L’uso dei social ha diffuso tra la popolazione l’abitudine di semplificare anche i problemi complessi. Qualsiasi sia l’argomento in discussione, è prassi comune schierarsi immediatamente a favore o contro, ricondurre tutto al bianco e al nero, senza approfondire o sviluppare ragionamenti adeguati. L’insulto ha sostituito il confronto.

I media amplificano questo linguaggio, condizionano emotivamente l’opinione pubblica secondo gli interessi degli sponsor. Dissentire dalla narrativa corrente comporta censure e bavagli e anche accuse infamanti: non è ammesso il contraddittorio, nonostante il metodo scientifico rifiuti sempre ogni forma di dogmatismo (Popper).

In Medicina, niente suscita emotività esagerate e contrapposte quanto il tema delle vaccinazioni; si creano immediatamente due schieramenti contrapposti: da una parte chi sostiene che i vaccini – tutti i vaccini – siano sempre sicuri ed efficaci, dall’altra chi li ritiene responsabili di ogni male.

Da anni ripetiamo che “non ha senso discutere di vaccini come qualcosa da prendere o lasciare in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti avversi, costi e va dunque valutato in modo specifico. Bisogna uscire dalla sfera ideologica ed avviare una seria riflessione collettiva basata sulle prove scientifiche disponibili e senza forzature (dal Documento della Rete di Sostenibilità e Salute).

L’esperienza della pandemia ha portato molte persone e tanti genitori a cercare più informazioni sui vaccini per sé e per i propri figli, nauseati da quella riformulazione della realtà che è stata condotta da Istituzioni e media. Le manipolazioni delle informazioni sono state tali che parte della popolazione, resasi conto delle falsificazioni, ha iniziato a cercare di comprendere rischi e benefici di tutti i vaccini (non solo quelli contro la COVID), non fidandosi più ciecamente dello slogan che questi sono sempre “sicuri ed efficaci”.

La convinzione che la medicina sia onnipotente e capace di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo ha generato il “vaccinismo”. La vaccinazione anti-Covid è l’esempio più recente; mai un vaccino era stato rappresentato con un alone quasi mistico, come una grazia concessa dalla miracolosa Big Pharma per permettere alla società di abbandonare ogni preoccupazione.

Il “vaccinismo” ha imposto l’obbligo di assunzione indiscriminata di farmaci ancora in fase sperimentale senza tenere in alcun conto l’assenza di dati su eventi avversi e sull’effettiva efficacia e durata. A questo altare sono stati sacrificati i diritti costituzionali e la libertà personale, e quando non è stato sufficiente il moralismo (i vaccini come atto d’amore) si è ricorso all’autoritarismo (green pass rafforzato).

A questa logica non si sono sottratti i pediatri, nonostante fosse chiaro da subito che il decorso della COVID-19, anche nelle prime fasi della pandemia, era lieve per bambini e ragazzi sani e che non erano affatto trascurabili le reazioni avverse, a cominciare dalle miocarditi. D’altra parte la pediatria, con tutto l’apparato che le gira intorno, da tempo rincorre ormai l’ideale di un bambino che non si ammali mai, se non per patologie di poco conto, e per questo propone e impone almeno 17 vaccinazioni a bambini e ragazzi.

L’aumento delle vaccinazioni non ha portato a una riduzione della richiesta di assistenza medica; il numero di visite, esami, prestazioni di pronto soccorso e ricoveri che sarebbero dovuti diminuire con l’aumento delle inoculazioni (oggi in USA sono quasi 100 le vaccinazioni proposte dalla nascita sino alla maggiore età) sono in costante aumento; mai era stato così diffuso l’accesso al pronto soccorso di bambini, i cui genitori, incapaci di attendere perfino la visita del pediatra di fiducia, trasportano in tutta fretta in ospedale per ogni minimo scarto da quella normalità, sopraffatti dall’ansia e dalla paura indotte da questo tipo di medicina e di sanità.

Si spacciano le vaccinazioni come prevenzione primaria; niente di più falso, si tratta di profilassi. Le parole non sono solo parole: hanno un peso sociale, culturale, psicologico. La prevenzione consiste nell’adozione degli interventi e dei comportamenti in grado di evitare o ridurre all’origine l’insorgenza e lo sviluppo di una patologia: significa avere acqua potabile, smaltimento fognario efficiente, alimentazione adeguata, capaci di prevenire, ad esempio, la poliomielite, e non solo vaccinare la popolazione. Questa massiva offerta vaccinale ai bambini non ha diminuito né il ricorso alle terapie, né la mortalità pediatrica. I vaccini hanno avuto un ruolo assolutamente marginale nel ridurre la mortalità nei primi cinque anni di vita in Italia[1].

