L’ultima inchiesta rilanciata da The Defender, basata sull’analisi impietosa dei registri giudiziari internazionali condotta da U.S. Right to Know (USRTK), non è che la punta di un iceberg fatto di fango e miliardi.

Industrie leader come Pfizer e Johnson & Johnson hanno sborsato oltre 12,6 milioni di dollari in tangenti per truccare approvazioni di farmaci e blindare contratti governativi: non siamo di fronte a semplici illeciti amministrativi ma a un assalto frontale alla salute pubblica. Questo sistema di “fondi neri”, contratti di consulenza fittizi, società offshore e mazzette camuffate da spese legittime — distribuite in oltre 30 paesi, dall’Italia alla Cina, dalla Grecia alla Russia — dimostra che per Big Pharma la corruzione non è un errore di percorso, ma una voce strutturale e necessaria del bilancio.

L’obiettivo di queste manovre è agghiacciante nella sua semplicità: influenzare le approvazioni dei farmaci, garantire l’inserimento forzato nei formulari ospedalieri e assicurarsi appalti pubblici milionari. Pfizer è accusata di aver utilizzato le sue sussidiarie per corrompere medici governativi affinché prescrivessero i propri prodotti, arrivando a creare grotteschi programmi a “punti” o bonus per premiare chi garantiva i volumi di vendita più alti. Johnson & Johnson, dal canto suo, avrebbe utilizzato intermediari e strutture aziendali complesse per premiare amministratori e medici che ordinavano i loro impianti chirurgici.

La storia recente ci sbatte in faccia cifre che fanno impallidire i 12 milioni citati nell’ultimo rapporto: i 3 miliardi di dollari pagati da GlaxoSmithKline (GSK) nel 2012 per aver promosso illecitamente farmaci come Paxil e Wellbutrin e aver nascosto dati sulla sicurezza cardiaca dell’Avandia; i 2,3 miliardi di Pfizer nel 2009 per il marketing fraudolento dell’antinfiammatorio Bextra; i 2,2 miliardi di Johnson & Johnson nel 2013 per la promozione impropria del Risperdal su anziani e bambini. E come dimenticare gli 8,3 miliardi di dollari di Purdue Pharma per il suo ruolo criminale nella crisi degli oppioidi? Se queste aziende continuano a delinquere nonostante sanzioni miliardarie, è perché il profitto generato dall’illegalità supera di gran lunga le multe. La sanzione smette di essere un deterrente e diventa un semplice “costo operativo”.

Come denunciato con coraggio da Peter Gøtzsche, co-fondatore della Cochrane Collaboration, il modus operandi di certe aziende ricalca fedelmente quello della criminalità organizzata: frode sistematica, occultamento di prove e corruzione di pubblici ufficiali.

Il conflitto d’interessi non è una questione teorica, ma un veleno che infetta la ricerca. Marcia Angell, ex direttrice del New England Journal of Medicine (NEJM), lo ha scritto senza mezzi termini: l’industria farmaceutica ha letteralmente “comprato” il sistema della formazione medica e della ricerca scientifica. Non possiamo più fidarci ciecamente di studi che spesso sono scritti da professionisti del ghostwriting pagati dalle aziende e poi firmati da medici prestigiosi — i cosiddetti “Key Opinion Leaders” — per dare un’aura di autorevolezza a dati manipolati. Lo stesso Richard Horton, direttore di The Lancet, ha ammesso apertamente che una parte enorme della letteratura scientifica potrebbe essere semplicemente falsa, distorta da campioni piccoli ed effetti minimi gonfiati da interessi privati.

Ma il conflitto d’interesse ha trovato una nuova, luccicante vetrina: il teatrino mediatico. È scandaloso che un medico possa occupare ore di palinsesto televisivo per sponsorizzare determinati approcci terapeutici o l’urgenza di nuovi farmaci e vaccini, senza che sullo schermo compaia un obbligo di “disclaimer” immediato e leggibile.  Quando parliamo di obbligo di disclaimer, intendiamo una norma di civiltà elementare: ogni esperto che mette piede in uno studio televisivo o scrive sui social deve avere l’obbligo legale di dichiarare, in modo chiaro e immediatamente leggibile, ogni legame economico con l’industria farmaceutica. Il telespettatore deve sapere prima di ascoltare se quel medico ha ricevuto finanziamenti, borse di studio o gettoni di presenza negli ultimi cinque anni. Non è una questione di privacy, è una questione di sanità pubblica: il disclaimer è il “bugiardino” dell’opinione medica; serve a svelare se il parere che stiamo ascoltando è frutto di una libera valutazione clinica o l’effetto collaterale di un bonifico. Senza questa trasparenza, l’informazione scientifica non è che pubblicità occulta mascherata da autorevolezza.

