La ricorrenza del 25 aprile e la festa del 1° Maggio sono state l’occasione per rivedere conoscenti e amici di vecchia data.

I sentimenti suscitati dalle discussioni che abbiamo intrattenuto mi hanno lasciato una sensazione di amarezza e indotto alle considerazioni che propongo, auspicando siano l’inizio di una riflessione collettiva.

Nel corso della pandemia da Covid-19, anche forze politiche progressiste hanno imposto misure di contenimento come lockdown, obblighi vaccinali e certificazioni verdi nell’intento di salvaguardare la salute pubblica e tutelare i più deboli. Oggi sappiamo che gran parte dei trattamenti erano inutili se non dannosi, dalle mascherine inefficaci, ai vaccini che non hanno impedito i contagi, ma li hanno favoriti.

La sinistra italiana – storicamente attenta alla “questione morale” e ai diritti delle minoranze – non ha ancora affrontato con onestà intellettuale e rigore scientifico il modo in cui una parte consistente della popolazione è stata trattata durante la pandemia da Covid-19.

Circa il 15% degli italiani, i cosiddetti “renitenti” – coloro che hanno scelto di non vaccinarsi o hanno espresso dubbi sulle misure restrittive – è stato oggetto di una violenza simbolica senza precedenti in epoca repubblicana. Insulti pubblici, auguri di morte, discriminazioni nei luoghi di lavoro, rotture nei rapporti sociali e familiari, isolamento sociale, campagne mediatiche denigratorie con liste di proscrizione hanno segnato la vita quotidiana di molti cittadini. Eppure, a emergenza conclusa, l’unica formula che si sente ripetere è: “sono stati commessi degli errori”. Una frase vuota, evasiva, che evita ogni vera assunzione di responsabilità.

La questione riguarda sia la legittimità e la validità delle misure sanitarie, la cui valutazione dovrebbe essere condotta con criteri scientifici, con il confronto e la discussione basata sulle prove emerse nel corso degli anni, sia il clima di intolleranza e di ostracismo sociale che è stato alimentato — spesso proprio da esponenti della sinistra politica, mediatica e culturale.

Nessuna vera riflessione collettiva ha affrontato finora questo fenomeno con la serietà che merita.

Gli ideali progressisti: lotta alle disuguaglianze economiche e sociali; opportunità e diritti, indipendentemente da origine, genere, orientamento sessuale, religione; ridistribuzione della ricchezza per garantire una vita dignitosa; solidarietà e aiuto reciproco; difesa dei diritti umani per l’inclusione, la libertà di espressione e per un lavoro dignitoso, per tutti, ma non per i renitenti.

Ad oggi, sono ancora rari i casi in cui leader politici di sinistra abbiano espresso pubblicamente scuse o ammesso errori significativi nella gestione della pandemia. In Germania, il Partito Socialdemocratico ha avviato alcune autocritiche interne sui limiti delle politiche adottate, anche senza vere ammissioni pubbliche. L’ex premier del Nuovo Galles del Sud, Dominic Perrottet ha riconosciuto che gli obblighi vaccinali imposti durante la pandemia erano sbagliati e che le leggi avrebbero dovuto rispettare maggiormente la libertà personale. Negli Stati Uniti, la riflessione sta emergendo nel mondo accademico progressista. Nel libro In Covid’s Wake: How Our Politics Failed Us, i politologi Stephen Macedo e Frances Lee (entrambi di area liberal) ammettono che molti leader progressisti hanno promosso misure restrittive più per adesione ideologica che per prove scientifiche, e denunciano la chiusura mentale di molte élite liberali, incapaci di ascoltare il dissenso e rapide nel colpevolizzare i non vaccinati. La Svezia rappresenta un caso a parte: guidata da un governo socialdemocratico durante gran parte della pandemia, ha scelto un approccio diverso, basato sulla responsabilità individuale che ha evitato le fratture sociali, con risultati concreti migliori di quelli di paesi che hanno adottato misure più rigorose e più prolungate.

Il caso italiano è particolarmente emblematico. La recente istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia ha visto il voto contrario compatto del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Il timore dichiarato era quello di strumentalizzazioni: l’effetto è stato piuttosto un goffo e fallito tentativo di impedire un confronto pubblico aperto sugli errori, le forzature, le contraddizioni che hanno attraversato la gestione emergenziale. Per molti cittadini questo atteggiamento appare come una volontà di rimuovere quanto accaduto e far calare il silenzio su responsabilità gravi, sia istituzionali che comunicative.

La gestione della pandemia ha messo in evidenza le molte contraddizioni nei sistemi sanitari, anche in quelli costruiti sulla base di valori universalistici come il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano, fortemente voluto dalla sinistra storica, che ha avuto un ruolo chiave nella sua creazione nel 1978. L’idea centrale era quella di una sanità pubblica, universale, gratuita e basata sul principio dell’uguaglianza, ovvero che ogni cittadino avesse diritto alle cure. La dissoluzione della sanità territoriale, la centralizzazione dei protocolli terapeutici, le cure negate, l’esasperazione tecnocratica ne sono stati l’antitesi e hanno provocato la disgregazione del Servizio Sanitario Nazionale che versa oggi in condizioni drammatiche, in uno stato che si potrebbe definire di “morte clinica”: liste d’attesa sempre più lunghe, migrazione crescente verso la sanità privata, e una costante esclusione dei soggetti più vulnerabili.

