Documenti, audizioni, email e una grazia presidenziale preventiva: che cosa sappiamo oggi e perché sarebbe un errore considerare conclusa la discussione sulla gestione della pandemia.

Ci sono vicende che, con il passare degli anni, diventano progressivamente più semplici da interpretare: i documenti si accumulano, i protagonisti parlano, le responsabilità si chiariscono e ciò che inizialmente appariva controverso trova lentamente una collocazione storica condivisa.

La vicenda Anthony Fauci sembra seguire un percorso opposto: più il tempo passa, più emergono documenti, corrispondenze, testimonianze e interrogativi che rendono quella storia meno lineare di quanto fosse apparsa negli anni della pandemia. La grazia preventiva concessa da Joe Biden, il ricorso di Fauci al Quinto Emendamento durante la recente audizione davanti alla Commissione del Senato e la pubblicazione di nuovi documenti non chiudono la discussione. La riaprono.

È opportuno precisare subito un punto fondamentale: una grazia presidenziale non costituisce una dichiarazione di colpevolezza e il Quinto Emendamento riconosce a ogni cittadino statunitense il diritto di non rispondere a domande che potrebbero esporlo a conseguenze penali, Anthony Fauci aveva pieno diritto di avvalersi di quella tutela costituzionale. Sarebbe però altrettanto improprio sostenere che questi fatti non abbiano alcun rilievo pubblico.

Quando uno dei principali protagonisti della gestione della pandemia riceve una grazia preventiva di eccezionale ampiezza e successivamente decide di non rispondere a numerose domande formulate da una commissione parlamentare, la richiesta di comprendere meglio ciò che è accaduto diventa non soltanto legittima, ma doverosa.

Sorprende, piuttosto, il limitato spazio che gran parte dell’informazione europea ha dedicato a queste audizioni. Non si tratta di un’iniziativa promossa da gruppi marginali o da organismi privi di competenze istituzionali: la Commissione del Senato per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi rappresenta uno dei principali organi di controllo dell’amministrazione federale americana, le sue attività possono certamente essere oggetto di valutazioni politiche differenti, ma difficilmente possono essere considerate irrilevanti.

Per affrontare questa vicenda con il necessario rigore conviene separare tre piani che negli ultimi anni sono stati continuamente sovrapposti.

Esistono fatti ormai documentati.

Esistono questioni ancora aperte.

Esistono infine interpretazioni, sulle quali è inevitabile che il confronto rimanga acceso.

Confondere questi tre livelli significa trasformare una ricostruzione storica in una contrapposizione ideologica. È probabilmente uno degli errori che più hanno caratterizzato il dibattito pubblico sulla pandemia.

Che cosa sappiamo

Il primo elemento documentato riguarda i finanziamenti del National Institutes of Health destinati a EcoHealth Alliance, l’organizzazione diretta da Peter Daszak.

Nel 2013 EcoHealth presentò un progetto di ricerca intitolato Understanding the Risk of Bat Coronavirus Emergence, dedicato allo studio dei coronavirus dei pipistrelli e sviluppato in collaborazione con diversi centri di ricerca internazionali, tra i quali il Wuhan Institute of Virology. Tra i principali collaboratori figurava Ralph Baric, virologo della University of North Carolina, da decenni considerato uno dei maggiori esperti mondiali nello studio dei coronavirus.

Nel maggio del 2014 il progetto ricevette il finanziamento del NIH con decorrenza dal 1° giugno dello stesso anno.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre del 2014, l’amministrazione Obama annunciò una sospensione amministrativa di alcuni finanziamenti federali destinati a ricerche di gain-of-function riguardanti virus influenzali, SARS e MERS. La decisione nasceva dalla crescente preoccupazione che esperimenti finalizzati ad aumentare trasmissibilità o patogenicità di determinati virus potessero comportare rischi biologici non trascurabili.

Questo passaggio è importante perché rappresenta uno degli aspetti più discussi dell’intera vicenda.

La sospensione non determinò infatti l’interruzione automatica di tutti i progetti già finanziati.

Nel novembre del 2015 Ralph Baric e collaboratori pubblicarono su Nature Medicine un lavoro destinato a diventare uno degli articoli più citati dell’intera controversia: gli autori descrivevano la costruzione di un coronavirus chimerico ottenuto combinando differenti componenti genetiche e precisavano esplicitamente che quelle ricerche erano state autorizzate dall’ente finanziatore anche dopo l’introduzione della sospensione amministrativa.

Non si tratta di una ricostruzione successiva.

È scritto nello stesso articolo scientifico.

Da quel momento il dibattito si è concentrato soprattutto su una domanda: quegli esperimenti rientravano o no nella categoria delle ricerche di gain-of-function oggetto della sospensione? La risposta continua ancora oggi a essere discussa, anche perché la definizione stessa di gain-of-function ha subito negli anni modifiche e interpretazioni differenti.

Un secondo gruppo di documenti riguarda l’inizio della pandemia.

