In una storica conferenza stampa del 16 aprile, il Segretario alla Salute e ai Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS), Robert F. Kennedy Jr., affiancato da ricercatori, genitori e giornalisti ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi di salute pubblica di proporzioni sconcertanti: l’epidemia di autismo. I numeri riportati non sono proiezioni o modelli ipotetici. Sono statistiche concrete, pubblicate dal governo e fornite dai CDC: nel 2022, 1 bambino americano di 8 anni su 31 aveva una diagnosi di disturbo dello spettro autistico (ASD), in netto aumento rispetto a 1 su 36 di soli due anni prima. Tra i maschi il tasso è ancora più allarmante: 1 su 20 a livello nazionale e in California, dove i sistemi di tracciamento sono più sofisticati, addirittura 1 su 12,5.

“Non si tratta solo di un problema di salute pubblica”, ha affermato Kennedy. “È un’emergenza nazionale”.

Questi numeri non sono valori anomali o picchi isolati. Riflettono una traiettoria ascendente di lunga data e ininterrotta, iniziata nei primi anni ’90 e proseguita attraverso ogni revisione dei criteri diagnostici, ogni campagna di sensibilizzazione pubblica e ogni progresso tecnologico nella sorveglianza sanitaria. Nel 2000, il CDC stimava che 1 bambino su 150 fosse affetto da autismo. Negli anni ’70, il tasso era di 1 su 10.000. Ciò significa che la cifra attuale rappresenta un aumento di oltre 300 volte rispetto alle stime storiche: un aumento troppo ripido per essere attribuito a semplici miglioramenti nella diagnosi.

In conferenza stampa era presente anche il Dott. Walter Zahorodny, ricercatore capo sulla prevalenza dell’autismo presso la Rutgers University e ricercatore principale per il sito di monitoraggio dell’autismo e dei disturbi dello sviluppo (ADDM) del New Jersey. Ha sottolineato che l’aumento dell’autismo non è un’illusione diagnostica: “C’è una maggiore consapevolezza dell’autismo“, ha affermato, “ma una maggiore consapevolezza non può portare a un aumento del 300% di una disabilità come l’autismo in 20 anni”.

E’ una svolta storica, quella che i filosofi della scienza potrebbero definire una rottura epistemica.

Per la prima volta nella storia moderna, un segretario in carica dell’HHS sta respingendo l’idea preconcetta che l’impennata di autismo sia l’effetto di una maggiore consapevolezza della malattia. Kennedy, invece, la definisce con ciò che i dati dimostrano chiaramente: una vera e propria epidemia di danni neurologici e immunologici nei bambini, che richiede indagini immediate e rigorose. Ha annunciato che l’HHS, in coordinamento con il CDC e ricercatori indipendenti, ha avviato un’indagine approfondita sulle cause ambientali dell’autismo .

Questo sforzo, che coinvolgerà centinaia di scienziati, non si limiterà ad argomenti “politicamente corretti” o a ipotesi approvate dalle agenzie.

Includerà l’esame dell’azione di pesticidi , additivi alimentari, inquinamento dell’acqua e dell’aria, prodotti farmaceutici e, sì, vaccini e i loro ingredienti. “Esamineremo ogni possibile causa”, ha detto Kennedy, “e seguiremo i dati ovunque ci porteranno”.

L’iniziativa promette risultati preliminari entro settembre 2025.

Questa dichiarazione è più che simbolica. Rappresenta la potenziale fine di un modello decennale in cui le ipotesi ambientali – in particolare quelle che implicano esposizioni iatrogene come gli adiuvanti dei vaccini o gli interventi medici – sono state marginalizzate, censurate o private di finanziamenti.

L’annuncio di Kennedy riflette una correzione di rotta attesa da tempo, non solo per la ricerca sull’autismo, ma anche per la credibilità della sanità pubblica stessa.

In gioco non c’è solo la chiarezza scientifica, ma un’intera generazione di bambini. L’urgenza non potrebbe essere maggiore. Come avvertì Kennedy: “Stiamo perdendo i nostri figli. E lo stiamo facendo a noi stessi”.

Coordinerà lo studio Jay Bhattacharya, Direttore dei National Institutes of Health degli Stati Uniti, che ha dichiarato: ”Il Segretario Kennedy mi ha chiesto di avviare uno studio sulle cause dell’aumento dell’autismo. È una domanda che sta a cuore a tantissimi genitori… eppure il progresso scientifico in questo campo è stato lento perché gli scienziati, francamente, hanno paura di porsi questa domanda”.

Si, il vento del cambiamento sta iniziando a soffiare…