Televisione, radio, giornali, riviste, cartelloni stradali, internet… ne siamo circondati!
Parliamo della pubblicità: un mare di colori, slogan, immagini e voci che ogni giorni ad ogni ora ci propongono prodotti da acquistare.
Ma che effetto hanno su di noi? Davvero siamo noi a scegliere ciò che acquistiamo, o sono proprio le pubblicità e la tipologia di confezione ad influenzarci?
E se provassimo a scegliere cosa acquistare, iniziando a leggere l’etichetta per capire cosa vi è dentro? Cosa cambierebbe? Sceglieremmo ancora gli stessi alimenti, detersivi, creme, abiti?
“Sì, ma come?” risponderete voi, visto che spesso non sono comprensibili ai più. E avreste ragione: vi è un mondo nascosto dietro ogni rettangolo adesivo incollato sopra ai prodotti esposti nei nostri supermercati che spesso sembra quasi impossibile da comprendere.
Qualcuno però ha deciso di venire in nostro aiuto fortunatamente!nPer capire meglio cosa si nasconde dietro le diciture delle etichette, infatti, abbiamo intervistato Lucia Cuffaro1, presidente del Movimento per la Decrescita Felice, e volto televisivo noto grazie alla rubrica ecologica che conduce su RAI1 in “Unomattina in Famiglia”.
Lucia, insieme a Elena Tioli2, ha da poco pubblicato un libro dal titolo “Occhio all’etichetta”: una guida dal tono ironico e dal contenuto dettagliato e pratico al consumo critico che spazia dall’alimentazione alla cura del corpo e dall’igiene della casa all’abbigliamento.

Perché tanta importanza alle etichette
“Parte tutto da lì – mi spiega Lucia – è il primo punto su cui riflettere. Per comprendere ciò di cui ci nutriamo ogni giorno, i detergenti che acquistiamo, i prodotti cosmetici che utilizziamo su di noi e sui nostri figli, dobbiamo prima di tutto capire cosa vi è dietro all’elenco delle parole all’interno delle loro etichette, perchè spesso si nascondono sostanze sintetiche e aggressive, nemiche della nostra salute e dell’ambiente”.
Lucia mi riporta per farmi comprendere la follia dell’industria un esempio: “Porto sempre con me ai corsi un’etichetta di un dado vegetale acquistato in un supermercato. All’interno della lista degli ingredienti contenuti nel prodotto si legge, in ordine decrescente per quantità: il sale, il grasso di palma, il glutammato monosodico, e altri esaltatori di sapidità, sino ad arrivare alle verdure disidratate, che sono l’1%.
Nelle attenzioni inoltre si legge: potrebbe contenere tracce di carota e sedano! Credo che tale esempio rappresenti bene il discostamento totale da ciò che dovrebbe essere un prodotto, rispetto a ciò che è davvero: un dado vegetale dovrebbe contenere in maggior quantità materie prime vegetali e le attenzioni dovrebbero focalizzarsi sugli elementi chimici non naturali che il prodotto contiene, come il glutammato monosodico. La motivazione è riconducibile al fatto che l’attenzione viene posta sulle possibili reazioni causate da ciò che i consumatori conoscono, a discapito ovviamente di ciò che non sanno. Ciò permette alle multinazionali di agire come meglio crede e a noi consumatori di rimanerne ignari. L’etichetta infatti tanto ci dice, quanto non ci dice: nasconde al suo interno tutti i misfatti che l’industria mette in atto a discapito della nostra salute e dell’ambiente”.

Come è possibile che la legge non ci tuteli?
Analizzando da vicino diverse normative europee e nazionali parrebbe che l’obiettivo principale dichiarato sia la sicurezza dei consumatori; eppure vige da decenni una prassi discutibile: il controllante – ovvero l’agenzia europea dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’americana FDA (Food and Drug Administration) – non è in grado di esaminare tutti i prodotti immessi in commercio e per questo si limita a leggere le documentazioni inviate dalle aziende che dovrebbero controllare.

Le varie normative ad oggi vigenti inoltre non considerano, secondo le due autrici del libro, alcuni importanti fattori, tra cui:
– l’effetto cocktail di diverse sostanze abbinate in un unico prodotto,
– l’esposizione combinata della stessa sostanza in diversi prodotti,
– l’effetto cumulativo di un elemento prolungato nel tempo,
– l’età del consumatore, in quanto i test vengono svolti spesso su uomini adulti e sani.

A tutelarci dovrebbe essere il cosiddetto principio di precauzione (art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), che costituisce un meccanismo per determinare misure di gestione del rischio, volte a garantire un livello elevato di tutela della salute. Tale principio si è poi allargato successivamente alla politica dei consumatori, al diritto sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale.
A livello pratico però del numero totale delle sostanze chimiche commercializzate, secondo L’Environmental European Bureau (EEB), risulta essere conforme solo il 31%: nel restante dei casi i dati presentati dalle aziende hanno necessità di maggiori indagini. La motivazione è che spetta alle singole aziende fornire i dati sulla sicurezza delle sostanze chimiche utilizzate dai prodotti da loro commercializzati e a registrarle in una banca dati centrale.