Nel febbraio del 2020 Anthony Fauci, Francis Collins e alcuni tra i più autorevoli virologi internazionali iniziarono uno scambio di email e teleconferenze per discutere le possibili origini del nuovo coronavirus. Quella corrispondenza è diventata pubblica negli anni successivi grazie alle richieste di accesso agli atti.

Le email mostrano che, nelle primissime settimane dopo la comparsa del SARS-CoV-2, alcuni partecipanti ritenevano che determinate caratteristiche genomiche del virus meritassero particolare attenzione e che l’ipotesi di un incidente di laboratorio non potesse essere esclusa.

Pochi giorni più tardi gli stessi ricercatori pubblicarono su Nature Medicine l’articolo The Proximal Origin of SARS-CoV-2, destinato a diventare il principale riferimento scientifico a sostegno dell’origine naturale del virus.

Anche questo è un fatto documentato.

Le interpretazioni iniziano dopo.

Alcuni osservatori ritengono che il confronto tra le discussioni private e il contenuto dell’articolo sollevi interrogativi sul processo attraverso il quale maturarono quelle conclusioni. Altri ritengono invece che rappresenti il normale sviluppo di un confronto scientifico nel quale ipotesi iniziali vengono progressivamente abbandonate alla luce di ulteriori analisi.

Ciò che interessa rilevare è un dato molto semplice: all’inizio del 2020 l’ipotesi di un’origine laboratoriale non era considerata una fantasia complottista, era una possibilità discussa, valutata e successivamente ritenuta meno probabile da alcuni tra i maggiori esperti mondiali. Negli anni successivi quella stessa ipotesi è tornata a essere presa in considerazione da organismi governativi statunitensi, servizi di intelligence e commissioni parlamentari, senza che ancora oggi sia stata raggiunta una conclusione universalmente condivisa.

Questo significa che non conosciamo l’origine del virus? No, significa qualcosa di diverso.

Significa che, a oltre sei anni dall’inizio della pandemia, non esiste ancora una dimostrazione definitiva capace di chiudere il dibattito in modo condiviso ed è proprio questa incertezza a rendere particolarmente importante la pubblicazione di nuovi documenti e il lavoro delle commissioni d’inchiesta.

Perché la storia della medicina non procede per decreti, procede attraverso l’esame continuo delle prove disponibili, anche quando questo obbliga a rivedere convinzioni che sembravano ormai consolidate.

Che cosa non sappiamo

Riconoscere ciò che rimane incerto non indebolisce la ricerca della verità, la rafforza. È proprio questa la differenza tra un approccio scientifico e una ricostruzione ideologica.

Non sappiamo ancora quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2. L’ipotesi dello spillover naturale e quella di un incidente di laboratorio continuano entrambe a essere considerate possibili da diversi organismi di valutazione americani e internazionali, pur con stime differenti della loro probabilità. La mancanza di una conclusione condivisa rappresenta uno dei motivi per cui le indagini parlamentari e l’acquisizione di nuovi documenti conservano ancora oggi un evidente interesse pubblico.

Non sappiamo quale sia stato il livello di conoscenza di Anthony Fauci rispetto a tutte le attività di ricerca finanziate dal NIAID né se alcune decisioni amministrative siano state assunte direttamente da lui o dai diversi livelli della struttura che dirigeva; un istituto come il National Institute of Allergy and Infectious Diseases gestisce migliaia di progetti e sarebbe metodologicamente scorretto attribuire automaticamente al suo direttore ogni singola scelta operativa. Proprio per questo le commissioni parlamentari cercano di ricostruire documenti, responsabilità e processi decisionali invece di limitarsi alle dichiarazioni pubbliche.

Non sappiamo, infine, quale sarà il rilievo giuridico dei fatti oggi conosciuti. Le valutazioni politiche, storiche e morali appartengono al dibattito pubblico; quelle penali spettano esclusivamente agli organi competenti e richiedono prove che vanno ben oltre il giudizio espresso dall’opinione pubblica.

Distinguere ciò che è accertato da ciò che rimane oggetto di indagine non rappresenta un esercizio di prudenza formale, è il presupposto indispensabile per evitare che una vicenda complessa venga ridotta a uno scontro tra tifoserie contrapposte.

Che cosa è cambiato

Se i documenti emersi negli ultimi anni hanno riaperto la discussione sull’origine del virus e sul finanziamento di alcune ricerche, un’evoluzione altrettanto significativa riguarda la valutazione delle misure adottate durante la pandemia.

Nel 2020 governi e autorità sanitarie si trovarono a decidere in condizioni di incertezza straordinaria. In quella fase molte raccomandazioni furono inevitabilmente formulate sulla base delle conoscenze disponibili in quel momento. Con il passare degli anni, però, la letteratura scientifica si è ampliata enormemente e ha consentito di riesaminare criticamente l’efficacia di numerosi interventi.

Revisioni sistematiche e studi successivi hanno ridimensionato o riconsiderato l’impatto di alcune misure, mentre altre hanno trovato conferme più solide, è il normale percorso della ricerca scientifica. Le conoscenze si modificano, le ipotesi vengono corrette, le raccomandazioni evolvono.