La distorsione dei risultati clinici per scopi commerciali è ormai una piaga pandemica, come evidenziato dal lavoro di John Ioannidis a Stanford. Se un parere scientifico è “comprato”, non è più Scienza: è pubblicità ingannevole pagata con la fiducia dei cittadini.

E qui arriviamo all’aspetto quasi comico della faccenda: la nascita del “Medfluencer“. Osserviamo con stupore professionisti che, tra un turno in corsia e un intervento chirurgico, trovano magicamente il tempo di montare video su TikTok con tagli frenetici, produrre grafiche accattivanti su Instagram e rispondere h24 ai commenti con la velocità di un adolescente in vacanza. Diciamoci la verità: un medico che lavora seriamente per la sanità pubblica non ha il tempo materiale nemmeno per bersi un caffè in santa pace, figuriamoci per gestire una strategia di comunicazione digitale degna di un’agenzia di marketing di Manhattan.

Siamo di fronte a un’industria del ghostwriting digitale, e dietro il volto rassicurante del luminare di turno, si nasconde spesso un contratto con un’agenzia pagata da Big Pharma per “umanizzare” il brand. È una recita a soggetto dove lo spartito è scritto negli uffici marketing di Basilea o del New Jersey. E poi c’è il fenomeno ancora più opaco dei “troll“: chiunque osi porre domande scomode sui social viene investito da sciami di profili senza volto, pronti all’insulto e alla segnalazione di massa. Queste operazioni di “astroturfing” (creazione artificiale di consenso) sono spesso orchestrate da società di pubbliche relazioni pagate per silenziare il dissenso.

Vogliamo sapere i nomi. Chi paga i troll? Chi paga i social media manager che muovono le dita dei medici-star? La sanità pubblica richiede una difesa immunitaria legislativa immediata: serve una Legge Nazionale sulla Trasparenza che imponga l’obbligo di dichiarare pubblicamente ogni singolo trasferimento di valore superiore ai 10 euro. Che sia una cena, un regalo, un kit di cancelleria o un rimborso spese, tutto deve essere registrato in un database pubblico. Se il cittadino sospetta che la ricetta che ha in mano sia frutto di un accordo economico e non di una necessità clinica, il contratto sociale si spezza.

Chiunque riceva finanziamenti, anche indiretti, dall’industria deve essere immediatamente rimosso da qualsiasi commissione di approvazione farmaci (AIFA, EMA), dai comitati etici o dalle linee guida cliniche. La trasparenza non è un fardello burocratico, ma la miglior medicina per un sistema sanitario malato di opacità. La Scienza che ha bisogno di un esercito di troll, di agenzie di PR e di bustarelle sottobanco per farsi valere, non è Scienza: è solo un ottimo investimento pubblicitario sulla pelle dei pazienti. La trasparenza è l’unico disinfettante efficace: è ora di usarlo.

P.S. Naturalmente, questo post attirerà in pochi minuti i soliti commenti dei troll prezzolati e dei difensori d’ufficio “spontanei” (con le virgolette grandi come una casa). Cari colleghi del click-marketing, sappiamo che dovete fatturare la giornata, ma cercate almeno di essere originali: le solite etichette di “complottismo”, i “cialtrone” o i copia-incolla dai manuali delle PR hanno stancato persino gli algoritmi. Se volete smentire i fatti, fatelo con la stessa precisione con cui Big Pharma compila i moduli per i patteggiamenti miliardari. Noi, nel frattempo, vi dedichiamo un sorriso e mettiamo a disposizione di chi pensa ancora con la propria testa i link coi riferimenti bibliografici e le sentenze che confermano ogni singola parola scritta qui sopra. Buona lettura (ai troll consigliamo un collirio, l’opacità fa male alla vista).