I provvedimenti adottati nel corso della pandemia sono stati: lockdown, distanziamento sociale, mascherine, e vaccini; è il momento di tracciare dei bilanci sull’impatto che queste misure hanno avuto sulla nostra vita, oltre all’assenza di terapie precoci domiciliari in grado di evitare la progressione della malattia in forme gravi.

Abbiamo scritto più volte sulla rapida perdita di efficacia dei vaccini, sulla inutilità delle mascherine, oggi vogliamo mettere in evidenza i danni causati dal lockdown.

Queste misure, adottate per arginare i contagi, hanno prodotto sia conseguenze sociali ed economiche, che ripercussioni importanti sulla salute mentale e sul benessere psicologico soprattutto della popolazione giovanile, più vulnerabile al disagio psicologico e alle difficoltà finanziarie che ne sono derivate.

I bambini sono stati i più colpiti, hanno sofferto per le conseguenze dell’isolamento sociale e del confinamento in casa, per la chiusura delle scuole, per l’improvviso stress finanziario familiare e per l’aumento del numero di episodi di violenza domestica e di abuso.

Lo studio che riassumiamo, pubblicato su Pediatrics, proviene dall’Australia, un paese che, pur non avendo adottato misure rigide come quelle cinesi, ha imposto provvedimenti tra i più lunghi e severi di quelli messi in atto dalle nazioni che si rifanno ai valori occidentali.

 Sono stati valutati i dati mensili dei ricoveri ospedalieri e degli accessi al pronto soccorso (ED) di bambini e adolescenti durante il periodo del lockdown e nel periodo successivo all’allentamento delle restrizioni in 6 grandi ospedali pediatrici in Australia per esaminare l’impatto sulla salute mentale tra bambini e adolescenti.

Il periodo di lockdown severo è andato da marzo 2020 a dicembre 2021, le restrizioni sono state più attenuate da gennaio a giugno 2022.

Durante il periodo di lockdown c’è stato un aumento significativo dei ricoveri ospedalieri correlati a:

  • comportamenti autolesionistici intenzionali + 82%
  • accessi al pronto soccorso per problemi di salute mentale + 15%
  • disturbi del comportamento alimentare + 76%.

Dopo l’allentamento delle restrizioni, ci sono state lievi riduzioni dell’incidenza delle patologie, tuttavia l’incidenza è rimasta superiori ai livelli pre-COVID-19.

Durante il lockdown

Si è verificato un aumento significativo delle medie mensili delle visite ospedaliere durante il periodo COVID-19 rispetto al periodo pre-COVID-19 per quasi tutte le diverse condizioni di salute mentale.

Ci sono stati, in media, 1.088,4 ricoveri al mese per motivi di salute mentale, valori più alti rispetto ai 773,5 ricoveri al mese nel periodo pre-COVID-19. Gli accessi mensili al pronto soccorso (ED) per queste problematiche sono stati, in media, 1.075,2 al mese durante il periodo di lockdown, valori maggiori rispetto alle 685,4 presenze al pronto soccorso al mese nel periodo pre-COVID-19. L’aumento – durante il lockdown – è stato del 15% per le richieste di prestazioni per problemi relativi alla salute mentale rispetto agli anni precedenti, con un picco 76% per problematiche relative a disturbi del comportamento alimentare. (Tabella 2 dell’articolo citato)

 Durante il periodo di allentamento delle restrizioni

Ci sono stati, in media, 1.035,2 ricoveri al mese e 939,0 accessi al pronto soccorso al mese. Pur rimanendo un’incidenza di ricoveri maggiore rispetto al periodo pre-COVID, è stata registrata una diminuzione, rispetto al periodo di lockdown, del 5,6% dei ricoveri ospedalieri e del 16% degli accessi al pronto soccorso legati a problematiche psichiatriche. La riduzione ha riguardato soprattutto gli accessi al pronto soccorso per disturbi del comportamento alimentare tra le femmine (-22%), ma si è verificato un aumento di ricoveri correlati a comportamenti autolesionistici. (Tabella 3 dell’articolo citato)

 Le conclusioni dello studio riportano che: durante le restrizioni adottate nel periodo della pandemia di COVID-19 c’è stato un aumento significativo di richieste di prestazioni ospedaliere pediatriche legate a disturbi alimentari e comportamenti autolesionistici, in particolare tra le adolescenti di sesso femminile. A queste popolazioni dovrebbe essere fornito un sostegno supplementare. C’è stata una leggera diminuzione delle richieste di visite e ricoveri ospedaliere legate alla salute mentale quando le restrizioni hanno iniziato ad allentarsi, ma i numeri sono rimasti a livelli elevati. Pertanto, la ricerca futura deve monitorare l’utilizzo dei servizi di salute mentale a lungo termine mentre entriamo in una “fase normale di COVID-19” e valutare se gli investimenti governativi siano stati in grado di prevenire la richiesta di accessi ospedalieri dei giovani.