I coloranti
I coloranti danno un aspetto appetibile al cibo industriale. Tra i più rischiosi vi sono l’E150c (caramello ammoniacale) e l’E150d (caramello solfito ammoniacale), contenenti il 4-metil-imidazolo, una sostanza sospettata di essere cancerogena, come dichiara l’Agenzia internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS. Questi additivi sono largamente presenti in comuni prodotti da banco come aceto balsamico, salsa di soia, zuppe pronte, biscotti, merendine, gelati, e persino nella bevanda più diffusa e contestata dagli attivisti di tutto il mondo: la Coca Cola.
Rispetto al rosso colorito di affettati, salumi e carni la GDO utilizza un espediente: per prolungarne la conservazione e mantenere un tono brillante aggiunge nitriti e nitrati, sostanze che possono provocare gravi effetti collaterali sulla salute. Esse reagiscono infatti con le ammine, componenti delle proteine, portando alla formazione nel corpo di nitrosammine, composti cancerogeni per l’esofago e lo stomaco (IARC 2010).

Qualche esempio di etichette di prodotti, a cui fare attenzione?


La pasta: leggendo le etichette delle paste che troviamo nei supermercati spesso troviamo un’indicazione generica che ci comunica se il paese di coltivazione del grano utilizzato è dell’UE oppure no. Almeno il 50% del grano duro usato è importato: sono circa 2,3 milioni le tonnellate di grano duro all’anno che arrivano da altre nazioni per essere lavorati ai fini industriali.
Inoltre quando l’etichetta riporta la dicitura “Paese di coltivazione Extra UE”, molto spesso si tratta del Canada, che è divenuto il granaio del mondo. In Canada si fa uso del Glifosato in pre raccolta. Tale modalità in Italia è vietata per legge dal 2016, dopo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nel 2015 ha inserito il glifosato nell’elenco delle sostanze “probabilmente cancerogene per l’uomo”. Secondo l’Istituto Ramazzini comporta problemi di sviluppo e riproduttivi agendo come un interferente endocrino.

Insalata in busta: a febbraio 2019 uno studio dell’Università di Torino ha analizzato un campione di 100 insalate in busta, mettendo in allerta sulle modalità di lavaggio industriali perché non eliminerebbero completamente la carica batterica dei microrganismi patogeni. Dai dati sono risultati infatti quantitativi allarmanti di microrganismi e batteri di varia natura. Tra i più pericolosi: l’Escherichia coli (nel 3% dei campioni), l’Enterobacter sakazakü (10%), Pseudomonas nel (17%) e lo Staphylococcus (18%). Ma sono state trovate anche % del microorganismo Toxoplasmosi, che può portare a malattie parassitaria dannose in particolare per le donne in stato interessante, in quanto trasmissibili al feto.

Shampoo: l’attenzione va indirizzata a sostanze onnipresenti negli shampoo come: TEA (Triethanolamine), MEA (Monoethanolamine), DEA (Diethanolamine), Cocamide DEA, Cocamide MEA, DEA-cetyl phosphate, DEA oleth-3 phosphate, Lauramide DEA, Linoleamide MEA, Myristamide DEA, Oleamide DEA, Stearamide MEA, TEA-lauryl sulfate (fonte Safecosmetics). Questi nomi incomprensibili identificano degli elementi largamente utilizzati nel settore cosmetico per il loro effetto emulsionante, schiumogeno e regolatore del pH. Adorati dalle aziende per i bassi costi di produzione, fanno parte della famiglia delle ammine, dei composti organici contenenti azoto, considerati come derivati dell’ammoniaca, che come visto prima sono composti cancerogeni per l’esofago e lo stomaco.

Vestiti: l’etichetta sugli abiti ci comunica il materiale da cui sono composti. Oggi, sempre di più la maggior parte è fatta di nylon, acrilico, poliestero, che sono tutti derivati del petrolio e che stanno sostituendo in modo endemico le fibre naturali. Candeggio, sgrassaggio, colorazione, finissaggio: la produzione di questi materiali e i loro trattamenti comportano l’impiego di tantissime sostanze chimiche, addirittura 8.000 secondo la rivista «The Ecologist».
Il Sistema di allerta rapido europeo per i prodotti non alimentari posiziona l’abbigliamento al primo posto della classifica per elementi chimici pericolosi: Indossiamo indumenti nocivi per la nostra salute che non ci fanno espellere le tossine, creando così una barriera invalicabile per il nostro corpo, e allo stesso tempo sprigionano molecole connesse a infertilità, malattie respiratorie, dermatiti da contatto e, addirittura, cancro.

Abbiamo la possibilità di informarci e di fare la differenza scegliendo con cura i prodotti da utilizzare nel nostro quotidiano. Siamo tutti noi, in quanto consumatori, a determinare cosa producono le aziende: se iniziamo tutti insieme a scegliere solo prodotti contenenti elementi naturali, etichette chiare, imballaggi che rispettano l’ambiente, l’offerta degli articoli si sposterà a sua volta nella stessa direzione… perché, come dice Carlo Petrini, siamo già co-produttori, anche se non lo sappiamo.

 

Note:
1 Gestisce il portale con videocorsi ecosapere.it e cura il blog autoproduciamo.it. Con il Gruppo Macro ha pubblicato Fatto in casa, Risparmia 700 euro in 7 giorni, Cambio Pelle in 7 passi, Eco Kit per le Pulizie Ecologiche.
2 blogger, scrittrice e collaboratore parlamentare. Si occupa di comunicazione poli­tica e ambientale, e collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Autrice di Vivere senza su­permercato (Terra Nuova Edizioni), cura i blog vivicomemangi.it e viveresenzasupermercato.it