Alla fine di novembre 2025 la Spagna si è trovata ad affrontare un evento che non si verificava da oltre trent’anni: la ricomparsa della febbre suina africana (ASF), una malattia virale altamente letale per i suini.
Il virus è stato individuato in cinghiali selvatici nei pressi di Barcellona, scatenando un’emergenza sanitaria, economica e politica che ha immediatamente attirato l’attenzione internazionale.
Non si tratta solo di un problema spagnolo: la febbre suina africana rappresenta una minaccia diretta anche per l’Italia, dove il virus è già presente in alcune aree e dove il settore suinicolo ha un peso strategico per l’economia agroalimentare, in particolare per le filiere DOP come Prosciutto di Parma e San Daniele.
Il caso spagnolo solleva interrogativi che vanno oltre la gestione dell’emergenza veterinaria: sicurezza dei laboratori, ricerca su patogeni ad alto rischio, collaborazioni internazionali e trasparenza istituzionale.
Un focolaio vicino a un laboratorio ad alta sicurezza
L’elemento che ha reso il focolaio spagnolo particolarmente controverso è la vicinanza geografica tra i primi cinghiali infetti e il centro di ricerca IRTA-CReSA, un laboratorio ad alta biosicurezza (BSL-3) specializzato proprio nello studio della febbre suina africana.
I primi animali positivi sono stati trovati a circa 150 metri dalla struttura.
Inizialmente le autorità hanno ipotizzato un’origine “ambientale”, ad esempio l’ingestione accidentale da parte dei cinghiali di un presunto “panino con salsiccia contaminato”. Tuttavia, l’analisi genetica del virus ha complicato notevolmente il quadro.
Il Centro di Ricerca per la Sanità Animale (CISA-INIA), laboratorio di riferimento europeo, ha rilevato che il ceppo responsabile dell’infezione non corrisponde a quelli attualmente circolanti nella fauna selvatica europea.
Al contrario, il virus mostra una forte somiglianza con il ceppo “Georgia 2007”, utilizzato da anni come ceppo di riferimento nei laboratori di ricerca e nei programmi sperimentali di sviluppo vaccinale.
Questo dato ha spinto la magistratura spagnola ad aprire un’indagine formale, con perquisizioni, sequestro di documentazione e procedimenti posti sotto segreto istruttorio, ipotizzando anche reati ambientali.
IRTA-CReSA è uno dei principali centri europei per lo studio delle malattie dei suini ed è riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (WOAH).
Negli anni ha partecipato a programmi di ricerca internazionali, inclusi accordi di cooperazione con il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) e il Plum Island Animal Disease Center.
Questi programmi prevedevano attività di manipolazione genetica del virus per sviluppare ceppi attenuati destinati a studi vaccinali.
Non si tratta, formalmente, di “gain-of-function” nel senso classico (aumento di virulenza), ma di ricombinazione genetica e creazione di nuove varianti virali, operazioni che richiedono standard di biosicurezza estremamente rigorosi.
Il caso spagnolo riporta al centro del dibattito una questione già emersa durante la pandemia da COVID-19:
come bilanciare la necessità di fare ricerca su patogeni pericolosi con il rischio, mai nullo, di una fuga accidentale?
Ulteriore elemento sotto indagine è il fatto che IRTA-CReSA fosse interessato, al momento del focolaio, da lavori di ampliamento edilizio.
Sebbene ufficialmente i lavori fossero esterni e non coinvolgessero direttamente i laboratori, gli inquirenti stanno valutando se:
- scavi
- interruzioni temporanee di servizi
- movimentazione di materiali
possano aver avuto un ruolo nel compromettere, anche indirettamente, le misure di contenimento biologico anche se attualmente tale voce è smentita.
La risposta delle autorità
La Spagna ha reagito con misure straordinarie:
- zone di esclusione
- impiego dell’esercito
- droni termici per il monitoraggio dei cinghiali
- sospensione immediata delle esportazioni verso numerosi Paesi
Nel giro di pochi giorni circa un terzo dei mercati di esportazione ha bloccato l’import di carne suina spagnola, inclusi partner chiave come Cina, Regno Unito e Canada.
Una lezione che non riguarda solo la Spagna
La stessa variante Georgia 2007 si è diffusa nell’Europa orientale a partire dal 2014 e ha raggiunto la Cina nel 2018. L’impatto lì fu catastrofico: la produzione di carne di maiale cinese è diminuita del 27 percento nel 2019, rimodellando i mercati globali della carne di maiale e i flussi commerciali.
Il caso spagnolo rischia di diventare un precedente chiave nella discussione europea sulla sicurezza biologica.
Non è necessario dimostrare un’origine laboratoriale per riconoscere che:
- la vicinanza tra ricerca ad alto rischio e territorio è un tema sensibile
- la fiducia del pubblico dipende dalla trasparenza
- le collaborazioni internazionali richiedono regole chiare e responsabilità definite
In un mondo interconnesso, un incidente biologico locale può trasformarsi rapidamente in una crisi economica globale.
Un problema che riguarda anche l’Italia
In Italia la febbre suina africana è già una realtà: dal 2022 il virus è presente in diverse regioni, con restrizioni alla movimentazione degli animali, abbattimenti e impatti economici significativi.
Il settore suinicolo italiano:
- vale miliardi di euro l’anno
- è fortemente orientato all’export
- si basa su filiere di qualità ad alta vulnerabilità sanitaria
Un episodio come quello spagnolo dimostra che un singolo focolaio, anche limitato alla fauna selvatica, può avere conseguenze devastanti su:
- commercio internazionale
- fiducia dei partner esteri
- stabilità delle filiere alimentari
Per questo, la sicurezza dei laboratori di ricerca e la trasparenza sulle attività svolte non sono temi “tecnici”, ma questioni di interesse pubblico.
La febbre suina africana non è solo una malattia animale.
È uno stress test per i sistemi di controllo, per la governance della ricerca scientifica e per la capacità delle istituzioni di comunicare in modo chiaro e responsabile.
Per l’Italia, osservare attentamente ciò che accade in Spagna significa prevenire, non inseguire l’emergenza.
Rigore scientifico, rispetto per la complessità e chiarezza verso i cittadini non sono optional: sono condizioni essenziali per tutelare salute, economia e fiducia collettiva e questo caso deve essere un promemoria che la salute animale non esiste nel vuoto. Ricerca, politiche, gestione della fauna selvatica e commercio globale sono profondamente collegati e sarebbe l’ora di farla finita con un certo tipo di ricerca.
BOX:
La febbre suina africana è causata da un virus a DNA di grandi dimensioni, estremamente resistente nell’ambiente e nei prodotti a base di carne.
È innocua per l’uomo, ma letale per i suini, con mortalità che può arrivare al 100%. N
on esiste attualmente un vaccino efficace e le uniche misure di controllo sono:
- quarantena
- abbattimento degli animali infetti
- rigorose misure di biosicurezza
In Italia non è una minaccia teorica: il virus è già presente in alcune aree e il rischio di espansione riguarda diverse regioni, soprattutto dove è alta la densità di cinghiali ed è forte la concentrazione di allevamenti suinicoli.
Zone già interessate (ultimi anni): Piemonte (prime segnalazioni nel 2022, coinvolgimento dell’area tra Alessandria, Asti e zone collinari), Liguria (focolai nella fascia appenninica), Lombardia (area sensibile per la concentrazione di allevamenti, coinvolgimento di zone del pavese e del mantovano) ed Emilia-Romagna (misure di sorveglianza rafforzata).

