Mentre alcuni titoli annunciavano scenari catastrofici, negli Stati Uniti è accaduto ciò che per decenni era sembrato impossibile: il Comitato Consultivo sulle Pratiche Vaccinali dei CDC (ACIP) ha deciso che i neonati a basso rischio non devono più ricevere automaticamente la dose di vaccino contro l’epatite B alla nascita.

Una svolta storica.

Una rottura netta con trent’anni di politica vaccinale universale.

E soprattutto un riconoscimento implicito di un principio elementare della buona medicina: le raccomandazioni devono basarsi sul rischio reale, non su automatismi amministrativi.

In Italia, tutti i bambini, senza distinzione, sono obbligati a ricevere il vaccino contro l’epatite B a partire dai due mesi di vita con l’esavalente.

Una strategia nata negli anni ’90, preso dal ministro De Lorenzo condannato per aver ricevuto finanziamenti illeciti da ditte farmaceutiche. Oggi viviamo in un Paese a bassissima endemia per l’HBV, con screening materni sistematici e protocolli efficaci per individuare tempestivamente le madri portatrici.

In altre parole: sappiamo perfettamente quali neonati sono a rischio e quali no.

Eppure continuiamo a trattarli tutti come se lo fossero.

L’ACIP ha riconosciuto ciò che molti clinici vanno ripetendo da anni:

🔹 Non esiste alcuna giustificazione scientifica per vaccinare un neonato a basso rischio nelle prime ore di vita ( e nemmeno a 2 mesi di età). Il virus si trasmette esclusivamente col sangue e con i rapporti sessuali.

🔹 La prevenzione dell’HBV si regge sulla gestione materna e sull’individuazione dei casi a rischio, non sulla vaccinazione universale indiscriminata.

🔹 Le politiche vaccinali devono essere proporzionate, contestualizzate e basate sul rischio.

È un cambio di paradigma.

Ed è, soprattutto, un precedente importante.

Anche in Italia è giunto il momento di smettere di affidarci a logiche automatiche e di ripensare un obbligo nato in un’altra epoca e mantenuto più per inerzia che per reale necessità epidemiologica.

Nessuno mette in discussione la protezione dei neonati realmente a rischio: lì la vaccinazione è sacrosanta, tempestiva e non negoziabile.

Ma estendere l’obbligo a tutti senza distinzione non è prudenza: è semplificazione, e a volte perfino pigrizia scientifica.

L’auspicio è anche in Italia si arrivi a ciò che negli Stati Uniti stanno finalmente riconoscendo: la vaccinazione di tutti i neonati non ha un rapporto beneficio-rischio favorevole e deve essere raccomandata solo per i neonati realmente a rischio, non imposto in modo universale, indipendentemente dal contesto epidemiologico e dalla storia clinica materna.

Una medicina più intelligente, più personalizzata e più rispettosa della fisiologia e dei diritti delle famiglie è possibile.

E forse, oggi, con la decisione dell’ACIP, è un po’ più vicina.