Nelle scorse settimane ho pubblicato un documento di analisi (dal titolo provocatorio Cosa credete di aver mangiato finora?) per fare chiarezza su alcune notizie tecnicamente inesatte. Il mio intento era innanzitutto denunciare le condizioni degli allevamenti intensivi, dove migliaia di animali vivono stipati in pochissimo spazio, nutriti con mangimi OGM e sottoposti a protocolli sanitari che prevedono l’uso massiccio di antibiotici e vaccini.

In più, ho ritenuto utile precisare che gli attuali vaccini aviari in uso nel progetto pilota di  allevamenti intensivi nelle zone di Verona e Mantova non sono a tecnologia mRNA, riportando il dibattito su un piano di verità fattuale. Questa precisazione non è un dettaglio, ma è un atto di igiene intellettuale: se una tecnologia non è mRNA, chiamarla mRNA è sbagliato. La critica non diventa più forte perché usa parole imprecise; diventa più fragile e fuorviante anche perché il fatto che questi prodotti non siano a mRNA non ne diminuisce comunque l’impatto sulla salute e non è garanzia di assoluta sicurezza.

Il non essere vaccini a mRNA non esaurisce le domande sulla sicurezza, sulla sorveglianza e sulla trasparenza della filiera e per tutelare la salute personale e collettiva abbiamo bisogno non di generiche rassicurazioni, ma di prove, dati, fatti, in particolare sul rischio di sviluppo di proteine aberranti e dei microRNA disregolati.

Ho scritto che il problema è sistemico, ecologico e di biosicurezza e proprio per questo non vorrei che la mia necessaria precisazione tecnica fosse mal interpretata o strumentalizzata per rassicurare sbrigativamente la popolazione e dichiarare il “caso chiuso”. Al contrario, ritengo utile, anzi, doveroso comprendere bene l’entità dei rischi della sperimentazione in base a tutti gli elementi oggi disponibili e a quanto emergerà attraverso le richieste di accessi agli atti che sono state opportunamente presentate riguardanti i test di genotossicità a lungo termine sui consumatori umani, le Valutazioni di Impatto Ambientale, i pareri bioetici e i dettagli procedurali degli appalti.

Ho usato i tre termini – sistemico, ecologico e di biosicurezza – perché il punto imprescindibile del nostro pensiero è che non abbiamo mai condiviso, né condivideremo mai, il modello dell’allevamento intensivo. Un sistema fondato sulla vaccinazione seriale degli animali fin dai primi giorni di vita, sull’impiego di mangimi geneticamente modificati, sull’uso massiccio di antibiotici e su pratiche produttive orientate più alla massimizzazione delle rese che alla salute degli animali e alla qualità degli alimenti. Per coerenza con questa visione, abbiamo sempre privilegiato scelte diverse: abbiamo suggerito di limitare il consumo di queste carni, orientandoci verso produzioni biologiche, biodinamiche o provenienti da allevamenti più rispettosi del benessere animale e degli equilibri naturali. La nostra critica a questo modello non nasce oggi e non è legata a una singola emergenza sanitaria: è una posizione che sosteniamo da anni, fondata sulla convinzione che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ambiente siano profondamente interconnesse, e la questione non si esaurisce certo con l’eliminazione di questi nuovi vaccini ricombinanti OGM. Non basta togliere un singolo elemento problematico (e gravissimo, se i dati confermeranno i rischi denunciati) per trasformare in virtuoso un modello che continua a presentare criticità strutturali. Eliminare un tassello non significa risolvere le problematiche di fondo di una pratica discutibile sotto il profilo sanitario, ambientale ed etico e, nello stesso tempo, non ci piegheremo mai ad un’accettazione acritica di informazioni parziali o incomplete. In assenza di prove documentali verificabili, la scelta di non approfondire, di non porre domande e di non ricercare ulteriori elementi di conoscenza rappresenta una una rinuncia all’esercizio del giudizio critico. La nostra storia testimonia quanto lontani siamo sempre stati e siamo da questo modo di pensare.

Fermarsi qui sarebbe un errore grave anche perché il fatto che nei polli italiani non si stia usando un vaccino a mRNA non significa che l’mRNA non c’entri nulla con l’aviaria: c’entra eccome, ma su un piano diverso, più grande e ancora più rilevante…quello umano.

Mentre noi discutiamo dei vaccini avicoli, Moderna ha già avviato uno studio clinico di fase 3 su un candidato vaccino umano a mRNA contro l’influenza pandemica H5, denominato mRNA-1018-H5. Non si tratta di un prodotto autorizzato per uso di massa, e non bisogna far confusione. Si tratta però di una sperimentazione avanzata, su migliaia di adulti, progettata per valutare immunogenicità, sicurezza e reattogenicità del candidato vaccino finanziata per ben 54,3 milioni di dollari. (Anche Pfizer, GSK, Sanofi e NIAID hanno vaccini simili in sperimentazione in fase 1/2)

Il trial è randomizzato, in cieco per l’osservatore, controllato con placebo, e coinvolge adulti dai 18 anni in su. L’arruolamento previsto è di circa 4.000 partecipanti, lo studio si svolge tra Regno Unito e Stati Uniti, dentro una cornice dichiarata di preparazione a una possibile futura pandemia influenzale.

