Negli ultimi anni, anche in Italia, cresce il numero di bambini a cui viene attribuita un’etichetta diagnostica in ambito neuropsichiatrico: ADHD, disturbi dell’umore, ansia, disturbi della condotta.

Parallelamente, aumentano le prescrizioni di psicofarmaci in età pediatrica, spesso prima di un’adeguata valutazione clinica e di interventi educativi e ambientali.

È un fenomeno che merita una riflessione seria: stiamo osservando più malattia o stiamo semplicemente diagnosticando di più?
E soprattutto: tutto ciò sta realmente aiutando i bambini?

 Nel dibattito pubblico il termine “sovradiagnosi” è spesso usato male. Sovradiagnosi non significa falsa diagnosi né diagnosi sbagliata, non riguarda un errore del medico. La sovradiagnosi avviene quando si identifica una condizione reale secondo i criteri formali, ma che NON avrebbe causato sintomi, problemi o peggioramento della qualità della vita del bambino.

In altre parole: è una diagnosi vera ma inutile, perché non porta benefici al bambino e spesso lo espone a trattamenti ingiustificati.

È fondamentale distinguere tra:

  1. Falso positivo: il bambino non ha il disturbo, ma viene etichettato come se lo avesse.
  1. Misdiagnosi (diagnosi errata): il bambino ha un problema, ma non quello per cui viene trattato. Esempio: difficoltà scolastiche dovute a problemi relazionali o a un contesto familiare complesso interpretate come ADHD.
  1. Sovradiagnosi: il bambino soddisfa i criteri formali, ma la condizione non è clinicamente rilevante.

Nei disturbi neuropsichiatrici, questo accade quando criteri troppo ampi o interpretazioni elastiche trasformano variabilità normale del comportamento in “patologia”.

I motivi principali, ben descritti anche in letteratura, per cui si sbaglia

  1. Overdetection: iper-rilevazione del disturbo. Quando si usano screening e questionari senza contesto clinico, tutto diventa “sospetto ADHD”, “sospetto ansia”, “sospetto DSA”.
  1. Overdefinition: definizioni troppo larghe. Se i criteri si allargano, sempre più bambini rientrano nella categoria diagnostica, anche quando hanno semplicemente:
  • immaturità neurobiologica fisiologica,
  • temperamento vivace,
  • difficoltà scolastiche legate all’ambiente,
  • comportamenti normali per l’età.

Risultato? Più diagnosi non significano più malattia, ma più etichette.

 Così, negli ultimi 10 anni in Italia:

  • Le diagnosi di DSA, ADHD e disturbi emotivi nei minori sono cresciute in modo esponenziale.
  • Il ricorso ai servizi NPI è quasi raddoppiato, con liste d’attesa di 12–18 mesi in molte regioni.
  • Aumentano le prescrizioni di psicofarmaci pediatrici, soprattutto metilfenidato, antidepressivi e antipsicotici atipici.

Le prescrizioni di metilfenidato (Ritalin, Equasym) in età pediatrica sono in costante aumento, con incrementi percentuali a doppia cifra in alcune regioni. Il problema non è l’uso in sé — esistono casi selezionati in cui può essere utile — ma l’uso come risposta rapida a difficoltà che spesso hanno radici educative, scolastiche, relazionali o ambientali.

Il rischio maggiore: confondere i bisogni dei bambini con malattie

Molti bambini che ricevono diagnosi di ADHD presentano:

  • mancanza di attività fisica
  • sovrastimolazione digitale
  • scarso sonno
  • alimentazione disordinata
  • contesti scolastici poco inclusivi
  • stress familiare
  • carenza di spazi naturali
  • sedentarietà precoce

Se non affrontiamo questi fattori, qualunque diagnosi diventa una scorciatoia.

Diagnosi → farmaco → etichetta senza un reale lavoro educativo o familiare.

La comunità scientifica internazionale sta sollevando dubbi importanti:

  • I benefici a lungo termine degli psicostimolanti sono limitati o assenti.
  • Esistono rischi documentati: riduzione dell’appetito, disturbi del sonno, rallentamento della crescita, irritabilità, tachicardia.
  • Antidepressivi e antipsicotici vengono usati off-label anche in bambini molto piccoli.

In Italia manca un sistema di farmacovigilanza trasparente e aggiornato, e il tema viene spesso taciuto per non “stigmatizzare le famiglie”. Ma tacere significa lasciare soli i genitori.

Che cosa dovremmo fare davvero per aiutare i bambini?

  1. Valutazioni cliniche accurate, non questionari automatici – Un’etichetta non è una diagnosi.
  1. Interventi non farmacologici come prima scelta – Educazione emotiva, supporto scolastico, attività fisica, alimentazione, sonno, relazione familiare.
  1. Una scuola che rispetti la neurodiversità e lo sviluppo fisiologico – Un bambino vivace non è malato.
  1. Una medicina che guardi alla causa, non solo al sintomo – È più difficile, ma è l’unico modo corretto di fare pediatria.
  1. Un sistema sanitario che raccolga e pubblichi dati chiari sulle prescrizioni pediatriche – Solo la trasparenza permette il cambiamento.

 La salute mentale dei bambini è importante, ma non si tutela ampliando all’infinito le etichette diagnostiche.
Servono ambienti più sani, adulti più presenti, ritmi più umani.

La vera domanda non è “quanti bambini hanno il disturbo?”, ma: “quali condizioni stiamo creando che rendono i bambini incapaci di esprimersi e di stare bene?”

Non servono più diagnosi, ma più comprensione.