autonomo, dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene (HPA), del sistema simpatico-midollare del surrene e del sistema immunitario/proinfiammatorio e si avvale di mediatori chimici quali l’adrenalina, i glucocorticoidi (cortisolo), e le citochine (o interleuchine) che agiscono su recettori specifici localizzati in organi e apparati differenti (McEwen, 1998; Menicucci et al., 2013). L’allostasi è un processo atto a mantenere l’omeostasi ovvero “… il mantenimento della stabilità attraverso il cambiamento…”, che rende l’organismo vitale e funzionante, consentendo il rapido adattamento a condizioni ambientali mutevoli (McEwen,1998).

Il mantenimento della condizione di allostasi ha un costo; infatti quando la risposta allostatica perdura nel tempo, come avviene in condizioni di stress cronico, si può produrre il cosiddetto“carico allostatico”, caratterizzato da un’aumentata attività dei mediatori sulle loro cellule target che conduce a fenomeni di desensibilizzazione e danno tissutale (McEwen, 1998, 2006).

Gli effetti del carico allostatico, nel lungo termine, possono essere pervasivi per l’organismo e portare a drammatiche conseguenze per l’individuo, come varie patologie del sistema cardiovascolare (tra cui ipertensione arteriosa, infarto del miocardio e ictus cerebrale), respiratorio , immunitario e alterazioni metaboliche (ad es. diabete e obesità) (McEwen,1998, 2006).

Anche la sfera psichica non è immune al carico allostatico: la prima conseguenza mentale del carico allostatico è la cosiddetta “sindrome da stress” che si caratterizza per la presenza di stati emotivi e di uscite comportamentali molto simili a quelle di tipico riscontro nella depressione atipica, con forte presenza di ansia, di solito riferita all’evento stressante ed identificabile chiaramente da chi ne soffre. Se l’evento stressante è vissuto come troppo forte, insostenibile ed incontrollabile, possono aver luogo delle vere e proprie sindromi psichiatriche, come il disturbo post-traumatico da stress ed il Lutto Complicato (Slavich e Irwin, 2014). Un altro quadro che può emergere è il cosiddetto Burnout, più frequente in chi esercita professioni d’aiuto, un vero e proprio esaurimento emotivo associato a forte depersonalizzazione ed a ridotta realizzazione personale (Bianchi et al., 2015). Per quanto attiene la sofferenza mentale, recentemente è stato ipotizzato che il meccanismo fisiopatogenetico alla base di alcuni disturbi mentali associati allo stress, quali la depressione e il disturbo post-traumatico da stress, risieda in una perdita di neuroni o in un’alterazione della formazione di nuovi neuroni nell’ippocampo, una struttura cerebrale che svolge un compito chiave nella memoria (Duman et al., 2000; Kim e Diamond, 2002; Jacobs et al., 2000; Joëls et al., 2007).

Questa ipotesi trova il suo razionale negli effetti negativi sulla formazione di nuovi neuroni e sul trofismo dendritico indotti dall’incremento plasmatico dei livelli di cortisolo e di alcune interleuchine pro-infiammatorie che si ritrovano tipicamente aumentati nello stress cronico e anche nella depressione e nel disturbo post-traumatico da stress (Lucassen et al., 2010).

Lo stress cronico, ovviamente, non può essere indipendente da una multifattorialità di cause, sia ambientali che genetiche, che provocano una maggiore o una minore vulnerabilità allo sviluppo di patologie correlate allo stress. L’avvento della “endofenotipia” ha inoltre introdotto un nuovo aspetto della risposta allo stress: le differenze genetiche multifattoriali individuali possono giocare un ruolo cruciale nel rendere i soggetti più o meno vulnerabili nei confronti degli effetti negativi dei mediatori chimici dello stress (Hasler et al., 2010). Recentemente è stata posta grande attenzione verso alcuni polimorfismi genetici associati al funzionamento del sistema serotoninergico, alla espressione dei recettori del cortisolo e ad alcuni fattori di crescita neuronale, come il BDNF (Wurtman, 2005; Lavebratt et al., 2010).

Per quanto attiene la prevenzione delle reazioni abnormi allo stress o la cura delle patologie ad esso correlate, la ricerca clinica attuale sottolinea come sia necessaria una presa in carico globale del paziente, integrando la somministrazione di farmaci psicotropi ad una psicoterapia individuale o di gruppo.

Recentemente in Occidente sta sempre più crescendo l’interesse verso tecniche tipicamente orientali. Le più note sono la mindfulness, un tipo particolare di meditazione tibetana, ed il Pranayama, una pratica yoga di controllo consapevole del respiro.

La meditazione consiste in una vera e propria “inversione di marcia” rispetto al funzionamento abituale della mente, sostituendo la continua tendenza al raggiungimento di obiettivi esterni, con una consapevolezza interiore fondata sull’accettazione del proprio stato attuale.

Numerosi sono gli effetti positivi accertati dalle moderne neuroscienze di queste tecniche, che vanno da un miglioramento soggettivo della percezione dello stress (caratterizzata da riduzione oggettiva del cortisolo e dell’attività infiammatoria) fino a modificazioni morfologiche e funzionali del sistema nervoso centrale, soprattutto nelle aree frontali e nell’ippocampo deputate al controllo delle emozioni. La mindfulness ed il Pranayama sono infatti associati all’attivazione del sistema nervoso parasimpatico e, all’elettroencefalogramma (EEG), all’aumento delle frequenze lente (teta e delta) tipiche degli stati di rilassamento-addormentamento, cui si associa un incremento del volume ippocampale e di altre regioni corticali (Gu et al., 2015; Tang et al., 2015).

Bibliografia essenziale

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4. Gu J, Strauss C, Bond R, Cavanagh K. How do mindfulness-based cognitive therapy and mindfulness-based stress reduction improve mental health and wellbeing? A systematic review and meta-analysis of mediation studies. Clin Psychol Rev, 2015; 37: 1-12.

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