Nel 2001, una delle riviste più prestigiose di psichiatria infantile, il Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, pubblicò un articolo che avrebbe orientato la pratica medica per anni.
Concludeva che l’antidepressivo paroxetina – noto con il nome commerciale Paxil – era “generalmente ben tollerato ed efficace” nel trattamento della depressione negli adolescenti.
Quella conclusione era falsa.
Eppure, bastò a cambiare il modo in cui la medicina guardava alla sofferenza psichica dei giovani.
Alla fine degli anni Novanta, la casa farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) aveva condotto uno studio clinico (Study 329) per testare l’efficacia di Paxil nei ragazzi depressi. I risultati erano chiari: nessun beneficio rispetto al placebo, ma un aumento significativo del rischio di eventi avversi gravi, inclusi comportamenti suicidari.
I vertici dell’azienda definirono quei dati “commercialmente inaccettabili”.
Non potevano essere pubblicati così com’erano.
Fu allora che iniziò una delle più note operazioni di riscrittura nella storia della psichiatria moderna.
GSK incaricò una società di pubbliche relazioni di redigere il manoscritto, coinvolse accademici compiacenti, omise i conflitti di interesse e trasformò un fallimento in un apparente successo.
Quando l’articolo vide la luce, divenne la base della campagna di promozione di Paxil presso i medici.
In pochi anni, il farmaco divenne un successo commerciale globale.
“Non esiste alcuna evidenza che Paxil sia efficace nei bambini e negli adolescenti affetti da depressione maggiore.”
— Food and Drug Administration, 2003
Il prezzo umano della menzogna
Le autorità regolatorie cominciarono presto a ricevere segnalazioni di eventi avversi.
Nel 2003, la FDA e le agenzie europee riconobbero che la paroxetina aumentava il rischio di suicidio nei giovani.
Nel 2012, GSK accettò di pagare 3 miliardi di dollari di multa per frode e promozione illecita: lo Study 329 venne citato esplicitamente come prova di manipolazione dei dati clinici.
Eppure, la rivista che lo aveva pubblicato non ritrattò mai l’articolo.
Il falso rimase nel corpo della letteratura scientifica, citato centinaia di volte, influenzando linee guida e prescrizioni.
Un errore che, per molti adolescenti e famiglie, non fu solo accademico.
Nel 2015 un gruppo di ricercatori indipendenti, guidato da David Healy e Joanna Le Noury, riuscì a ottenere i dati originali e li rianalizzò.
Il loro lavoro, pubblicato sul British Medical Journal come Restoring Study 329, smascherò la falsificazione: la paroxetina non era più efficace del placebo e i dati sugli eventi avversi erano stati deliberatamente distorti.
Molti episodi di ideazione suicidaria erano stati riclassificati con termini anodini come “instabilità emotiva”.
Lo studio ridefiniva le categorie per nascondere la sofferenza reale.
Nonostante l’evidenza, JAACAP continuò a difendere la propria pubblicazione e a respingere ogni richiesta di ritrattazione.
Nel settembre 2025, l’avvocato George W. Murgatroyd III ha presentato una denuncia contro la rivista e il suo editore Elsevier presso la Corte Superiore del Distretto di Columbia.
L’accusa è chiara: aver mantenuto consapevolmente in circolazione un articolo falso, traendone profitto economico e contribuendo a mettere in pericolo la salute pubblica.
Per la prima volta, una rivista scientifica potrebbe essere chiamata a rispondere legalmente per la diffusione di una frode scientifica.
Pochi giorni dopo la notifica della causa, JAACAP ha pubblicato un’“Expression of Concern”, ammettendo “preoccupazioni riguardo all’articolo”.
Un gesto minimo, ma simbolico: dopo vent’anni di silenzio, il dubbio è finalmente entrato nelle pagine della rivista.
Il caso italiano
In Italia, il consumo di antidepressivi in età pediatrica e adolescenziale continua a crescere.
Secondo il Rapporto AIFA 2023 sull’uso dei farmaci, l’impiego di antidepressivi tra i 10 e i 17 anni è aumentato di oltre il 60% in meno di dieci anni.
La paroxetina, sebbene non autorizzata per i minori, viene ancora prescritta in modo off-label.
L’Istituto Superiore di Sanità ha segnalato che una parte significativa dei giovani in terapia farmacologica non riceve un adeguato supporto psicologico o familiare.
In molti casi, il farmaco sostituisce la relazione, e la diagnosi diventa la scorciatoia per contenere la complessità del disagio.
“Una parte crescente degli studi che orientano la prescrizione psicofarmacologica in età evolutiva presenta conflitti di interesse strutturali.”
— Istituto Superiore di Sanità, 2021
Il caso Study 329 non è un incidente isolato, ma l’espressione di un fenomeno più profondo: la subordinazione della ricerca medica agli interessi economici.
Ghostwriting, manipolazione statistica, selezione dei risultati e resistenza alla ritrattazione costituiscono il nuovo volto della frode scientifica.
La credibilità della scienza non è minata tanto dagli errori, quanto dal sistema di incentivi che premia il risultato utile più del risultato vero.
E quando le riviste, per timore di perdere prestigio o finanziamenti, diventano complici del silenzio, il danno non è solo epistemologico — è etico.
Se il tribunale obbligherà JAACAP a ritrattare Study 329, si aprirà una nuova fase nella storia dell’editoria scientifica.
Sarà la prima volta che una rivista dovrà rispondere per la persistenza di una menzogna.
Ma, al di là dell’aspetto giudiziario, il caso ci costringe a interrogarci su una verità più ampia: quanto possiamo ancora fidarci di una scienza che ha smarrito il coraggio dell’autocritica?
Ritrovare quel coraggio significa pretendere trasparenza nei dati, indipendenza nella ricerca, accesso pubblico alle prove cliniche.
Significa riconoscere che ogni volta che la medicina si piega al profitto, tradisce la sua stessa missione: prendersi cura dell’essere umano.
E che ogni vita spezzata da un “errore statistico” ci ricorda quanto la menzogna, nella scienza, non sia mai neutra.

