Di Eugenio Serravalle e Roberto Volpi

 

Ciò che rende il coronavirus più aggressivo

 

Ci sono dati che non mentono e che andrebbero ascoltati come quelli riportati dall’Istituto Superiore di Sanità nel suo “Aggiornamento nazionale del 16 marzo, ore 16” dell’Epidemia COVID-19, a pagina 7, parlando di “Fattori di rischio”:

“Sono stati diagnosticati almeno 2.339 casi tra operatori sanitari (età mediana 49 anni, 36.4% di sesso maschile). 

  • Nel periodo 20-29 febbraio 2020 sono stati diagnosticati complessivamente almeno 264 operatori sanitari su un totale di 1.830 casi di COVID-19 segnalati alla sorveglianza integrata (14.4%).  
  • Nel periodo 1-14 marzo 2020 questa proporzione è risultata pari a 2.021/16.875 (12,0%).  
  • È evidente l’elevato potenziale di trasmissione in ambito assistenziale di questo patogeno

Ci siamo permessi di sottolineare la conclusione che tradotta suona a un dipresso così: “attenzione! il coronavirus è particolarmente pericoloso negli ospedali e nei luoghi di cura dove vengono trattati e ricoverati gli ammalati di questa malattia.” Tanto pericoloso da avere infettato un numero esorbitante di operatori sanitari (medici e infermieri in primis), quale non si era mai visto in alcun’altra emergenza epidemica, pari al 12,5 per cento del totale dei contagiati: 

1 contagiato su 8 contagiati è un operatore sanitario.

Ma ecco la clamorosa riprova di questo fatto: la Lombardia ad oggi, 17 marzo 2020, ha il 57,4% dei contagiati del nostro paese da quand’è iniziata l’epidemia, ma, attenzione, ben il 71,8% dei morti positivi al coronavirus (che è tutto da vedere che siano morti “da” coronavirus) e, dato che spiega tutto, addirittura l’80,5% degli operatori infettati su tutto il territorio nazionale. 

Si diceva dei dati che non mentono e che siccome non mentono andrebbero ascoltati.  Ecco, li abbiamo sotto gli occhi! Abbiamo un virus che, a detta dell’Istituto Superiore di Sanità (che non poteva dire altrimenti, alla luce dei suoi stessi dati) ha un potenziale di trasmissione particolarmente elevato proprio negli ambienti assistenziali e in Lombardia, la regione col maggior numero di contagiati, non si fa che trasportare incessantemente i positivi negli ospedali col risultato che sempre i numeri sottolineano: una più alta probabilità di morire, se contagiati (rischio relativo di morire per un contagiato di coronavirus in Lombardia 1,23 anziché 1, come dovrebbe essere se la probabilità di morire dei contagiati lombardi fosse uguale a quella nazionale). 

Assistiti da personale che ha a sua volta una ancora più alta probabilità di risultare infettato. 

Una perfetta catena degli errori che viene ogni giorno rafforzata estendendo a grande velocità quegli stessi ambiti assistenziali nei quali il coronavirus ha dimostrato di sapersi bene intrufolare e sopravvivere e ai quali, pertanto, dovrebbero essere avviati solo quegli ammalati che ne hanno un bisogno conclamato e non altrimenti affrontabile. 

 

In attesa di esami di laboratorio che permettano di individuare gli anticorpi specifici nelle persone colpite da Covid-19, è pertanto essenziale, tramite i tamponi oggi disponibili, da effettuare periodicamente, identificare il personale sanitario positivo al  SARS-CoV-2 per tutelare la loro salute e quella degli assistiti.