Negli ultimi mesi il governo italiano, mentre continua a presentarsi pubblicamente come sensibile alla tutela animale, con il Decreto “Milleproroghe” ha reintrodotto e rafforzato la sperimentazione animale in ambiti come gli xenotrapianti e la ricerca sulle sostanze d’abuso.
Una scelta che appare sempre più contraddittoria: da un lato proclami animalisti utili al consenso elettorale, dall’altro atti normativi che riaprono pratiche scientificamente fallimentari ed eticamente controverse.
Non è un caso che questa impostazione venga accolta con entusiasmo da una parte del mondo accademico più tradizionale, che da decenni difende modelli sperimentali ormai ampiamente messi in discussione dalla letteratura scientifica internazionale.
Un modello scientifico che fallisce (ma continua a essere finanziato)
Da oltre mezzo secolo si tenta di simulare nell’animale processi umani complessi come il metabolismo delle sostanze d’abuso, la risposta immunitaria o i meccanismi neuropsicologici. Il risultato è noto e ben documentato: scarsa trasferibilità clinica.
Uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha dimostrato che
“i modelli murini (sui topi ndt) non riproducono in modo affidabile le risposte infiammatorie e immunitarie umane”
Ancora più esplicita è una revisione su Nature Reviews Drug Discovery, secondo cui
“oltre il 90% dei farmaci che risultano efficaci negli animali fallisce negli studi clinici sull’uomo”
Numeri che rendono difficile sostenere che la sperimentazione animale rappresenti ancora uno strumento scientificamente giustificabile in molti settori.
Xenotrapianti: una lunga storia di insuccessi ripetuti
Il caso degli xenotrapianti è emblematico e dimostra come la perseveranza non coincida con il progresso.
Nel 1984, la neonata conosciuta come Baby Fae ricevette un cuore di babbuino e sopravvisse appena 21 giorni. Già allora, gli autori riconoscevano che “il rigetto immunologico costituiva un ostacolo sostanzialmente insormontabile”
(New England Journal of Medicine, 1985)
Nel 2022, il primo trapianto di cuore di maiale geneticamente modificato in un adulto (David Bennett) si è concluso con la morte del paziente dopo circa due mesi. Gli stessi ricercatori hanno ammesso criticità legate a virus suini latenti e risposta immunitaria incontrollabile.
Nel 2024, un trapianto sperimentale di polmone suino ha mostrato una funzionalità limitata a pochi giorni, nonostante ulteriori modifiche genetiche (https://www.nih.gov/news-events/news-releases )
Eppure, ogni nuovo fallimento viene presentato come “passo avanti”, mentre il dato centrale rimane invariato: rigetto, infezioni e sofferenza.
La vera contraddizione: l’animalismo di facciata
Il punto più critico non è solo scientifico, ma politico.
L’attuale governo italiano ha costruito parte della propria immagine pubblica su una presunta sensibilità animalista: restrizioni simboliche, comunicazione emotiva, messaggi rassicuranti rivolti a un elettorato sempre più attento al benessere animale.
Ma quando si passa dai proclami ai fatti, emergono scelte ben diverse:
- riapertura alla sperimentazione animale su larga scala
- estensione a primati e specie ad alta complessità cognitiva
- investimenti concentrati su modelli obsoleti
- scarso sostegno strutturale ai metodi alternativi
Una strategia politicamente comprensibile: l’animalismo “da vetrina” raccoglie consenso, mentre la sperimentazione animale resta protetta da lobby accademiche consolidate, che garantiscono produzione scientifica, fondi e curriculum.
Le alternative ignorate (perché meno utili al sistema)
Nel frattempo, ricevono risorse marginali approcci che la stessa Commissione Europea riconosce come più rilevanti per l’uomo:
“I metodi basati su cellule, tessuti e modelli umani offrono una maggiore predittività clinica.”
La medicina rigenerativa, gli organoidi e i tessuti derivati da cellule staminali umane rappresentano oggi una reale alternativa scientifica, come evidenziato da The Lancet: “I modelli tridimensionali umani consentono di studiare patologie e risposte farmacologiche con una precisione non ottenibile nei modelli animali”
A tutto questo si aggiunge il cronico disinteresse istituzionale verso la donazione di organi e tessuti umani a fini di ricerca, nonostante il loro ruolo centrale nello sviluppo della medicina moderna.
Stati Uniti: una direzione opposta
Mentre l’Italia guarda indietro, negli Stati Uniti si discute apertamente di superamento dell’uso dei primati.
Robert F. Kennedy Jr. ha dichiarato:
“Ci sono circa 100.000 primati nei laboratori di ricerca negli Stati Uniti.”
“Ogni anno ne vengono importati altri 20.000.”
“Stiamo cercando di porre fine completamente a questa pratica.”
Una posizione coerente con il National Academies of Sciences, che già nel 2011 riconosceva che “l’uso di primati solleva seri problemi etici senza garantire benefici scientifici proporzionati”
La sperimentazione animale non viene mantenuta perché funziona, ma perché serve a mantenere in piedi un sistema.
Un sistema fatto di abitudini, carriere, finanziamenti e consenso politico, mascherato da animalismo quando conviene e pronto a sacrificarlo quando non disturba gli equilibri.
AsSIS continuerà a denunciare queste contraddizioni e a promuovere una scienza basata sui dati, sull’etica e sulla reale utilità per la salute umana, non su slogan o rendite di posizione.

