“I bimbi devono stare insieme agli altri bimbi!” Così dicono spesso le mamme che decidono di mandare il proprio figlio all’asilo nido.

Vero, ma da quale età i bambini devono iniziare a socializzare? Quando inizia il loro bisogno di stabilire relazioni con i coetanei?

Certamente non nei primi due anni di vita, un periodo caratterizzato dall’instaurarsi e dallo svilupparsi di legami affettivi e relazionali con le figure di attaccamento primario, come quelle genitoriali. L’attaccamento è un bisogno biologico innato che si sviluppa nel primo periodo della vita e influenza la capacità di formare relazioni intime nel futuro, di sviluppare autonomia, indipendenza e relazioni di fiducia negli altri nella vita adulta. E’ per questo che i bambini hanno necessità di un rapporto 1:1 con i genitori, con i nonni, o una tata.

Si tratta di un bisogno fondamentale, documentato da una ampia letteratura (gli psicologi sostengono, in gran parte, che nei primi tre anni di vita le interazioni individuali con gli adulti sono uno stimolo cruciale per lo sviluppo cognitivo e non cognitivo del bambino più di quelle con i coetanei) e dimostrato sperimentalmente qualche anno fa da un’indagine condotta in una città che vanta tra i migliori servizi all’infanzia, Bologna. “La meglio infanzia” è lo studio basato su un campione di 444 bambini di età compresa tra 8 e 14 anni nel periodo 2013-2015 estratto da una popolazione di 6.575 bambini i cui genitori hanno presentato domanda di ammissione ai servizi nido quando i loro figli avevano tra 0 e 2 anni (negli anni 2001-2005). Per garantire la comparabilità tra bambini che hanno frequentato il nido per molto tempo con quelli che l’hanno frequentato per poco tempo o per nulla, lo studio ha utilizzato un metodo statistico quasi sperimentale chiamato Regression Discontinuity, che sfrutta la discontinuità della frequenza di un nido attorno a soglie che separano in modo essenzialmente casuale famiglie statisticamente equivalenti, come in un esperimento controllato.

I risultati:

  • La frequenza del nido in età 0-2 anni ha effetti negativi sul quoziente intellettivo dei bambini nel medio termine, più per le bambine che per i bambini e soprattutto in famiglie mediamente più benestanti, mentre la riduzione non è significativa per famiglie economicamente più svantaggiate. Un mese in più (20 giorni di frequenza) al nido all’età di 0-2 anni riduce il QI dello 0,5% all’età di 8-14 anni, in media. Una possibile interpretazione è che i bambini che frequentano il nido in giovanissima età hanno minori interazioni 1:1 con gli adulti. Queste interazioni sono particolarmente rilevanti per lo sviluppo cognitivo nei primi anni di vita. Il rapporto adulto-bambino nei nidi oggetto dello studio è infatti 1:4 all’età di 0 anni e 1:6 all’età di 2 anni. Nelle famiglie non ammesse al nido le forme privilegiate di cura coinvolgono, in ordine di importanza, nonni, genitori o baby-sitter, che implicano un coefficiente adulto-bambino 1:1. Le interazioni 1:1 con l’adulto sarebbero più importanti per le bambine tra 0 e 2 anni, perché esse, a questo stadio di sviluppo, sono più “mature” dei bambini e quindi più capaci di sfruttare le interazioni 1:1 con gli adulti per il proprio sviluppo cognitivo.
  • Lo studio non ha registrato effetti significativi sui tratti della personalità o dei disturbi comportamentali.
  • La frequenza al nido riduce la probabilità di essere sovrappeso all’età di 8-14 anni. L’effetto è più forte per i bambini che per le bambine, probabilmente grazie ai menù con una dieta bilanciata e la sensibilizzazione rivolta alle famiglie circa l’importanza di una corretta alimentazione.

Gli asili-nido sono una buona soluzione per i genitori che devono lavorare, ma non sono una soluzione ottimale per i bambini molti piccoli, tra zero e due anni, che sono maggiormente stimolati se coinvolti in un rapporto di cura con un adulto, piuttosto che in un rapporto comunitario con altri coetanei. Bimbi così piccoli si relazionano poco con i coetanei, anche nel giocare. La frequentazione di un nido danneggia il bambino perché riduce, nelle famiglie avvantaggiate, le interazioni con adulti in famiglia (inclusi nonni e babysitter) che offrono stimoli più favorevoli ad un maggior sviluppo cognitivo dei bambini. Tutto cambia con il crescere dell’età e in particolare intorno ai 2-3 anni, ossia quando inizia la scuola materna.

I genitori si trovano di fronte a una scelta tra dedicare tempo al lavoro, che aumenta il reddito familiare e migliora indirettamente le condizioni dei figli, o dedicare loro più tempo per migliorarne direttamente lo sviluppo cognitivo.

Quelli che sono costretti a mandare il figlio al nido 0-2 possono cercare strutture in cui il servizio è più rispettoso dei bisogni del bimbo, in particolare andrebbero valutate tre condizioni:

  1. il rapporto educatori/bambini è una variabile importante per prevenire eventuali effetti negativi della frequenza al nido sullo sviluppo cognitivo, il rapporto ideale in questa fascia di età è di 1 educatore ogni 3 bambini;
  2. date le possibili eterogeneità di genere negli effetti dell’asilo nido sui tratti cognitivi e non cognitivi dei bambini, andrebbero realizzate differenziazioni nel trattamento dei bambini e delle bambine;
  3. gli standard nutrizionali a età 0-2 anni sono importanti per ridurre la propensione all’obesità infantile e pre-adolescenziale, pertanto è opportuno scegliere asili con menù bilanciati e adeguati programmi di educazione alimentare.

Oggi nei nidi il rapporto educatore-bambino è molto diverso da quello esistente a Bologna al momento della indagine (1:4 età 0 anni o 1:6 età 1-2 anni). In alcune realtà e in certi orari, i rapporti bambino-educatore arrivano anche a 1:20, e ciò può ridurre le capacità cognitive dei bambini. La soluzione per conciliare le esigenze delle famiglie non sta nell’offrire nidi peggiori a tutti; sarebbe auspicabile pensare anche a servizi alternativi con rapporti adulti bambino più elevati e meno costosi come tagesmutter, nidi famiglia o sussidi per assumere babysitter qualificate. Altrimenti si potrebbe estendere il congedo parentale: in Norvegia per i genitori sono previsti dodici mesi di congedo retribuito suddivisi tra i genitori, da un minimo di quindici settimane con retribuzione al 100% a un massimo di diciannove settimane con retribuzione all’80%. e si sta pensando di estendere il congedo di maternità ad almeno trentasei settimane dopo il parto con retribuzione al 100% per consentire a più madri di stare accanto ai figli e allattare oltre i sei mesi previsti di allattamento esclusivo, come raccomandato dall’OMS.

Questo potrebbe soddisfare davvero i bisogni dei bambini, cosa di cui pochi oggi se ne interessano.