I giornali riportano con toni terroristici la notizia del ritrovamento di poliovirus nelle fognature in alcuni paesi europei, accompagnandola da raccomandazioni vaccinali, come quella del noto Fabrizio Pregliasco.
Si inseriscono in una narrativa che da un lato alimenta un clima di preoccupazione permanente nella popolazione, dall’altro promuove i vaccini con una retorica stucchevole.
La presenza di poliovirus nelle fognature europee non è un fenomeno nuovo né raro. Si tratta di un rilevamento sporadico dovuto all’eliminazione fecale da individui vaccinati con il virus vivo attenuato (vaccino Sabin) o infettati. Non ci sono prove di casi di poliomielite in Italia attribuibili a tali ritrovamenti.
A fronte di queste dichiarazioni, sono necessarie alcune precisazioni per contestualizzare e analizzare le informazioni divulgate.
Nel Pdf allegato troverete aggiornamenti sulla poliomielite, che riassumiamo in questi punti.
La poliomielite è scomparsa dall’Italia dal 1982. L’Europa è POLIO-FREE dal 2002.

I casi di poliomielite paralitica da vaccino OPV sono più numerosi di quelli da virus selvaggio.

Il vaccino IPV (a virus ucciso) protegge l’individuo ma non blocca la diffusione del virus nella comunità.
I vaccini in uso in Italia, come l’IPV (contenuto nell’esavalente), non bloccano la trasmissione del virus attraverso l’intestino, pertanto non possono impedire la diffusione orofecale del virus.

Chi esalta il vaccino senza esitazioni non ricorda mai questi due eventi:
Incidente Cutter
L’incidente Cutter evidenzia un drammatico fallimento nella supervisione scientifica e amministrativa del sistema sanitario statunitense. Nel 1954, Bernice Eddy (virologa ed epidemiologa americana, nel 1953 le fu conferito il NIH Superior Accomplishment Award per la ricerca sui vaccini contro la poliomielite) scoprì che il vaccino antipolio inattivato dei Cutter Laboratories conteneva poliovirus vivi (e non uccisi), causando paralisi e sintomi simili alla poliomielite nelle scimmie testate. Nonostante le prove chiare e il rischio per la salute pubblica, i suoi avvertimenti furono ignorati dai superiori, in particolare da William Workman, che non solo invalidò le sue scoperte ma la rimosse dalla ricerca sulla poliomielite. Anche se erano stati individuati i problemi di produzione, il vaccino difettoso fu autorizzato e distribuito: furono somministrate circa 120.000 dosi. I risultati furono devastanti: 40.000 casi di poliomielite abortiva, 51 casi di poliomielite paralitica, con 5 decessi tra i bambini vaccinati. L’epidemia si diffuse ulteriormente nelle comunità, causando altri 113 casi di paralisi. La gestione post-crisi fu altrettanto inadeguata: una riunione convocata per esaminare i protocolli produttivi dei Cutter Laboratories non identificò alcuna soluzione concreta, dimostrando una sconcertante incapacità di apprendere dai propri errori. La sospensione tardiva del programma nazionale di vaccinazione e il blocco di 3,9 milioni di dosi evidenziarono come i rischi siano stati sottovalutati fino a quando i danni non erano già evidenti. Le dimissioni del segretario alla Salute Oveta Culp Hobby e del direttore del NIH William Sebrell dimostarono la gravità dello scandalo, ma non compensarono le vite perse e i danni permanenti causati da decisioni negligenti. Questo episodio rimane un monito sulla necessità di rigore scientifico e responsabilità nell’approvazione e distribuzione dei vaccini.
Contaminazione da SV40
Le scoperte sul virus SV40 e la sua contaminazione nei vaccini antipolio rivelano un inquietante intreccio di negligenza scientifica e responsabilità mancata. L’SV40, noto cancerogeno utilizzato per indurre tumori negli studi di laboratorio, fu rilevato in tumori umani come il mesotelioma, l’osteosarcoma e il linfoma non-Hodgkins. Sebbene la ricercatrice Bernice Eddy avesse segnalato la presenza di questo virus oncogeno nel vaccino antipolio, i suoi avvertimenti furono ignorati fino al 1963, ritardando di anni la rimozione della contaminazione, completata solo nel 1964. Anche questo ritardo evidenzia la preoccupante sottovalutazione dei rischi per la salute pubblica e un’inadeguata vigilanza. Successivamente, la deregolamentazione del settore dei vaccini, culminata in USA con la National Childhood Vaccine Injury Act del 1986, ha rimosso le responsabilità legali delle aziende farmaceutiche, favorendo l’espansione incontrollata del calendario vaccinale pediatrico, da 3 a 72 dosi in una generazione. Il caso SV40 dovrebbe servire da monito per un controllo più rigoroso e responsabile nel settore sanitario. E’ solo un esempio: oggi le coincidenze temporali, come l’aumento dei casi di autismo dal 1989, sollevano interrogativi legittimi, ma vengono spesso insabbiati da una narrazione mediatica e da “esperti” che evitano di approfondire connessioni critiche. Questo atteggiamento disorienta l’opinione pubblica, ostacolando una valutazione trasparente e impedendo la ricerca delle cause reali dell’aumento drammatico delle patologie.
In Africa
Dal 2017, l’Africa ha registrato numerose epidemie di poliovirus derivati dal vaccino orale (cVDPV), che stanno causando più paralisi rispetto ai virus selvatici. Tra gennaio 2023 e giugno 2024, sono stati confermati 672 casi in 39 Paesi, molti concentrati proprio in Africa. Questi numeri evidenziano una preoccupante negligenza nella supervisione della sicurezza vaccinale, con politiche che hanno permesso l’emergere di virus vaccino-derivati; è il paradosso della vaccinazione antipoliomielite: serve vaccinarsi per difendersi dal virus del vaccino.