I tassi di mortalità entro i primi 5 anni di vita

La mortalità dei bambini sotto i 5 anni di vita è un’importante misura del benessere demografico e uno dei più significativi indicatori sociali; permette di correlare la mortalità con i vari momenti dello sviluppo di una popolazione e quindi con le sue condizioni di vita.

In Italia, nel 1887 morivano circa 223.000 bambini entro il primo anno di vita e 176.511 tra 1 e 5 anni. Nel 2011 il numero di bambini morti nel primo anno di vita è sceso a 1774 e quello tra 1 e 5 anni a 310. Nel nostro paese si registrano tassi di mortalità sotto i 5 anni di vita tra i più bassi del mondo e questo grazie a riforme politico-sanitarie attuate su tutto il territorio nazionale, al miglioramento delle condizioni ambientali e socioeconomiche, all’alfabetizzazione delle donne, allo sviluppo di una cultura dei diritti dell’infanzia, ai progressi della scienza e della medicina e alla lotta contro malattie che una volta erano endemiche nel paese, come per esempio la malaria, la tubercolosi o il morbillo.

Progressivo calo della mortalità infantile

La transizione della mortalità comincia in quasi tutti i paesi europei, compresa l’Italia, nel corso del XVIII secolo grazie alla graduale scomparsa delle crisi provocate dalla peste e alla minor frequenza di epidemie.

Il calo della mortalità, però, diventa consistente solo verso la fine del XIX secolo e generalizzato ovunque dopo la Prima Guerra Mondiale.

Immediatamente dopo l’unificazione, quasi un nato su due non raggiungeva il compimento del quinto anno di vita.

Nell’arco di circa 125 anni si è passati da 347 decessi per mille nati vivi a circa 4.  Questo andamento in discesa ha tuttavia subìto arresti e inversioni di tendenza nei due periodi bellici, periodi nei quali si è assistito a un generale peggioramento delle condizioni di vita, igieniche e sanitarie, in particolare nelle fasce più vulnerabili della popolazione. Negli anni ‘30 e ‘40 si verificano importanti avanzamenti scientifici, quali la scoperta di nuovi farmaci (sulfamidici e penicillina) e l’introduzione di indagini diagnostiche. Altri fattori determinanti furono la trasformazione della società italiana da agricola a operaia e industriale, la scomparsa quasi totale dell’analfabetismo. le riforme in ambito sanitario: la prima è la riforma ospedaliera del 1968 che trasforma gli ospedali, fino ad allora gestiti da enti di assistenza e beneficenza, in enti pubblici, disciplinandone l’organizzazione e le funzioni, e la seconda è la legge 833 del 1978 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e determina la nascita della pediatria di famiglia.

L’importanza dei fattori socio-economici e l’effetto marginale delle vaccinazioni è rappresentato da tutti i grafici forniti dall’ISTAT. Riportiamo solo quello relativo alla mortalità da morbillo:

La mortalità e la morbilità infantile

Oggi la mortalità pediatrica si concentra prevalentemente nel primo anno di vita, nel quale circa il 90 % di decessi è dovuto a “condizioni morbose di origine perinatale” o “malattie congenite” che niente hanno da spartire con i vaccini. Questi dati suscitano alcune domande:

  • Ma davvero i bambini che crescono a forza di vaccini, senza sviluppare più alcune malattie a bassa o nulla letalità, avranno in futuro più salute di quelli altri di 30-50 anni fa che non avevano una protezione a così ampio spettro ma che pure hanno registrato un aumento dell’aspettativa di vita senza precedenti?

  • Davvero è positivo per la salute che un organismo in crescita sia portato artificialmente a non doversi misurare con malattie a prognosi favorevole[2]?

Difficile trovare risposte a queste domande, gli enti pubblici che promuovono la vaccinazione – le autorità sanitarie, i medici, i ricercatori, le società e le organizzazioni mediche – ripetono tutti lo stesso messaggio: i vaccini sono stati testati più di qualsiasi altro intervento medico e sono completamente sicuri.

Molti genitori affermano che i loro figli hanno subito gravi danni correlati ai vaccini. Sebbene in pochissimi casi le vittime siano state risarcite dal governo, l’establishment sanitario respinge fermamente le accuse dei genitori, negando qualsiasi responsabilità. Ai genitori viene detto che si sbagliano e che è impossibile che il vaccino abbia danneggiato il loro figlio. Ogni correlazione temporale tra la vaccinazione e il danno alla salute è considerata una coincidenza sfortunata. Viene loro assicurato che la sicurezza di ogni vaccino è stata attentamente verificata prima dell’approvazione e continua ad essere monitorata costantemente. Nel mezzo ci sono molte famiglie che si interrogano: Vaccinarsi o no? Far vaccinare o no i propri figli? Farli vaccinare secondo il programma vaccinale, oppure a intervalli più lunghi? Saltare qualche vaccino, oppure farli tutti, facoltativi compresi?

