C’è una parola che ricorre spesso nei documenti di sanità pubblica: stakeholder.
Indica chi ha un interesse diretto nelle politiche sanitarie e partecipa a definirle.
Peccato che, in Italia, gli stakeholder principali — le famiglie — non siedano mai al tavolo.
Vengono informate, formate, sensibilizzate, istruite… ma mai davvero ascoltate.
E mentre si parla di partecipazione e consapevolezza, la Società Italiana di Pediatria (SIP) lancia nelle scuole la nuova campagna:
“Copriamoli bene… con la preVenzione”.
Un gioco di parole che promette protezione e finisce, come spesso accade, per confezionare propaganda.
Secondo il comunicato di Quotidiano Sanità, l’iniziativa coinvolgerà 900 scuole e 64.000 alunni.
Gli insegnanti riceveranno cartoline motivazionali, brochure per le famiglie e un QR code per ascoltare il videomessaggio del presidente SIP, Rino Agostiniani, che elargisce “consigli di prevenzione” e “sfata i falsi miti”.
Un linguaggio curato, inclusivo, accattivante — la versione pedagogica delle campagne di marketing.
Solo che qui il target non è un consumatore adulto, ma un bambino.
E la “prevenzione” non si fa parlando di alimentazione, sonno, biodiversità o aria pulita, ma… di vaccini antinfluenzali e telefonate allo “sportello SIP” per chiarire eventuali dubbi.
La SIP annuncia con entusiasmo uno “sportello telefonico gratuito” per i genitori, attivo fino al 2026, “per chiarimenti sugli strumenti di prevenzione, tra cui i vaccini”.
L’idea è lodevole — l’ascolto è sempre positivo.
Peccato che qui più che ascoltare, si risponda.
Lo sportello non è un luogo di dialogo, ma di orientamento unidirezionale: la prevenzione spiegata dall’alto.
Verrebbe da chiedersi: perché un genitore che vuole prevenire l’influenza non può ricevere indicazioni su come rafforzare le difese immunitarie attraverso il sonno, la nutrizione, il gioco all’aria aperta o la riduzione dei cibi ultraprocessati?
Perché il concetto di “prevenzione” in ambito pediatrico è ormai sinonimo di “vaccinazione”?
“Copriamoli bene” — ma da cosa? Dal virus o dal pensiero critico?
Il linguaggio della campagna è morbido, quasi rassicurante: non parla mai di obblighi, ma di “protezione”.
Eppure, dietro la grafica colorata e il tono rassicurante si nasconde la solita architettura verticale:
un messaggio costruito per le famiglie, non con le famiglie.
Il bambino è descritto come “amplificatore di virus”, la scuola come “luogo di propagazione”, il genitore come “anello debole da educare”.
Un mondo in cui la salute pubblica si traduce in controllo sociale, e la prevenzione in una campagna di fidelizzazione sanitaria,
La SIP coinvolge gli insegnanti, ma non per discutere di salute o benessere.
L’obiettivo è farli diventare moltiplicatori del messaggio istituzionale, tramite materiali già pronti.
Niente confronto, niente dibattito, niente approccio critico: solo diffusione.
E così, nel Paese con uno dei più alti tassi di obesità infantile d’Europa, con bambini che passano 5 ore al giorno davanti a uno schermo e con mense scolastiche ancora piene di zuccheri e farine raffinate, la “prevenzione” si riduce a un volantino e a un QR code.
Un messaggio che non tocca le cause vere della fragilità immunitaria, ma alimenta la cultura della delega: ci pensa la medicina, non la comunità.
Il vero nodo, ancora una volta, è culturale.
Le famiglie non vengono considerate parte del sistema di salute, ma oggetto di tutela.
Ricevono messaggi, non informazioni; vengono “educate”, non coinvolte.
In un Paese democratico, la prevenzione non si diffonde con slogan, ma si costruisce insieme: tra pediatri, genitori, insegnanti, comunità.
Restituire alle famiglie il ruolo di stakeholder non è una minaccia alla medicina: è un atto di maturità civile.
Che l’influenza stagionale possa colpire i bambini è un dato di fatto.
Che la risposta debba essere una campagna in stile pubblicitario, forse no.
Una scuola che parla di salute dovrebbe insegnare a respirare aria pulita, a dormire bene, a mangiare cibo vero, a conoscere il proprio corpo.
Non solo a “coprirsi bene”.
La prevenzione non è uno slogan, e nemmeno un numero verde.
È una cultura, e come tale si costruisce — con le famiglie, non sopra di loro.