Servono studi rigorosi per garantire la sicurezza vaccinale, condotti da ricercatori senza conflitti d’interessi. La resistenza a tali indagini suscita interrogativi: se i vaccini sono davvero sicuri, perché non dimostrarlo con studi indipendenti? La storia passata, come i disastri farmaceutici che abbiamo ricordato, dovrebbe insegnare l’importanza del monitoraggio continuo e del coinvolgimento di parti indipendenti nel valutare i rischi. Inoltre, la dinamica evolutiva della poliomielite sfida i principi consolidati della virologia: i virus tendono a diventare meno virulenti e più trasmissibili per favorire la loro sopravvivenza, ma nel caso della poliomielite, si è osservato un aumento della virulenza in un breve periodo. Questo fenomeno anomalo richiede un’indagine sui fattori ambientali o cofattori che potrebbero aver contribuito a tale mutazione. L’assenza di questi studi lascia aperti molti interrogativi.
L’epidemia di poliomielite, associata (poco) al virus selvatico e (molto di più) ai cVDPV, sottolinea un fallimento sistemico nel garantire che gli interventi sanitari rispettino i più alti standard di sicurezza, trasformando una soluzione preventiva in un ulteriore rischio per la salute pubblica.
La poliomielite è, prima di tutto, un sintomo di sistemi sanitari al collasso e di condizioni igieniche disastrose, non una conseguenza diretta di una mancata vaccinazione. Insistere ossessivamente sulla diffusione vaccinale, ignorando le cause profonde delle malattie infettive, come la povertà, i conflitti e la carenza di infrastrutture sanitarie di base, non è solo una strategia miope, ma un grave errore politico e sanitario. È un approccio che favorisce interventi superficiali e redditizi per le aziende farmaceutiche, lasciando irrisolti i problemi strutturali che perpetuano queste malattie.
Ignorare questa realtà significa voltare le spalle a soluzioni sostenibili e realmente efficaci. Le cause di molte malattie non sono la mancanza di antibiotici o di vaccini, ma di acqua pulita e di cibo sufficiente.
“Ci affidiamo troppo agli interventi medici. Un modo migliore per aumentare l’aspettativa di vita e migliorarne la qualità sarebbe l’adozione, da parte di ogni governo, di politiche e programmi per l’uguaglianza nella salute” dichiarò M. Marmot Presidente della Commissione OMS sui determinanti sociali di salute.