Ciò che merita attenzione non è tanto il fatto che alcune decisioni siano state successivamente rivalutate, sarebbe irrealistico immaginare che una crisi sanitaria di quelle dimensioni potesse essere affrontata senza errori o senza cambiamenti di prospettiva.

Più significativo appare il modo in cui molte di quelle decisioni furono comunicate.

Indicazioni formulate in un contesto di elevata incertezza vennero spesso presentate come se fossero sostenute da un grado di certezza molto maggiore di quello effettivamente disponibile. Il linguaggio della probabilità lasciò progressivamente spazio a quello della certezza, mentre il confronto scientifico si restringeva proprio nel momento in cui avrebbe avuto maggiore utilità.

Anthony Fauci è stato chiamato più volte a chiarire questo aspetto, nel corso delle audizioni e di successive dichiarazioni pubbliche ha riconosciuto che alcune indicazioni, come la distanza interpersonale di sei piedi, non derivavano da studi sperimentali specifici capaci di dimostrarne l’efficacia, ma rappresentavano valutazioni formulate in un contesto emergenziale. È una distinzione importante., non significa necessariamente che quella raccomandazione fosse irragionevole nel 2020., significa che il livello di prova disponibile era diverso dal livello di certezza con il quale venne successivamente percepita dall’opinione pubblica.

Lo stesso processo di revisione ha riguardato altri aspetti della gestione pandemica, dalle chiusure scolastiche all’impiego delle mascherine in particolari contesti, fino all’evoluzione delle conoscenze sulla capacità dei vaccini di ridurre la trasmissione del virus. Nessuno di questi temi può essere affrontato seriamente attraverso slogan o giudizi assoluti, ognuno richiede una valutazione continua delle prove, proprio come avviene in ogni altro ambito della medicina.

Questa vicenda mette in luce anche un’altra dinamica: durante la pandemia il dibattito pubblico si è spesso concentrato sulla contrapposizione tra “fiducia nella scienza” e “negazione della scienza”. Una rappresentazione così semplificata ha finito per oscurare una distinzione fondamentale: la ricerca scientifica non coincide con le istituzioni che, in un determinato momento storico, la rappresentano. Le agenzie regolatorie, gli organismi governativi, le riviste scientifiche e gli esperti svolgono un ruolo essenziale, ma rimangono soggetti umani, inseriti in organizzazioni complesse e, come tali, esposti a errori di valutazione, pressioni esterne e inevitabili limiti.

La credibilità della scienza non dipende dall’assenza di errori, dipende dalla capacità di riconoscerli, correggerli e discuterli apertamente; è anche per questa ragione che le commissioni parlamentari, le richieste di accesso agli atti e il lavoro degli storici rappresentano strumenti fisiologici di una società democratica. Non costituiscono un attacco alla ricerca scientifica. contribuiscono, al contrario, a ricostruire con maggiore precisione il contesto nel quale determinate decisioni sono state assunte.

Il caso Fauci va letto in questa prospettiva, ridurlo alla contrapposizione tra colpevoli e innocenti significa semplificare una vicenda che coinvolge il rapporto tra ricerca, istituzioni, comunicazione, politica e salute pubblica. Molte domande attendono ancora una risposta documentata, altre hanno già trovato chiarimenti, altre ancora continueranno probabilmente a essere discusse per molti anni.

Esiste però una conclusione che può essere formulata già oggi: la fiducia nelle istituzioni scientifiche non si costruisce chiedendo ai cittadini di rinunciare alle domande, si costruisce rendendo accessibili i documenti, spiegando le decisioni, dichiarando i conflitti di interesse e accettando che anche le scelte più autorevoli possano essere riesaminate alla luce di nuove conoscenze.

Il caso Fauci non rappresenta soltanto la vicenda personale di uno dei più influenti protagonisti della sanità pubblica americana, rappresenta anche un banco di prova per la capacità delle democrazie di affrontare criticamente le proprie decisioni senza trasformare ogni richiesta di trasparenza in un atto di ostilità.

Negli ultimi anni sono emersi documenti che hanno modificato la ricostruzione di diversi passaggi della pandemia. altri documenti potranno emergere ancora. è il normale lavoro della ricerca storica.

Più sorprendente dei documenti stessi è forse il clima culturale nel quale sono stati accolti. La richiesta di verificare fatti, ricostruire responsabilità e discutere criticamente decisioni che hanno inciso sulla vita di miliardi di persone è stata talvolta interpretata come una forma di sfiducia nella scienza, anziché come un’esigenza propria del metodo scientifico e del controllo democratico delle istituzioni.

È una riflessione che va oltre Anthony Fauci e che riguarda il rapporto, sempre delicato, tra conoscenza, autorità e libertà. Vale la pena affrontarla con calma, perché aiuta a comprendere non soltanto ciò che è accaduto durante la pandemia, ma anche il modo in cui una parte della cultura politica e scientifica ha reagito a quegli eventi, è da qui che nasce una domanda più ampia, destinata ad accompagnare il dibattito ben oltre la figura di Anthony Fauci: che cosa accade a una società quando la richiesta di trasparenza viene percepita come un pericolo anziché come una garanzia?