L’articolo 3 della legge istitutiva della Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19 attribuisce alla Commissione il compito di esaminare la campagna vaccinale contro SARS-CoV-2, i processi decisionali che l’hanno guidata, le procedure di autorizzazione, l’efficacia delle misure adottate e la loro coerenza con le evidenze scientifiche disponibili.
Questo mandato, se interpretato in modo corretto, include necessariamente anche l’analisi degli eventi avversi e dei danni da vaccino, perché nessuna valutazione sanitaria può prescindere dalla sicurezza.
Escludere questo tema dall’inchiesta non sarebbe una posizione scientifica, ma una rimozione politica.
Riconoscere i danni fa parte della scienza
La medicina non si fonda sull’idea che i trattamenti siano privi di rischi, ma sulla valutazione del rapporto tra benefici e danni; i vaccini non fanno eccezione.
Affermare che esistano eventi avversi, anche gravi e talvolta irreversibili, non è antiscientifico: è un fatto riconosciuto dalla farmacologia, dai sistemi di sorveglianza e dalla documentazione ufficiale.
Negare o minimizzare i danni non protegge la scienza, ma la indebolisce, perché trasforma una disciplina basata sull’analisi critica in una narrazione difensiva.
Già nel 2017, ben prima della pandemia, Peter Doshi, medico e associate editor del British Medical Journal, metteva in guardia da un errore profondo nel modo in cui il dibattito pubblico e mediatico affronta il tema delle vaccinazioni: la tendenza a delegittimare chi solleva dubbi sulla sicurezza attraverso etichette ideologiche.
Nel suo articolo Doshi scrive testualmente:
“Many parents of children with developmental disorders who question the role of vaccines had their children vaccinated. Anti-vaccination is an ideology, and people who have their children vaccinated seem unlikely candidates for the title.”
«Molti genitori di bambini con disturbi dello sviluppo che mettono in discussione il ruolo dei vaccini avevano vaccinato i propri figli.
L’antivaccinismo è un’ideologia, e le persone che vaccinano i propri figli sembrano candidati improbabili per questa etichetta.»
Doshi non parla da attivista, ma da medico e da editor di una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo. Il significato delle sue parole è chiaro: non si può definire ‘contrario ai vaccini’ chi ha aderito alle vaccinazioni e successivamente ha posto domande, espresso dubbi o denunciato danni.
L’antivaccinismo è un’ideologia; il dolore, la disabilità e la richiesta di spiegazioni non lo sono.
Doshi prosegue smontando altri pilastri del dibattito semplificato. Ricorda che non esiste “il vaccino” come categoria unica: esistono vaccini diversi, per malattie diverse, con tecnologie diverse e profili di rischio differenti.
Pretendere adesione totale e indistinta equivale a negare la complessità clinica e a sostituire il ragionamento medico con uno schema binario: o favorevoli o contrari.
Questo schema non appartiene alla medicina. Appartiene alla propaganda.
Etichettare chi solleva dubbi come “contrario ai vaccini” non chiarisce i fatti, ma impedisce l’analisi, irrigidisce le posizioni e rompe il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni sanitarie.
I danni da vaccino Covid: una realtà rimossa
Nel contesto Covid, questo meccanismo si è amplificato. Il tema degli eventi avversi è stato progressivamente espulso dal dibattito pubblico, trattato come un argomento pericoloso da evitare, anziché come una questione clinica da affrontare.
Eppure, i danni da vaccino Covid esistono. Sono rari, ma documentati. Sono riconosciuti, anche a livello istituzionale. Ignorarli non li cancella: aggrava l’ingiustizia subita da chi ne è stato colpito.
Davanti al dolore non ci si divide
Di fronte ai danneggiati, la politica non può dividersi.
Il dolore non è un’opinione, la disabilità non è un’ideologia, la perdita non è una provocazione. Uno Stato che ha promosso o imposto un trattamento sanitario ha il dovere di assumersi la responsabilità delle sue conseguenze, anche quando sono scomode.
Riconoscere i danni, indagare sulle loro cause, ascoltare chi li ha subiti e garantire tutela e risarcimento non indebolisce la sanità pubblica: ne è il fondamento etico.
La Commissione Covid ha oggi una responsabilità che va oltre la ricostruzione dei fatti: deve dimostrare che la Repubblica è capace di guardare anche ciò che fa più male, senza rimuoverlo.
Indagare sugli eventi avversi non è un attacco alla scienza, ma un atto di rispetto verso di essa.
E soprattutto, è un atto di giustizia verso cittadini che hanno pagato un prezzo altissimo in nome dell’interesse collettivo.
In una democrazia matura, la verità non si difende mettendo a tacere chi soffre, ma riconoscendone i diritti.