I rischi, la scelta

I genitori non devono decidere tra proteggere la salute o metterla a rischio per preservare una astratta libertà di scelta.

In questa prospettiva, i genitori hanno un unico dovere morale: preservare la salute dei propri figli.

Non c’è da una parte la sicurezza assicurata dalle vaccinazioni e dall’altra il rischio per avere o essersi immunizzati, ma due margini di rischio, a volte identici, a volte no (i rari danni da vaccino contro il rischio di contrarre una malattia più o meno rara, o più o meno grave)[3]. La “strategia della paura” che abbiamo visto a reti unificate in questi anni ha evidenziato solo i benefici dei vaccini, nascondendo, omettendo e perfino negando i rischi legati alla vaccinazione; così il vaccinismo vorrebbe propagandare l’idea che facendo fare ai bambini tutti i vaccini possibili e immaginabili, essi non rischieranno di con­trarre alcuna malattia infettiva.

La salute protetta quindi da una moltitudine di vaccini e dai perpetui richiami e non da una seria attività di prevenzione: riduzione dell’inquinamento ambientale, igiene personale, pulizia degli ambienti di vita e di lavoro, alimenti privi di pesticidi, antibiotici, ormoni, zuccheri addizionati, non assunzione di farmaci inappropriati, stili di vita sani.

Esistono interventi di prevenzione e promozione efficaci, tanto e più delle vaccina­zioni proprio sulle malattie infettive che non giungono neppure all’attenzione del pubblico e ai quali il “vaccinismo” non riserva spazio:

  • Evitare il fumo di tabacco: il fumo aumenta da 2 a 3 volte la mortalità totale rispetto ai non fumatori e aumenta di 2,3 volte la mortalità da in­fezioni.
  • Non esporre i bambini (né gli adulti) al fumo passivo perché, oltre ai noti danni, si ha un au­mento di 3,24 volte di malattie invasive da meningococco.
  • Aumentare i consumi di cereali integrali: 200 grammi di cereali integrali si associano a riduzione di circa il 30% della mortalità totale, ma bastano già 50 grammi per ridurre di circa il 20% le morti per infezioni.
  • Aumentare i consumi di frutta secca oleosa: con circa 20-28 grammi al giorno di noci, nocciole, mandorle e pistacchi si ottiene una riduzione di oltre il 20% della mortalità e di 4 volte della mortalità per malattie infettive.
  • Allattare al seno per almeno 6 mesi riduce malattie infettive e morti per polmoniti nei bambini.
  • Aumentare i consumi di frutta e verdura: con 800 grammi al giorno di frutta e verdura si ottiene una riduzione di circa il 30% della mortalità; ulteriore riduzione del 10% della mortalità ogni 200 grammi aggiunti.
  • Ridurre i consumi di carne rossa: carni rosse fresche e lavorate si associa­no a maggior mortalità totale e da infezioni.
  • Aumentare l’attività fisica: riduzione di circa il 40% della mortalità, ridu­zione anche maggiore delle morti per infezione.
  • Fare uso prudente/appropriato di antibiotici e contrastare le antibiotico­-resistenze (causa di 5.000-7.000 morti/anno in Italia, innanzitutto per in­fezioni).
  • Lavare spesso le mani, strofinando bene le dita sotto l’acqua corrente pre­viene la diffusione di tutte le infezioni respiratorie.

Il 27 maggio l’Oms chiederà a 194 Paesi di votare un Trattato pandemico cui sta lavorando da anni e che la renderà a tutti gli effetti un organo governativo, non più solo consultivo.

Inoltre, l’Organizzazione sta provando a modificare con svariati emendamenti, il Regolamento sanitario internazionale (RSI) del 2005. Le modifiche al Regolamento sono state esaminate nel documento della Commissione medico scientifica indipendente CMSi.

Delegare all’OMS l’istituzione di un governo mondiale della salute è estremamente rischioso. Potrebbe comportare l’eliminazione delle salvaguardie per i diritti umani, le libertà e la dignità personale, e le “raccomandazioni” dell’Organizzazione diventerebbero vincolanti. In sostanza, l’OMS sta chiedendo di firmare un assegno in bianco per gestire la prevenzione, la risposta alla pandemia, le cure (e la mancanza di cure-ancora Tachipirina per la già annunciata malattia X?). Si propone persino di censurare la disinformazione, ovvero le informazioni che essa stessa considera false e non affidabili poiché rappresentano una minaccia per la salute pubblica mentre, mentre, nella bozza del Trattato, non vi è alcun accenno alla prevenzione primaria. Non si menzionano né gli stili di vita, né l’importanza dell’alimentazione o dell’attività fisica, né l’effetto negativo del fumo.

Solo vaccini, più vaccini per tutti! (Cetto La Qualunque)