Episodi gravi come i decessi durante l’attesa di cure (“vigile attesa”) o l’impossibilità di accedere a trattamenti adeguati sono usciti dal discorso collettivo, spesso liquidati come tragiche fatalità senza colpevoli.

Tra le eredità più gravi della pandemia c’è anche il collasso psicologico di una generazione di adolescenti e preadolescenti. I dati parlano chiaro: l’aumento dei casi di depressione, disturbi alimentari come anoressia e bulimia, e l’abbandono scolastico sono fuori controllo. Eppure, su questo fronte manca un’analisi seria, così come un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.

Un ulteriore nodo critico riguarda le reazioni avverse gravi legate alla vaccinazione anti-COVID. Alcuni cittadini, colpiti da danni irreparabili o da lutti familiari, si sono ritrovati imprigionati in un sistema burocratico che sembra progettato per evitare ogni forma di responsabilità. Le case farmaceutiche sono state legalmente tutelate, i medici vaccinatori sono stati sollevati da ogni obbligo risarcitorio, mentre il consenso informato è stato spesso ottenuto sotto la pressione di obblighi lavorativi e rischi economici. Gli eventi avversi sono stati occultati, le cifre reali sottostimate, non è stato creato alcun programma di sorveglianza attiva e una narrazione pubblica ha sistematicamente ridotto tutto a “casi isolati”.

Si può pensare che l’approccio adottato fosse coerente con una visione collettivista tipica della sinistra, per cui la protezione della salute collettiva è stata anteposta a quella individuale e le misure drastiche erano atti di solidarietà sociale per proteggere i più vulnerabili, per evitare il collasso del sistema sanitario (sottofinanziato dai tagli degli stessi governi). Non sono stati errori di poco conto, perché è presto emerso che i vaccini anti-COVID-19 non hanno impedito in modo duraturo la trasmissione del virus, ma piuttosto solo quello di ridurre la probabilità di sviluppare forme gravi della malattia nei primi mesi dopo la vaccinazione. Con il trascorrere delle settimane dalla inoculazione, i vaccinati erano più contagiosi dei non vaccinati, smentendo le politiche adottate ispirate alla tutela collettiva. I vaccini non hanno creato immunità sterilizzante, cioè non hanno impedito né l’infezione né la trasmissione. L’efficacia nel prevenire forme gravi di COVID-19 è presto diminuita nel tempo, soprattutto con le nuove varianti, per cui anche la protezione individuale si è persa velocemente.

La narrazione iniziale – in parte amplificata anche da autorità sanitarie – secondo cui vaccinarsi avrebbe impedito il contagio, è stata poi smentita dai dati reali e le restrizioni applicate ai non vaccinati non avevano capacità di esercitare la protezione della collettività. Le misure coercitive hanno inutilmente compromesso diritti civili e sociali, in aperto contrasto con i dati scientifici che sono presto emersi.

All’inizio della pandemia, per un breve momento, si è riconosciuto apertamente che il sistema sanitario era stato messo in ginocchio da decenni di tagli e politiche di disinvestimento. Tuttavia, questa consapevolezza è rapidamente scomparsa dal dibattito pubblico, sommersa dall’emergenza e poi dimenticata.

Si dovrebbe ripartire da queste riflessioni se davvero si intende rivitalizzare il SSN, con un esercizio critico e autocritico per riconoscere che l’intenzione di tutelare la collettività è stata reale, ma che gli strumenti usati e la comunicazione sono stati spesso sbilanciati e ideologizzati; per ripensare la relazione tra scienza, politica e libertà, senza delegare in modo cieco a “comitati tecnici” con conflitti d’interessi; per ricostruire fiducia attraverso trasparenza e pluralismo, ammettendo gli errori e valorizzando il dibattito democratico.

La capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, anche di chi dissente, è stata storicamente un tratto distintivo delle forze ispirate a valori come l’inclusione, la solidarietà, l’empatia e la giustizia sociale. L’intolleranza verso chi manifesta dubbi, l’ esclusione di qualsiasi forma di dissenso, di dialogo non allineato ha determinato la perdita di contatto con la società reale, e le successive sconfitte elettorali.

Una sinistra che non sa più ascoltare le critiche interne, ammettere l’errore o dialogare con chi ha idee diverse, smette di essere un vero spazio di emancipazione e diventa un’altra forma di chiusura e di censura della libertà.

Chi da sempre rivendica il primato della coscienza, dell’etica e dei diritti, ha il dovere di iniziare questa riflessione. Non farlo equivale a tradire la propria storia. Non è mai troppo tardi per guardarsi allo specchio. Ma il tempo non è infinito.