Tutto ciò a fronte di un impatto modesto della COVID-19 sui bambini e ragazzi australiani. I tassi di mortalità associati a COVID nel periodo 1° gennaio 2020 – 10 settembre 2023 nella fascia di età 0-19 anni sono stati <0,05%; la complicazione più grave dell’infezione da COVID-19 tra i bambini (la sindrome multisistemica infiammatoria pediatrica temporalmente associata al SARS-CoV-2 PIMS-TS) ha provocato dall’inizio della pandemia al 24 settembre 2023 186 casi, senza alcun decesso.

Ma le misure di isolamento non hanno provocato solo danni di tipo psichiatrico.

Assistiamo, già dallo scorso autunno, a un aumento delle infezioni respiratorie tra i bambini provocate da molteplici batteri e virus, in particolare del virus respiratorio sinciziale (RSV), che è una malattia infettiva comune nei bambini, soprattutto nei mesi invernali, con decorso generalmente lieve e benigno, ma che può anche causare bronchiolite con un quadro clinico grave, soprattutto nei più piccoli. Il fenomeno è stato osservato anche in questa occasione per la prima volta in Australia nell’inverno 2020/2021, stranamente durante la stagione estiva nell’emisfero australe.  Nel 2021 Foley et al. hanno mostrato questa impressionante presentazione epidemiologica, ben visibile nella figura che riportiamo:

La linea rossa indica i casi annuali stagionali di RSV previsti. Da notare l’aumento dei casi di RSV nei mesi estivi del 2019 (stagione invernale in Australia) prima della pandemia e l’anomalia della stagione 2020, nella quale non è stato riscontrato praticamente alcun caso, quando le misure di distanziamento sociale erano molto rigide e l’aumento dei casi nella stagione estiva dopo l’allentamento delle misure di isolamento.

Andamento simile è stato osservato in molti paesi europei, a riprova che anche il “distanziamento fisico” potrebbe avere causato danni. Responsabile di questo fenomeno sarebbe il sistema immunitario innato che rappresenta una specie di “attrezzatura standard” che ci viene fornita alla nascita, come spiega bene il dottor Vernazza.

Molte cellule hanno recettori sulla loro superficie o al loro interno in grado di riconoscere gli agenti patogeni e innescare poi una reazione di difesa. Oggi conosciamo 13 di questi recettori, chiamati “recettori tool-like, TLR”. Due di questi TLR 7-8 sono specializzati nelle difese contro i virus a RNA dal momento che riconoscono la struttura di un di qualsiasi virus a RNA e inducono una risposta abbastanza generica immediatamente dopo che un virus entra in contatto con loro. I TLR 7-8 aumentano la produzione di interferone, che è forse la molecola più efficace che abbiamo per difenderci da un’infezione virale. Sembra che la funzione del sistema innato diminuisca con l’età, mentre nei bambini funzioni bene sin da molto piccoli.

Anche il sistema immunitario innato necessita di formazione: a differenza del sistema acquisito che si basa sulla produzione di anticorpi, il nostro sistema immunitario innato è in grado di riconoscere i virus anche senza un contatto precedente con essi. Solo da pochi anni sappiamo che questa difesa può essere allenata. Ciò significa che ogni volta che il nostro sistema di difesa incontra un virus a RNA, viene rafforzata la capacità della cellula di produrre interferone. In caso di ulteriore contatto con qualsiasi altro virus a RNA, la difesa sarà così più rapida ed efficiente. Il problema è che questa sorta di “allenamento” dura solo circa sei mesi e deve essere rinforzato ogni anno.

Il fenomeno, noto come “training immunologico”, potrebbe spiegare l’aumento delle malattie respiratorie dopo il lockdown. Il “distanziamento sociale” ha determinato una diminuzione del contatto con i virus e questa riduzione potrebbe spiegare perché, dopo una pausa estiva, i bambini “non addestrati” (o meglio, il loro sistema immunitario non addestrato) improvvisamente hanno più difficoltà ad affrontare malattie virali per lo più banali.

Del virus respiratorio sinciziale, improvvisamente apparso alla ribalta da quando è stato realizzato il vaccino, parleremo in un prossimo articolo. Adesso facciamo i conti con i danni causati dai lockdown, superiori a quelli della Covid-19 tra i bambini e i ragazzi, non solo australiani.