Negli ultimi anni, anche in Italia, cresce il numero di bambini a cui viene attribuita un’etichetta diagnostica in ambito neuropsichiatrico: ADHD, disturbi dell’umore, ansia, disturbi della condotta.
Parallelamente, aumentano le prescrizioni di psicofarmaci in età pediatrica, spesso prima di un’adeguata valutazione clinica e di interventi educativi e ambientali.
È un fenomeno che merita una riflessione seria: stiamo osservando più malattia o stiamo semplicemente diagnosticando di più?
E soprattutto: tutto ciò sta realmente aiutando i bambini?
Nel dibattito pubblico il termine “sovradiagnosi” è spesso usato male. Sovradiagnosi non significa falsa diagnosi né diagnosi sbagliata, non riguarda un errore del medico. La sovradiagnosi avviene quando si identifica una condizione reale secondo i criteri formali, ma che NON avrebbe causato sintomi, problemi o peggioramento della qualità della vita del bambino.
In altre parole: è una diagnosi vera ma inutile, perché non porta benefici al bambino e spesso lo espone a trattamenti ingiustificati.
È fondamentale distinguere tra:
- Falso positivo: il bambino non ha il disturbo, ma viene etichettato come se lo avesse.
- Misdiagnosi (diagnosi errata): il bambino ha un problema, ma non quello per cui viene trattato. Esempio: difficoltà scolastiche dovute a problemi relazionali o a un contesto familiare complesso interpretate come ADHD.
- Sovradiagnosi: il bambino soddisfa i criteri formali, ma la condizione non è clinicamente rilevante.
Nei disturbi neuropsichiatrici, questo accade quando criteri troppo ampi o interpretazioni elastiche trasformano variabilità normale del comportamento in “patologia”.
I motivi principali, ben descritti anche in letteratura, per cui si sbaglia
- Overdetection: iper-rilevazione del disturbo. Quando si usano screening e questionari senza contesto clinico, tutto diventa “sospetto ADHD”, “sospetto ansia”, “sospetto DSA”.
- Overdefinition: definizioni troppo larghe. Se i criteri si allargano, sempre più bambini rientrano nella categoria diagnostica, anche quando hanno semplicemente:
- immaturità neurobiologica fisiologica,
- temperamento vivace,
- difficoltà scolastiche legate all’ambiente,
- comportamenti normali per l’età.
Risultato? Più diagnosi non significano più malattia, ma più etichette.
Così, negli ultimi 10 anni in Italia:
- Le diagnosi di DSA, ADHD e disturbi emotivi nei minori sono cresciute in modo esponenziale.
- Il ricorso ai servizi NPI è quasi raddoppiato, con liste d’attesa di 12–18 mesi in molte regioni.
- Aumentano le prescrizioni di psicofarmaci pediatrici, soprattutto metilfenidato, antidepressivi e antipsicotici atipici.
Le prescrizioni di metilfenidato (Ritalin, Equasym) in età pediatrica sono in costante aumento, con incrementi percentuali a doppia cifra in alcune regioni. Il problema non è l’uso in sé — esistono casi selezionati in cui può essere utile — ma l’uso come risposta rapida a difficoltà che spesso hanno radici educative, scolastiche, relazionali o ambientali.
Il rischio maggiore: confondere i bisogni dei bambini con malattie
Molti bambini che ricevono diagnosi di ADHD presentano:
- mancanza di attività fisica
- sovrastimolazione digitale
- scarso sonno
- alimentazione disordinata
- contesti scolastici poco inclusivi
- stress familiare
- carenza di spazi naturali
- sedentarietà precoce
Se non affrontiamo questi fattori, qualunque diagnosi diventa una scorciatoia.
Diagnosi → farmaco → etichetta senza un reale lavoro educativo o familiare.
La comunità scientifica internazionale sta sollevando dubbi importanti:
- I benefici a lungo termine degli psicostimolanti sono limitati o assenti.
- Esistono rischi documentati: riduzione dell’appetito, disturbi del sonno, rallentamento della crescita, irritabilità, tachicardia.
- Antidepressivi e antipsicotici vengono usati off-label anche in bambini molto piccoli.
In Italia manca un sistema di farmacovigilanza trasparente e aggiornato, e il tema viene spesso taciuto per non “stigmatizzare le famiglie”. Ma tacere significa lasciare soli i genitori.
Che cosa dovremmo fare davvero per aiutare i bambini?
- Valutazioni cliniche accurate, non questionari automatici – Un’etichetta non è una diagnosi.
- Interventi non farmacologici come prima scelta – Educazione emotiva, supporto scolastico, attività fisica, alimentazione, sonno, relazione familiare.
- Una scuola che rispetti la neurodiversità e lo sviluppo fisiologico – Un bambino vivace non è malato.
- Una medicina che guardi alla causa, non solo al sintomo – È più difficile, ma è l’unico modo corretto di fare pediatria.
- Un sistema sanitario che raccolga e pubblichi dati chiari sulle prescrizioni pediatriche – Solo la trasparenza permette il cambiamento.
La salute mentale dei bambini è importante, ma non si tutela ampliando all’infinito le etichette diagnostiche.
Servono ambienti più sani, adulti più presenti, ritmi più umani.
La vera domanda non è “quanti bambini hanno il disturbo?”, ma: “quali condizioni stiamo creando che rendono i bambini incapaci di esprimersi e di stare bene?”
Non servono più diagnosi, ma più comprensione.

