Nel gennaio 2024 i titoli dei principali media internazionali hanno celebrato un presunto trionfo scientifico:

«Nessun caso di cancro cervicale tra le donne vaccinate contro l’HPV», annunciava la BBC, riferendosi a un grande studio scozzese pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute.

Secondo la ricerca, nessuna donna vaccinata a 12-13 anni avrebbe sviluppato il cancro del collo dell’utero. La notizia ha fatto il giro del mondo, salutata come la prova definitiva che il vaccino anti-HPV “salva vite”.

Ma, come racconta la giornalista scientifica Maryanne De Masi, la realtà è molto diversa.

Un’analisi indipendente dei dati grezzi, condotta da due ricercatori australiani, ha rivelato che l’intero “miracolo” era in realtà una illusione statistica.

Lo studio scozzese

La ricerca, guidata da Tim Palmer dell’Università di Edimburgo, aveva messo in relazione i registri sanitari nazionali di centinaia di migliaia di donne scozzesi, confrontando lo stato vaccinale con i casi di cancro cervicale.
Risultato apparente: nessun tumore tra le ragazze vaccinate a 12-13 anni.

Il problema? Quella fascia di età era ancora troppo giovane per sviluppare la malattia.
Come spiegano Samir Saidi (Università di Sydney) e Mark Jones (Bond University), la maggior parte delle partecipanti aveva meno di 25 anni alla fine dello studio — età in cui lo screening cervicale in Scozia non era ancora previsto.

Il cancro del collo dell’utero, infatti, impiega 10-20 anni per svilupparsi dopo l’infezione da HPV, con un’età media di diagnosi attorno ai 50 anni.
Dunque, era impossibile che si registrassero casi di tumore in quel gruppo, vaccinato o meno.

Come osservano i due ricercatori, “è come testare una crema solare sui neonati e concludere che previene le rughe”.

Altri errori evidenti

Secondo De Masi, il lavoro presentava altre gravi falle:

  • Numeri incongruenti — lo studio riportava più donne di quante effettivamente esistano in Scozia in quelle fasce d’età, riducendo artificialmente il tasso apparente di cancro.
  • Bias di selezione — le donne vaccinate erano molto più propense a partecipare ai programmi di screening, che di per sé riducono l’incidenza delle lesioni precancerose. Lo studio ha quindi attribuito al vaccino un effetto che potrebbe dipendere dallo screening.

Gli autori scozzesi hanno difeso i loro risultati, ma senza risolvere il problema principale: un’analisi che termina prima che la malattia possa comparire non può dimostrare alcuna protezione.

L’impatto sulla percezione pubblica

La replica degli scienziati australiani è passata quasi inosservata, mentre i titoli trionfali continuano a circolare.
Così, un risultato fuorviante rischia di consolidarsi come “verità” nella coscienza collettiva.

De Masi ricorda che, sebbene il vaccino riduca le lesioni cervicali precoci, non esistono ancora prove solide che ciò si traduca in una riduzione effettiva dei casi di cancro invasivo rispetto ai programmi di screening tradizionali.

Il vero rischio: falsa sicurezza

Gli autori australiani avvertono che un eccesso di fiducia nel vaccino può portare molte giovani donne a trascurare lo screening periodico, l’unico intervento che finora ha dimostrato di ridurre la mortalità per cancro cervicale.

“Se il messaggio mediatico porta a ridurre l’adesione allo screening,” scrivono, “il danno netto per la salute pubblica potrebbe essere grave e duraturo.”

Il caso dello studio scozzese è un esempio di come l’entusiasmo mediatico e la scienza imperfetta possano trasformarsi in propaganda.
La prudenza, la trasparenza e l’analisi critica dei dati restano strumenti essenziali per valutare l’efficacia reale di ogni intervento sanitario — anche dei vaccini.