Si stanno preparando: l’influenza aviaria non viene più considerata soltanto una malattia animale né un problema circoscritto agli allevamenti, agli uccelli selvatici o alle dinamiche del commercio internazionale. Sta progressivamente assumendo il ruolo di possibile futura emergenza sanitaria globale, attorno alla quale si stanno già costruendo piattaforme vaccinali, procedure autorizzative accelerate, sistemi di sorveglianza sempre più estesi e strategie di risposta coordinate a livello internazionale.

E non partiamo da una pagina bianca: abbiamo già vissuto un’esperienza che ci ha mostrato come uno scenario sanitario possa trasformarsi rapidamente in uno strumento di governo delle società. Abbiamo visto quanto velocemente il linguaggio dell’emergenza possa ridurre lo spazio del confronto, marginalizzare il dissenso e ridefinire come irresponsabile qualsiasi voce critica. Abbiamo visto come slogan rassicuranti e formule apparentemente neutre possano diventare dogmi istituzionali sottratti alla discussione pubblica. Sappiamo quanto sia difficile, quando l’urgenza viene dichiarata, porre domande su efficacia, sicurezza, eventi avversi, autorizzazioni condizionate, clausole contrattuali, responsabilità giuridiche e conflitti di interesse. Perché quando la narrazione è già stata costruita e il quadro interpretativo è già stato definito, il dibattito non serve più a decidere: serve soltanto a ratificare decisioni già prese.

Per questo il momento di interrogarsi non è quando l’emergenza verrà proclamata, ma prima: è adesso che occorre pretendere trasparenza, accesso ai dati, controllo democratico e un confronto realmente aperto. Perché la storia insegna che le libertà raramente vengono limitate in nome dell’autoritarismo dichiarato; molto più spesso vengono sacrificate in nome della sicurezza, della protezione e dell’urgenza.

La preparedness viene presentata come una virtù indiscutibile: chi potrebbe essere contrario alla preparazione? Eppure è proprio dietro le parole più rassicuranti che spesso si celano le trasformazioni più profonde. Quando la preparazione si fonda sulla previsione costante di nuove emergenze, sul rafforzamento di apparati decisionali sovranazionali, sull’espansione dei mercati legati alla salute e sulla compressione del dibattito critico, il dovere dei cittadini non è aderire passivamente, ma vigilare. Occorre pretendere trasparenza sui dati, indipendenza dai conflitti di interesse, controllo democratico sulle decisioni e una valutazione rigorosa della proporzionalità degli interventi. Altrimenti il rischio è che la preparazione non serva più a proteggere le società dalle crisi, ma a rendere le società permanentemente governabili attraverso la paura delle crisi.

Come pediatra, il mio primo pensiero va alle madri, ai padri e alla salute dei bambini. Sgombrare il campo da una *fake news* non significa assolutamente avallare a scatola chiusa ciò che sta accadendo, né ignorare le legittime preoccupazioni delle famiglie.

Ci sono tre dati di fatto ineludibili che non permettono di liquidare la questione:

  1. Assenza o insufficienza di dati sulla sicurezza per i consumatori e sull’impatto delle pratiche adottate sugli animali e sul loro benessere;
  2. Mancanza di tracciabilità: ad oggi, il consumatore non ha la possibilità di sapere tramite l’etichetta se la carne o le uova che sta acquistando provengano dal progetto pilota di vaccinazione. Questo lede il principio basilare della libertà di scelta su cosa portare in tavola.
  3. Il dispositivo ministeriale vieta l’esportazione di queste carni. Quali che siano i motivi delle limitazioni previste per i prodotti provenienti dagli allevamenti coinvolti stabilito dall’Unione Europea- sanitari, commerciali, logistici- il risultato pratico è che l’Italia diventa un mercato chiuso in cui queste produzioni rimangono confinate.

Di fronte a queste zone d’ombra, il ruolo di un medico è quello di pretendere chiarezza a tutela dei propri pazienti, in base a quanto riportato nei documenti ufficiali. Quando lo Stato e le istituzioni avranno fornito tutte le risposte dovute, potremo discutere e confrontarci eticamente e scientificamente, nella massima trasparenza, per la tutela della salute, della libertà di scelta e della fiducia pubblica. Fino ad allora, in attesa delle necessarie risposte istituzionali, il mio senso di responsabilità mi impone prudenza e cautela, e di esprimere il legittimo diritto di pretendere chiarezza, responsabilità e verità.